E Karol il Grande cambiò la storia
Lo storico Giovagnoli: «Ha promosso la pace attraverso il confronto con gli altri, ed ha accorciato le distanze con il mondo laico» Il filosofo Giulio Giorello: «Pontefice di grande laicità: dopo l'11 settembre rifiutò lo scontro di civiltà e ammise le colpe della Chiesa»
Dal Nostro Inviato
A Saint Vincent (Ao)
Angelo Picariello
«Karol Wojtyla, il Papa che ha cambiato la storia»: Così ieri a Saint Vincent, in un convegno della Fondazione Carlo Donat-Cattin, è stata ricordata la figura del grande Papa. Tre i testimoni che ne hanno ripercorso l'opera e la figura: il senatore Giulio Andreotti, il filosofo Giulio Giorello e lo storico Agostino Giovagnoli.
Giulio Andreotti ha ricordato Papa Wojtyla, e il ricordo è andato ad un convegno a Mantova, quando gli passarono un bigliettino col nome del nuovo pontefice: «Mi colpì il nome straniero, ma ancor più che avesse due anni meno di me». Più di tutto, per Andreotti, Wojtyla è stato il Papa del dialogo, «che ha portato le sedi diplomatiche della Santa Sede ovunque, e anche dove non è riuscito, in Cina e Arabia Saudita, ha segnato grandi passi avanti». E sul dialogo piazza una stoccata ad Oriana Fallaci: «Ha venduto un milione di copie, neanche la Divina Commedia...
Un tempo eravamo in buoni rapporti, mi regalò anche un libro su Cicerone, ora mi attacca perché dice che fui io a convincere Paolo VI ad aprire la moschea a Roma. Invece era più convinto di me. Mi inquieta la sua prospettiva - attacca ancora la scrittrice - non vede nessuna via di scampo, nessuna possibilità di colloquio». Duro anche su un'altra «incompiuta» dello scorso pontefice, la campagna per scongiurare la guerra. «La storia giudicherà molto male l'operazione militare in Iraq - ha detto Giulio Andreotti - un'operazione basata su un presupposto falso, le armi di distruzioni di massa, ingannando vari governi amici, fra cui il nostro. Il Papa ne ha sofferto molto, anche se ha fatto in tempo a riconciliarsi, con gli Usa». E la mente corre all'immagine dello storico omaggio, dei tre presidenti americani - quello in carica e i due predecessori - alla salma del Papa. Da registrare a nche la «conversione» di Andreotti alla tesi della pista bulgara sull'attentato: «Non mi piaceva la tesi abbracciata per partito preso, ma quest'immagine che è stata scoperta, del bulgaro Antonov nen distante da Agca in piazza san Pietro, potrebbe cambiare le cose. Potrebbe essere la vera prova». Avvia a conclusione il suo intervento, il senatore a vita, e si meraviglia del fatto che gli studenti siano ancora seduti ad ascoltarlo: «A miei tempi molti scappavamo prima...», e attribuisce il merito a quelle bellissime immagini del filmato iniziale, che hanno rapito tutti.
Il filosofo Giulio Giorello ammette di essersi commosso. «Più di tutto mi ha commosso il rivedere quel «Non abbiate paura!», una meravigliosa presa d'atto - lo definisce - del bisogno di coraggio che il mondo ha. Ma non possiamo non completare la frase, «di spalancare le porte a Cristo»», aggiunge da laico, proprio per contestare certi stereotipi in voga, del tipo laici-cattolici: «Si va dalla secolarizzazione che avanza allo stereotipo opposto del ritorno del sacro», a testimonianza che in fatto di fede i sociologi non hanno le idee molto chiare. Perché «la realtà è più complessa, mi ostino a pensare che anche nel cuore di tanti credenti affiori ogni tanto il dubbio, e che ci sia anche un credente che sonnecchia in ogni ateo». Giorello esalta la «laicità» di Wojtyla, in tante sue manifestazioni, dal rifiuto dello scontro di civiltà dopo l'11 settembre, all'ammissione delle colpe della Chiesa, esempi massimi, «per me che sono filosofo della scienza», la riabilitazione di Galileo e lo sdoganamento della teoria evoluzionista di Darwin, «ancora osteggiata da correnti fondamentaliste americane». Cosicché Giorello si iscrive al partito intellettuale che non vede conflitto fra scienz a e fede, e ricorda la Veritatis splendor e la Fides et ratio.
Anche Agostino Giovagnoli, da storico, sottolinea il «Papa che rilanciò il dialogo come strumento di pace». Ripercorre le difficoltà a volte incontrate da Giovanni Paolo II nel rapporto con la politica italiana, «in questo era figlio della Polonia, nazione in cui lo Stato è tutt'uno con la concezione dello Stato, mentre l'Italia ha una storia più conflittuale».
Ma anche per Giovagnoli, «di fronte alla fretta che c'è oggi di rispolverare il conflitto laici-cattolici», con i tanti mea culpa, con le tante aperture, Giovanni Paolo II ha accorciato le distanze col mondo laico, e «la sua è una miniera preziosa per il futuro che ci aspetta».
Avvenire - 8 ottobre 2005




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