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    Predefinito San Pio XII e le vergognose accuse!



    Un santo, un vero Papa, che ha saputo guidare la Cristianità nel momento più difficile.... le vergognose accuse vengono ora smetite una ad una....
    VIVA SAN PIO XII !!!

    FLOS CARMELI

    L'ANGELICO PASTORE
    amico e benefattore degli Ebrei

    Alcune testimoninanze


    «L’elezione del cardinale Pacelli non è accettata con favore dalla Germania perché egli si è sempre opposto al nazismo»

    Berliner Morgenpost(organo del movimento nazista), 3 marzo 1939.

    «In una maniera mai conosciuta prima il papa ha ripudiato il Nuovo Ordine Europeo Nazionalsocialista. È vero che il papa non ha mai fatto riferimento al Nazionalsocialismo germanico per nome, ma il suo discorso è un lungo attacco ad ogni cosa che noi sosteniamo ed in cui crediamo ... Inoltre egli ha parlato chiaramente in favore degli ebrei»

    Rapporto della Gestapo riportato nel servizio "Judging Pope Pius XII", Inside the Vatican, giugno 1997, p. 12.

    «Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione in Germania, guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite. Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane.
    Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità.
    Io non ho mai provato nessun interesse particolare per la Chiesa prima, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta disprezzavo, ora lodo incondizionatamente».

    Dichiarazione di Albert Einstein pubblicata da Time magazine, 23 dicembre 1940, p.40.

    «Il Congresso dei delegati delle comunità israelitiche italiane, tenutosi a Roma per la prima volta dopo la liberazione, sente imperioso il dovere di rivolgere reverente omaggio alla Santità Vostra, ed esprimere il più profondo senso di gratitudine che anima gli ebrei tutti, per le prove di umana fratellanza loro fornite dalla Chiesa durante gli anni delle persecuzioni e quando la loro vita fu posta in pericolo dalla barbarie nazifascista».

    Attestato delle Comunità israelitiche italiane che si trova al Museo della Liberazione in Via Tasso a Roma.

    «Il clero italiano aiutò numerosi israeliti e li nascose nei monasteri e il Papa intervenne personalmente a favore di quelli arrestati dai nazisti».

    Gideon Hausner procuratore Generale israeliano nel processo contro Eichmann, il 18 ottobre 1961.

    «I ripetuti interventi dei Santo Padre in favore delle comunità ebraiche in Europa evocano un profondo sentimento di apprezzamento e gratitudine da parte degli ebrei di tutto il mondo".

    Rabbino Maurice Perizweig, direttore del World Jewish Congress

    «Quando il terribile martirio si abbattè sul nostro popolo, la voce dei Papa si elevò per le sue vittime. La vita dei nostro tempo fu arricchita da una voce che chiaramente parlò circa le grandi verità morali. ( ... ) Piangiamo un grande servitore della pace».

    Golda Meir, 8 ottobre 1958

    «Il mio parere è che il pensare che Pio XII potesse esercitare un influsso su un minorato psichico qual era Hitler poggi sulla base di un malinteso. Se il Papa avesse solo aperto bocca, probabilmente Hitler avrebbe trucidato molti di più dei sei milioni di ebrei che eliminò, e forse avrebbe assassinato centinaia di milioni di cattolici, solo se si fosse convinto di aver bisogno di un tale numero di vittime. Siamo prossimi al 9 novembre, giorno in cui ricorre il venticinquesimo anniversario della Notte dei Cristalli; in tal giorno noi ricorderemo la protesta fiammeggiante che Pio XII elevò a suo tempo. Egli divenne intercessore contro gli orrori che a quel tempo commossero il mondo intero»

    Dichiarazione del gran Rabbino di Danimarca, dott. Marcus Melchior, riportata da KNA (agenzia di stampa danese), dispaccio n. 214, 5 novembre 1963
    "

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  2. #2
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    L'ANGELICO PASTORE
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    F.A.Q su Pio XII
    (risposte di P. Peter Gumpel S.J.)

    Quando sono cominciate le calunnie su Pio XII?


    "Tutto è cominciato con l’opera teatrale scritta da Rolf Hochhuth, rappresentata per la prima volta nel 1963 in Germania con il titolo der Stellvertreter, in italiano Il Vicario (Rolf HOCHHUTH, Der Stellvertreter, Hamburg 1963; traduzione italiana Il Vicario, Feltrinelli Milano 1979). Quando il dramma fu pubblicato in forma di libro, Hochhuth aggiunse una lunga appendice dove cercò di giustificare il valore del suo dramma come frutto di lunghe ricerche storiche. Tuttavia chi legge attentamente questa appendice può facilmente constatare che Hochhuth aveva invece dato via libera alla sua fantasia. Le sue affermazioni secondo cui Pio XII era un codardo, un pro-nazista che si interessava dei suoi presunti investimenti in Germania, non sono altro che gravissime calunnie. È interessante notare che, subito dopo la pubblicazione de Il Vicario, Emilio Pinchas Lapide, che in un altro libro Roma e gli ebrei non si dimostra proprio a favore della Chiesa cattolica, riconosce che sulla questione della persecuzione ebraica, “è un dovere di coscienza e di riconoscenza quello di contraddire le falsità scritte da Hochhuth”. Anche Jenö Levai, invitato come esperto al processo contro il nazista Eichmann che si svolse a Gerusalemme, difese pubblicamente in aula l’operato di Pio XII. Levay ha pubblicato a Londra nel 1967 un libro intitolato Hungarian Jewry and The Papacy, in cui prende le distanze da Hochhuth. Il prologo e l’epilogo del libro sono state scritte da Robert M. W. Kempner, già pubblico accusatore al processo di Norimberga. Anche Kempner si distanzia totalmente dalle affermazioni di Hochhuth".

    Il primo accusatore di Pio XII, Rolf Hochnut, è uno storico accreditato?

    Hochhuth ha scritto un altro dramma, Die Soldaten, tradotto in inglese. In questo dramma Hochhuth accusò Winston Churchill di aver fatto uccidere il generale polacco Sikorski. Effettivamente il generale morì in seguito ad un incidente aereo nei pressi di Gibilterra. Hochhuth era convinto che non ci fossero stati superstiti, ma il pilota dell’aereo, che era ancora in vita, lo smentì. La BBC ed i giornali britannici attaccarono Hochhuth per aver diffuso notizie allarmanti senza avere alcuna prova. Da allora Hochhuth non venne più preso sul serio da nessuno, eppure le sue calunnie su Pio XII sono ancora utilizzate.

    Come rispondere all'accusa che Pio XII era filonazista?

    Più recentemente il prof. John Weiss, ha pubblicato sulla rivista America ( 26 ottobre 1996), un articolo che culmina con l’accusa che Pio XII era filonazista. Weiss sostiene che Pio XII non è mai intervenuto per i martiri cattolici e non c’è nessuna evidenza che papa Pacelli abbia fornito aiuto ai cospiratori tedeschi contro Hitler.

    "Si tratta di affermazioni false. Sia dalle nostre ricerche che dall’archivio del Foreign Office abbiamo raccolto un pacco di documenti in cui si dimostra il contrario. Prima dell’invasione di Olanda, Belgio e Lussemburgo, scatenata dai nazisti il 10 maggio 1940, un gruppo di generali tedeschi ostili ad Hitler ed alla guerra provarono a mettersi in contatto con il governo inglese attraverso i buoni uffici del Vaticano. In cambio dell’eliminazione di Hitler e del ristabilimento della libertà in tutti i paesi occupati, i cospiratori chiedevano una pace onorevole. Io ho sempre saputo che a capo di questo gruppo era il colonnello generale Ludwig Beck. Quando Hitler volle invadere la Cecoslovacchia, Beck che era Capo di Stato Maggiore Generale dell’esercito tedesco, consegnò le dimissioni per protesta. Beck conosceva Pio XII dal tempo in cui questi era stato nunzio a Berlino. Pio XII sapeva che era una persona assolutamente affidabile. Prima di accettare la trattativa gli inglesi però volevano sapere i nomi dei cospiratori anti-Hitler. Pio XII garantì che si trattava di persone serie ma non volle rivelare i nomi, perché se fossero arrivati fino ad Hitler, sarebbero stati uccisi come traditori. Così il tentativo di accordo non ebbe esito. La diffidenza degli inglesi era comprensibile perché poco tempo prima i nazisti avevano provato a catturare mister Best il capo del controspionaggio inglese in Olanda. Questo tentativo è conosciuto negli archivi storici come l’incidente di Venlo. In ogni modo le prove della corrispondenza tra Vaticano e Gran Bretagna su questa questione sono evidenti.
    Come fa il prof. Weiss a dire che non c’è alcuna evidenza? Basta guardare i documenti del Foreign Office. Inoltre l’articolo è stato scritto nel 1996 e la questione era già nota nel 1958/59.

    Una protesta pubblica contro Hitler avrebbe salvato gli ebrei dalla persecuzione?

    Il problema è cosa avrebbe dovuto fare Pio XII. Una protesta pubblica contro Hitler avrebbe salvato gli ebrei dalla persecuzione? C’era infatti da considerare che la protesta avrebbe potuto peggiorare la situazione degli ebrei e della Chiesa cattolica in Germania ed in tutti i paesi occupati dai nazisti. La protesta pubblica avrebbe inoltre impedito alla Chiesa di svolgere il lavoro segreto di assistenza agli ebrei.
    Furono diversi e dolorosi i fatti che convinsero la Santa Sede a non intervenire pubblicamente. Nel 1937 Pio XI pubblicò l’unica enciclica scritta in tedesco Mit brennender Sorge, una denuncia energica del nazionalsocialismo e del razzismo. Si può dire che è il più duro documento che la Santa Sede abbia mai promulgato contro un potere politico in tutta la sua storia. Con grande segretezza il testo di questa enciclica fu introdotto in Germania, stampato in 12 tipografie, distribuito in grandissima segretezza a tutti i sacerdoti responsabili di chiese e parrocchie e il 21 marzo 1937 venne letta da tutti i pulpiti in Germania. Quale fu il risultato? Fu rallentata la persecuzione degli ebrei? Assolutamente no. Hitler montò su tutte le furie, e le misure contro gli ebrei furono inasprite. Le dodici tipografie furono confiscate dalla Gestapo e molte persone finirono in prigione

    Un altro esempio tragico che mostra in che modo i tedeschi reagivano di fronte alla proteste della Chiesa avvenne nei Paesi Bassi. L’occupazione nazista dell’Olanda nel 1940, segnò automaticamente la sorte per gli ebrei. Su tutti gli edifici risaltava la scritta: "Voor Joden Verboten" (ingresso proibito agli ebrei). Le deportazioni divennero massicce e sistematiche dal 1942. I capi delle chiese, Calvinista, Cattolica, e Luterana si misero d’accordo per leggere dai pulpiti una protesta pubblica contro la deportazione degli ebrei. Il progetto venne a conoscenza del Commissario del Reich per l’Olanda Seys-Inquart e del Commissario Generale Schmidt, i quali fecero sapere ai responsabili religiosi che se la protesta fosse andata avanti, i tedeschi avrebbero deportato non solo gli ebrei di sangue e di religione ma anche gli ebrei battezzati . Di fronte a questo ricatto tutti fecero marcia indietro tranne la Chiesa Cattolica. Domenica 26 luglio 1942 nelle chiese cattoliche d’Olanda venne letta la lettera di protesta in cui si diceva:

    "Viviamo in un’epoca di grande miseria, sia nel campo spirituale che materiale. ma due fatti molto dolorosi attirano soprattutto la nostra attenzione: il triste destino degli ebrei e la sorte di quelli che sono stati addetti ai lavori forzati all’estero. Tutti debbono essere profondamente consapevoli delle penosissime condizioni e degli uni e degli altri; perciò richiamiamo l’attenzione di ognuno per mezzo di questa Pastorale comune.
    Tali tristissime condizioni vanno portate a conoscenza di coloro che esercitano un potere di comando su quelle persone: a questo scopo il reverendissimo episcopato, in unione con quasi tutte le comunità delle Chiese dei Paesi Bassi, già profondamente colpite dalle misure adottate contro gli ebrei olandesi per escluderli dalla partecipazione alla normale vita civile, hanno appreso con vero raccapriccio la notizia delle nuove disposizioni che impongono ad uomini, donne, bambini, e intere famiglie la deportazione nel territorio del Reich tedesco. Le inaudite sofferenze con questo mezzo inflitte a più di diecimila persone, la consapevolezza che un modo tale di procedere ripugna profondamente al sentimento morale del popolo olandese, e soprattutto , è in contrasto assoluto con il comandamento divino di giustizia e di carità, costringono le sottoscritte comunità delle Chiese a rivolgerle la più viva preghiera di non voler mettere in esecuzione i suddetti provvedimenti".

    Come conseguenza a questa presa di posizione del clero olandese, la deportazione degli ebrei di sangue e religione venne accelerata , vennero deportati anche gli ebrei battezzati, tra questi c’erano Edith Stein e sua sorella.
    Ha raccontato suor Pascalina Lenhert, assistente di Pio XII, che "I giornali del mattino vennero recapitati nello studio del Santo Padre, mentre egli era sul punto di recarsi all’udienza. Lesse solo i titoli e divenne pallido come un morto. Tornato dall’udienza, prima ancora di andare nella sala da pranzo, venne in cucina con due grandi fogli scritti molto fitti e disse: «Voglio bruciare questi fogli. È la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuta comparire sul L’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e fare in silenzio, come ho fatto finora, tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente» (Pascalina LEHNERT, Pio XII, il privilegio di servirlo Rusconi Editore, Milano 1984, pp. 148-149)".
    A convincere il Papa ad agire in silenzio furono anche molti ebrei.
    Il Vescovo di Münster, Clemens August Von Galen, noto per il suo coraggio ela sua avversione al regime nazista, prima di fare un predica contro la persecuzione antisemita, prese contatto con la comunità ebraica, che lo convinse a non fare nulla. Perché un discorso non sarebbe servito a niente e li avrebbe portati alla morte.
    Centinaia di ebrei scappati da Berlino ed altre città tedesche arrivarono in Vaticano per convincere Pio XII a non fare nessuna protesta. Lo stesso consiglio arrivò dai Vescovi tedeschi.
    A questo proposito Georges Dreyfus, professore alla Sorbona ha riportato sulle pagine della rivista Nef una fatto interessante. Quando Padre Pierre Chaillet e l’Abate Alexander Glasberg chiesero al Primate di Francia, il cardinale Pierre Marie Gerlier di protestare pubblicamente contro l’internamento nei campi di concentramento degli ebrei immigrati in Francia, intervenne il Presidente del Concistoro Centrale degli israeliti di Francia (il massimo rappresentate degli ebrei francesi) per dire che: «Voi avete torto, voi non comprendete che se noi solleviamo questa questione le autorità prenderanno misure analoghe contro gli “israeliti francesi”. Non è proprio il caso che il cardinale intervenga».

    Io ho conosciuto personalmente il regime di Hitler. Come è emerso anche al processo di Norimberga, egli era un fanatico e la persecuzione degli ebrei era per lui un chiodo fisso. Non era possibile toccare quel tasto senza ricavarne conseguenze peggiori. Il barone Von Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, e il suo assistente Von Hassel, sconsigliarono il Papa a fare un intervento pubblico. Lo hanno affermato anche al processo di Norimberga. Inoltre il Vaticano avrebbe rischiato di essere occupato dai nazisti.


    Alcuni tra i maggiori studiosi di questo argomento (P. Pierre Blet s.j., P. Peter Gumpel s.j., Eduardo Rivero, Antonio Gaspari) rispondono anche alle tue domande
    "

  3. #3
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    F.A.Q su Pio XII
    (risposte di P. Pierre Blet S.J.)

    Un metodo per scoprire la verità: risalire alle fonti originarie


    Quale dei due punti di vista è più vicino alla realtà? Pio XII è stato un eroe o un pavido?
    Uno dei metodi per distinguere tra la calunnia e la verità è quello di andare alle fonti originarie, e cioè ricostruire attraverso i documenti autentici e le testimonianze dirette l’azione del Papa. Da qui la decisione assunta nel 1964 da Paolo VI che, come Sostituto della Segreteria di Stato, era stato uno dei più stretti collaboratori di Pio XII, di autorizzare la pubblicazione dei documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale. Gli archivi della Segreteria di Stato conservano in effetti i dossier dai quali è possibile ripercorrere ora per ora l’attività del Papa e della Santa Sede durante gli anni presi in esame. In particolare ci sono tutti i discorsi ed i messaggi del Papa; le lettere scambiate con i nunzi e i dignitari civili ed ecclesiastici, molte di queste lettere sono conservate anche in forma di minute con le correzioni a mano dello stesso pontefice; le note della Segreteria di Stato; la corrispondenza diplomatica intercorsa tra la Segreteria di Stato, gli ambasciatori o ministri accreditati presso la Santa Sede, i rappresentanti del Vaticano all’estero e i delegati apostolici.
    Tutto questo materiale fu raccolto in 12 volumi e pubblicato negli anni 1965-1982 con il titolo di Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale. A curare l’opera, ordinare i documenti e scrivere le introduzioni ai differenti volumi furono quattro padri gesuiti: Burkhart Schneider, Angelo Martini, Robert A. Graham e Pierre Blet. II contenuto dell’intera ricerca di circa 12.000 pagine è sfortunatamente sconosciuta ai più. Per questo motivo padre Pierre Blet ha appena pubblicato un agile volume Pie XII et la Seconde Guerre Mondiale d’après les archives du Vatican per fornire al grande pubblico una esposizione documentata della realtà storica di quel periodo (in Italiano: Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale, Cinisello Balsamo (MI): ed. San Paolo, 1999).
    Padre Blet ha conseguito il dottorato in lettere alla Sorbona nel 1958. È entrato nella Compagnia di Gesù nel 1937 ed è stato chiamato a Roma come professore di Storia moderna alla Facoltà di Storia Ecclesiastica della Pontifica Università Gregoriana. Ha insegnato per 17 anni storia diplomatica alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Specialista nella storia delle relazioni tra Chiesa e Stato nel XVII secolo, è professore emerito di Storia moderna alla Facoltà di Storia Ecclesiastica della Pontifica Università Gregoriana.
    La grande stampa si è accorta di lui solo quando Giovanni Paolo II, in viaggio verso la Nigeria, lo ha indicato come uno dei maggiori esperti sulla vicenda di Pio XII.
    Durante una conferenza stampa organizzata sull’aereo che portava il Santo Padre nel continente africano, i giornalisti gli hanno chiesto cosa pensasse di Pio XII, e Giovanni Paolo II ha risposto: "Era un grande papa ". "Ci sono state persone che hanno accusato Pio XII di avere taciuto .... " hanno incalzato i giornalisti, e il Pontefice ha replicato: "É già stata data una risposta soddisfacente, basta leggere padre Blet..." (Marco POLITI, "Wojtyla difende Pio XII, “É stato un grande papa”", la Repubblica, 22 marzo 1998, p. 15).

    Risponde l’esperto, padre Pierre Blet

    Nel corso dell’inchiesta sull’attività di assistenza agli ebrei svolta dalla Chiesa, avevo già avuto la fortuna di incontrare padre Blet, e fin dall’inizio ero rimasto impressionato dalla competenza, dall’intelligenza e dalla cortesia di quest’uomo.
    La sua dimestichezza con il periodo storico del terzo Reich mi ha messo nella condizione di poter approfondire gli argomenti più controversi.
    Gli storici moderni passano sotto silenzio il ruolo del papato nei rapporti internazionali, soprattutto nel periodo precedente e durante la seconda guerra mondiale. Questo atteggiamento favorisce la diffusione di molte favole, sicuramente suggestive, ma molto distanti dalla realtà. Soprattutto si prende poco in considerazione quanto la Santa Sede ha fatto per impedire lo scatenarsi della guerra nel 1939 ed il ruolo svolto da Pio XII nell’aiuto alle vittime della guerra.

    Quando nel marzo del 1939 Pio XII divenne Papa - racconta Blet- il mondo era in pace. Ed indubbiamente attraverso discorsi solenni, appelli ai governi, ai dirigenti politici e diplomazia segreta, egli si impegnò come nessun altro al mondo per impedire la guerra e ristabilire la pace.
    Pochi ricordano che egli propose nel maggio del 1939 una conferenza a cinque tra Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Polonia per impedire il conflitto. Le risposte negative dei vari governi non scoraggiarono il papa che anche di fronte al precipitare della situazione con il patto germano-sovietico cercò di intervenire. Il 23 agosto alle ore 19.00 il Papa parlò dalla radio Vaticana ai governanti di tutto il mondo intimando che "Niente è perduto con la pace. Tutto è perduto con la guerra". Purtroppo appena pochi giorni dopo le truppe della Wehrmacht varcarono le frontiere polacche.
    Pio XII tentò allora di tenere l’Italia fuori dalla guerra. Il 21 dicembre incontrò il re Vittorio Emanuele e la regina Elena. E nonostante non fosse previsto dal protocollo fu lui stesso a ricambiare la visita, proprio con l’intenzione di convincere i sovrani a stare fuori dalla contesa. Quando Joachim von Ribbentrop venne a Roma nel 1940, Pio XII avanzò domanda di udienza per esporre le ragioni della pace. Egli concertò anche un doppio intervento, una lettera sua e una del Presidente americano Franklin Delano Roosevelt al capo del governo italiano per persuaderlo a non entrare in guerra. Ma tutto fu vano.

    Alcuni sostengono che Pio XII avesse simpatie filogermaniche...

    Non è vero. Da un documento del Foreign Office risulta che Pio XII era in contatto con i generali tedeschi che volevano rovesciare Hitler. Pio XII trasmise a Londra la proposta dei generali tedeschi che volevano rovesciare il dittatore e che chiedevano garanzie per una pace onorevole. Ma gli inglesi non si fidarono e lasciarono cadere nel vuoto la proposta.
    Risulta inoltre, da un documento che ho trovato nell’archivio dell’ambasciata di Francia a Roma, che Pio XII fece pervenire segretamente nel maggio del 1940, agli ambasciatori di Francia ed Inghilterra, la data esatta in cui l’offensiva tedesca sarebbe iniziata. Un’informazione di importanza vitale che Pio XII non ebbe esitazione a comunicare.

    Si rimprovera a Pio XII di non aver fatto una denuncia pubblica del nazismo...

    "Pio XII ha preso più volte in seria considerazione la possibilità di fare una denuncia pubblica del nazismo. Ma sapeva anche di mettere a rischio la vita di tante persone. Già dopo la pubblicazione della Mit Brennender Sorge aveva avuto modo di vedere che non c’era stato alcun beneficio, al contrario, la situazione si era ulteriormente aggravata. Pio XII sapeva che una dichiarazione pubblica “deve essere considerata e pesata con serietà e profondità, nell’interesse di coloro che più soffrono”.
    Anche la Croce Rossa era giunta alle stesse conclusioni: “le proteste non servono ed anzi potrebbero recare danno alle persone che si intendono aiutare”.
    A questo proposito l’americano Robert M.W. Kempner, pubblico accusatore al Tribunale di Norimberga contro i crimini di guerra ha scritto: "Tutti gli argomenti e gli scritti di propaganda eventualmente utilizzati dalla Chiesa cattolica contro Hitler avrebbero solo provocato un suicidio. All’esecuzione degli ebrei si sarebbe aggiunta quella dei preti cattolici".
    Infatti un’eventuale dichiarazione pubblica di Pio XII avrebbe dato occasione di presentare il santo Padre come nemico della Germania. Pio XII da pastore qual era non poteva non tener conto dei cattolici tedeschi. Nello stesso tempo il Papa non si faceva illusioni sulle intenzioni del terzo Reich. La persecuzione contro la Chiesa era già iniziata prima della guerra e si è manifestata per tutta la durata del terzo Reich. Mentre il Papa rimaneva in silenzio, la Segreteria di Stato, le delegazioni apostoliche e la Chiesa tutta agiva in una diffusa azione di soccorso nei confronti degli ebrei e di tutte le vittime della guerra".

    Una delle accuse rivolte a Pio XII è quella di non aver fatto abbastanza per i profughi ebrei...

    "Si tratta di una calunnia. I volumi 8, 9 e 10 degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale. sono zeppi di documenti in cui le comunità ebraiche, i rabbini di mezzo mondo e altri profughi ringraziano Pio XII e la Chiesa cattolica per gli aiuti e per quanto è stato fatto in loro favore. Inoltre il Padre Robert Leiber, segretario particolare di Pio XII, mi ha confermato che papa Pacelli aveva usato la sua fortuna personale proprio per soccorrere gli ebrei perseguitati dal nazismo
    In Croazia, Ungheria, e Romania, i Nunzi papali su diretta sollecitazione di Pio XII sono riusciti più volte a far sospendere le deportazioni.
    Nel suo messaggio natalizio del 1942 Pio XII denunciò tutte le crudeltà della guerra, la violazione del diritto internazionale che ha permesso crimini al limite dell’orrore ed evocò “le centinaia di migliaia di persone che senza alcuna colpa, solo per la loro nazionalità o la loro razza, sono destinate a morte”. Il 2 giugno del 1943 nella sua allocuzione concistoriale Pio XII ritornò ancora su questo tema parlando di coloro “che a causa della loro nazionalità, della loro razza sono destinati allo sterminio, ed avvertì che nessuno avrebbe potuto continuare a violare le leggi di Dio impunemente”.
    Pio XII non si preoccupò solo degli ebrei, egli estese l’azione caritatevole della Chiesa a tutte le vittime della guerra, senza distinzioni di nazionalità, di razza, di religione o di partito. Pio XII procedette silenziosamente e discretamente a rischio di apparire passivo e indifferente, ma portò l’aiuto sicuro alle vittime della guerra".

    È vero che c'era in cantiere un'enciclica contro il Nazismo e che poi non venne pubblicata?

    Nel giugno del 1938, mentre in Germania e nei paesi filonazisti infuriava l’odio razziale, il gesuita americano John LaFarge, di passaggio a Roma viene convocato a sorpresa da Pio XI. Il Papa ha in mente di predisporre un’enciclica contro il razzismo. John LaFarge, non lo sa, ma Pio XI ha letto con attenzione il suo "Interracial Justice ", un libro dove il giovane gesuita aveva spiegato che la divisione del genere umano in “razze” non ha alcun fondamento scientifico, nessuna base biologica, è solo un mito, una maschera che serve al mantenimento dei privilegi delle classi sociali più agiate.
    Gli storici che hanno ricostruito la storia sostengono che l’udienza ebbe luogo il 15 giugno, e che il Pio XI commissionò a LaFarge il compito di lavorare per l’enciclica "Humani generis unitas" (L’Unità del genere umano).
    Anche questa vicenda, che conferma la determinazione con cui la Santa Sede condannava il razzismo, è invece diventata fonte di calunnie contro Pio XII, il quale, secondo i detrattori, avrebbe rinunciato alla pubblicazione dell’enciclica.

    "Questa è una ipocrisia di chi attacca Pio XII. - afferma un pò seccato padre Blet - É vero che Pio XI ha fatto preparare un’enciclica che era però indirizzata contro il razzismo in generale. Non si faceva specifico riferimento all’antisemitismo. Pio XI chiese di scrivere la bozza dell’Enciclica al padre gesuita John LaFarge, uno specialista della questione razziale che in quel periodo si trovava a Roma. LaFarge lavorò tutta l’estate e poi consegnò il suo testo al Generale della Compagnia che la mandò per la lettura a la Civiltà Cattolica . Io ho avuto modo di leggere il testo ed è evidente che l'enciclica non era a punto. Si trattava solo di una prima bozza. C’erano molti argomenti interessanti ma non era assolutamente pubblicabile. In un punto La Farge scrisse che “è giusto rifiutare il sentimento antisemita ma questo non significa che la Chiesa non possa cautelarsi riguardo agli ebrei”.
    Non oso immaginare che cosa sarebbe successo oggi se Pio XII avesse acconsentito alla pubblicazione di quel testo".

    Pio XII era la corrente dei campi di sterminio?

    Il rabbino David Rosen presidente della sezione israeliana dell’Anti Defamation League, ha sollevato la questione della conoscenza previa dei campi della morte. Secondo Rosen, Pio XII ne conosceva l’esistenza perché Gerhart Riegner, attuale vicepresidente del World Jewish Congress inviò una lettera ad un Nunzio nel 1942 descrivendo che cosa accadeva nei campi di sterminio. Ma nei 12 volumi pubblicati poi dalla Santa Sede è riportata solo una breve nota con la quale Riegner accusa ricevuta della risposta del Vaticano, nella quale si promette di valutare quanto egli avesse scritto. Ho chiesto a padre Blet di precisare come si svolsero esattamente i fatti.

    Voci relative ai campi di sterminio -afferma Padre Blet - ne circolavano tante in quel periodo. Lo stesso ambasciatore polacco rifugiato in Vaticano sosteneva che i nazisti stavano massacrando gli ebrei. Ma era molto difficile verificare la realtà dei fatti. In ogni caso Pio XII già nel messaggio di Natale del 1942 parlò espressamente contro coloro che “per la sola ragione della loro nazionalità o razza perseguitano condannano a morte o a schiavitù progressiva” ed ha ripetuto questa denuncia nel discorso del 2 giugno 1943. In quel periodo nessuno denunciò i crimini tedeschi contro gli ebrei. Solo nel 1943 una dichiarazione congiunta degli alleati denunciò in modo generico gli abusi dei tedeschi, ma ancora non si parlava né di ebrei né di lager".
    Per quanto riguarda la lettera di cui parla Rosen, Padre Blet ha precisato: "Gerhart Riegner ha inviato al cardinale Bernardini, Nunzio a Berna, un promemoria in cui si parla della situazione degli ebrei nell'Europa centrale e Orientale con particolare riferimento agli israeliti slovacchi. Nello stesso promemoria si chiedeva al Santo Padre di intervenire. Questo promemoria è stata trasmesso al cardinale Maglione il 19 marzo 1942. In seguito a ciò, e come era già avvenuto anche prima, il Santo Padre ha incaricato il Nunzio di Bratislava di intervenire a favore degli ebrei slovacchi. Tutto ciò è chiaramente scritto nel Volume VIII pag. 466 degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale. É quindi evidente che non abbiamo nascosto nulla.

    Perché il Rabbino Leo Klenicki, della Anti Defamation League, ha richiesto di nuovo l’apertura degli archivi vaticani?

    L’atteggiamento di sfiducia nei confronti del lavoro già svolto mi sembra assurdo. Se non si crede all’onestà della nostra pubblicazione, si potrebbe dubitare anche dell’archivista che avrebbe potuto distruggere qualsiasi documento.
    Capisco che è molto suggestivo raccontare chissà quali storie sull’operato di Pio XII ma la realtà è ben diversa. Per scrivere i 12 volumi abbiamo lavorato intensamente seguendo gli stessi criteri utilizzati per la pubblicazione dei volumi relativi agli anni Quaranta del Foreign Relations of the United States e cioè: non pubblicare documenti che chiamino in causa persone ancora in vita o che, rivelati, ostacolerebbero negoziati in atto.
    Inoltre bisogna considerare che trattandosi di un archivio non aperto al pubblico, non esistevano inventari sistematici finalizzati alla ricerca; i documenti non erano classificati, né in ordine strettamente cronologico, né in ordine geografico; quelli di carattere politico, quindi relativi alla guerra si trovavano talora insieme a documenti di carattere religioso, canonico o anche personale, rinchiusi in scatole abbastanza maneggevoli ma talvolta dal contenuto molto disparato. Informazioni relative alla Gran Bretagna potevano trovarsi in dossiers sulla Francia, se l’informazione era stata inviata tramite il Nunzio in Francia, e naturalmente interventi in favore di ostaggi belgi nelle scatole del nunzio a Berlino. Era necessario quindi esaminare ogni scatola e scorrerne tutto il contenuto per identificare i documenti relativi alla guerra. La ricerca era tuttavia resa più semplice grazie ad una vecchia regola della Segreteria di Stato in vigore dal tempo di Urbano VIII, la quale prescriveva ai Nunzi di trattare un solo argomento per lettera. Resta comunque ancora da fare l’inventario e la classificazione perché esso possa essere aperto agli studiosi.
    Vorrei inoltre precisare che si parla dell’archivio segreto Vaticano, ma il termine “segreto” oggi ha un significato diverso da quello originale di archivio “privato” della Santa Sede. Per ragioni di coscienza è interesse della Santa Sede fare in modo che gli studiosi possano consultare questi archivi per ricercare e stabilire la verità storica. Mi sembra comunque difficile che possano emergere elementi che possano contraddire quanto è ampiamente mostrato nei documenti già pubblicati.

    Nel mondo giornalistico circolano ipotesi suggestive come quella di un messaggio di papa Pacelli ad Hitler...

    Conosco la fonte di queste notizie, Le Monde del 3 dicembre scorso menziona come assente nella nostra pubblicazione la corrispondenza tra Pio XII e Hitler. Come ho già scritto anche ne la Civiltà Cattolica, se non abbiamo pubblicato la corrispondenza tra Pio XII e Hitler, è perché essa esiste unicamente nella fantasia del giornalista di Le Monde. Questi sostiene che ci sono stati contatti di Pacelli, Nunzio in Germania con Hitler, ma non tiene conto delle date: Hitler giunse al potere nel 1933, e mons. Pacelli era rientrato a Roma nel 1929, e Pio XI lo aveva creato cardinale il 16 dicembre e Segretario di Stato il 16 gennaio 1930. Inoltre, se quella corrispondenza fosse esistita, le lettere del Papa sarebbero conservate negli archivi tedeschi e ve ne sarebbe traccia negli archivi del Ministero degli esteri del Reich. Le lettere di Hitler sarebbero finite in Vaticano, ma se ne troverebbe menzione nelle istruzioni agli ambasciatori di Germania incaricati di consegnarle. Visto che non esiste nessuna traccia di tutto ciò, si deve dire che la serietà della nostra pubblicazione è stata messa in dubbio senza l’ombra di una prova.

    Il rabbino David Rosen sostiene che le dichiarazioni dell’Episcopato francese in merito alle responsabilità della Chiesa sono più esplicite del Documento Vaticano sulla Shoah...

    Nel documento dei Vescovi francesi si accusano delle persone per non aver disapprovato le leggi di Vichy sugli ebrei, ma la responsabilità dell’olocausto è ben altra cosa.
    Bisogna stare attenti a non confondere l’errore con la colpa. Mentre l’errore va deplorato la colpa nel mondo di oggi assume immediatamente il valore di condanna. C’è anche da aggiungere che in Francia ci sono stati innumerevoli casi di autentica carità ed eroismo del clero e delle comunità cattoliche per nascondere e salvare migliaia di ebrei.
    Per questo motivo lo Stato di Israele ha onorato tanti sacerdoti, religiosi e attivisti cattolici con il titolo di “Giusti tra le nazioni”.

    Qual è la sua valutazione del documento Vaticano sulla Shoah?

    "Anche se non tocca a me esprimere giudizi penso che si tratti di un documento molto chiaro in cui si distingue giustamente tra l’antigiudiasimo, che ha diverse radici nell’universo cristiano, e l’antisemitismo, condannato fin dall’inizio dalla Chiesa. Pochi ne conoscono l’esistenza ma esiste una dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede già nel marzo 1928 in cui si condanna l’antisemitismo. Ci sono poi le condanne dei Vescovi tedeschi contro il razzismo. I Vescovi avevano deciso di rifiutare i sacramenti a chi avesse aderito al partito nazista.
    É pur vero che molti cristiani hanno aderito al partito nazista ed all’antisemismo ma in quel caso tradirono la loro fede così come è successo per alcuni ebrei che hanno collaborato allo sterminio dei loro fratelli, tradendo la loro fede e il loro popolo.
    La Chiesa non può sentirsi responsabile di uno che rinnega il battesimo anche se lo deplora".
    "

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    Rabbino di New York chiede che Pio XII venga riconosciuto come “Giusto”

    «Nel Talmud è scritto: “chi salva una vita salva il mondo intero” ebbene più che ogni altro nel Ventesimo secolo Pio XII ha rispettato questa indicazione. Nessun altro Papa è stato così magnanimo con gli ebrei. L’intera generazione dei sopravvissuti all’Olocausto, testimonia che Pio XII fu autenticamente e profondamente un “giusto”». Con queste parole si conclude un lungo articolo scritto dal Rabbino David Dalin sulla rivista statunitense «The Weekly Standard». David Dalin è un personalità di spicco del mondo ebraico statunitense, uno dei suoi libri «Religion and State in the American Jewish Experience» è stato indicato come uno dei migliori lavori accademici del 1998. Rabbino a New York Dalin ha tenuto diverse conferenze sui rapporti ebraico cristiani nelle Università di Hartford Trinity College, George Washington e Queens College di New York. La rivista «The Weekly Standard» è espressione dell’élite neoconservatrice americana. Dalin sostiene che molti dei libri pubblicati recentemente rivelano una scarsa comprensione di come Pio XII fosse un oppositore del nazismo e di quanto fece per salvare gli ebrei dall’olocausto. A questo proposito il rabbino di New York cita una grande numero di fatti, documenti, dichiarazioni e libri.
    «Pio XII fu uno dei personaggi più critici del nazismo - ha scritto Dalin- Su 44 discorsi che Pacelli pronunciò in Germania tra il 1917 ed il 1929, quaranta denunciano i pericoli dell’emergente ideologia nazista. Nel marzo del 1935 scrisse una lettera aperta al Vescovo di Colonia chiamando i nazisti “falsi profeti con la superbia di Lucifero”. Nello stesso anno denunciò in un discorso a Lourdes le ideologie “possedute dalla superstizione della razza e sangue”. La sua prima enciclica “Summi Pontificatus” del 1939 fu così chiaramente anti razzista che aerei alleati ne lanciarono migliaia di copie sulla Germania nel tentativo di istigare un sentimento anti nazista». In merito a coloro che si sono lamentati chiedendo che Pio XII avrebbe dovuto parlare più forte contro il nazismo, Dalin riporta le parole di Marcus Melchior il rabbino capo di Danimarca, sopravvissuto alla Shoah, il quale ha detto: «Se il papa avesse parlato Hitler avrebbe massacrato molti di più dei sei milioni di ebrei e forse 10 milioni di cattolici» E Kempner, pubblica accusa per gli Stati Uniti al Processo di Norimberga ha aggiunto: «Ogni azione di propaganda ispirata dalla Chiesa cattolica contro Hitler sarebbe stata un suicidio e avrebbe portato all’esecuzione di molti più ebrei e cristiani». Circa l’opera di assistenza agli ebrei il rabbino Dalin ha ricordato che: «Nei mesi in cui Roma fu occupata dai nazisti Pio XII istruì il clero a salvare gli ebrei con tutti i mezzi. Il cardinale Boetto di Genova da solo ne salvò almeno 800 Il Vescovo di Assisi trecento. Quando al cardinale Palazzini fu consegnata la medaglia dei Giusti per aver salvato gli ebrei nel Seminario Romano, egli affermò: “Il merito è interamente di Pio XII che ordinò di fare ogni cosa nelle nostre possibilità per salvare gli ebrei dalla persecuzione”. L’opera di assistenza di Papa Pacelli era così nota che nel 1955 quando l’Italia celebrò il decimo anniversario della Liberazione, l’Unione delle Comunità Israelitiche proclamò il 17 aprile «Giorno della gratitudine” per l’assistenza fornita dal Papa durante il periodo della guerra. Dalin conclude il suo articolo affermando che «contrariamente a quanto scritto da John Cornwell secondo cui Pio XII fu il papa di Hitler, io credo che papa Pacelli fu il più grande sostenitore degli ebrei».

    Sintesi da: David G. Dalin, «Pius XII and the Jews», The Weekly Standard, 23 (26/2/2001 vol. 6).
    http://www.weeklystandard.com/magazine/

    Even before Pius XII died in 1958, the charge that his papacy had been friendly to the Nazis was circulating in Europe, a piece of standard Communist agitprop against the West. It sank for a few years under the flood of tributes, from Jews and gentiles alike, that followed the pope's death, only to bubble up again with the 1963 debut of The Deputy, a play by a left-wing German writer (and former member of the Hitler Youth) named Rolf Hochhuth.

    The Deputy was fictional and highly polemical, claiming that Pius XII's concern for Vatican finances left him indifferent to the destruction of European Jewry. But Hochhuth's seven-hour play nonetheless received considerable notice, sparking a controversy that lasted through the 1960s. And now, more than thirty years later, that controversy has suddenly broken out again, for reasons not immediately clear.

    Indeed, "broken out" doesn't describe the current torrent. In the last eighteen months, nine books that treat Pius XII have appeared: John Cornwell's Hitler's Pope, Pierre Blet's Pius XII and the Second World War, Garry Wills's Papal Sin, Margherita Marchione's Pope Pius XII, Ronald J. Rychlak's Hitler, the War and the Pope, Michael Phayer's The Catholic Church and the Holocaust, 1930-1965, Susan Zuccotti's Under His Very Windows, Ralph McInerny's The Defamation of Pius XII, and, most recently, James Carroll's Constantine's Sword.

    Since four of these—the ones by Blet, Marchione, Rychlak, and McInerny—are defenses of the pope (and two, the books by Wills and Carroll, take up Pius only as part of a broad attack against Catholicism), the picture may look balanced. In fact, to read all nine is to conclude that Pius's defenders have the stronger case—with Rychlak's Hitler, the War and the Pope the best and most careful of the recent works, an elegant tome of serious, critical scholarship.

    Still, it is the books vilifying the pope that have received most of the attention, particularly Hitler's Pope, a widely reviewed volume marketed with the announcement that Pius XII was "the most dangerous churchman in modern history," without whom "Hitler might never have . . . been able to press forward." The "silence" of the pope is becoming more and more firmly established as settled opinion in the American media: "Pius XII's elevation of Catholic self-interest over Catholic conscience was the lowest point in modern Catholic history," the New York Times remarked, almost in passing, in a review last month of Carroll's Constantine's Sword.

    Curiously, nearly everyone pressing this line today—from the ex-seminarians John Cornwell and Garry Wills to the ex-priest James Carroll—is a lapsed or angry Catholic. For Jewish leaders of a previous generation, the campaign against Pius XII would have been a source of shock. During and after the war, many well-known Jews—Albert Einstein, Golda Meir, Moshe Sharett, Rabbi Isaac Herzog, and innumerable others—publicly expressed their gratitude to Pius. In his 1967 book Three Popes and the Jews, the diplomat Pinchas Lapide (who served as Israeli consul in Milan and interviewed Italian Holocaust survivors) declared Pius XII "was instrumental in saving at least 700,000, but probably as many as 860,000 Jews from certain death at Nazi hands."

    This is not to say that Eugenio Pacelli — the powerful churchman who served as nuncio in Bavaria and Germany from 1917 to 1929, then as Vatican secretary of state from 1930 to 1939, before becoming Pope Pius XII six months before World War II began — was as much a friend to the Jews as John Paul II has been. Nor is it to say that Pius was ultimately successful as a defender of Jews. Despite his desperate efforts to maintain peace, the war came, and, despite his protests against German atrocities, the slaughter of the Holocaust occurred. Even without benefit of hindsight, a careful study reveals that the Catholic Church missed opportunities to influence events, failed to credit fully the Nazis' intentions, and was infected in some of its members with a casual anti-Semitism that would countenance—and, in a few horrifying instances, affirm—the Nazi ideology.

    But to make Pius XII a target of our moral outrage against the Nazis, and to count Catholicism among the institutions delegitimized by the horror of
    the Holocaust, reveals a failure of historical understanding. Almost none of the recent books about Pius XII and the Holocaust is actually about Pius XII and the Holocaust. Their real topic proves to be an intra-Catholic argument about the direction of the Church today, with the Holocaust simply the biggest club available for liberal Catholics to use against traditionalists. A theological debate about the future of the papacy is obviously something in which non-Catholics should not involve themselves too deeply. But Jews, whatever their feelings about the Catholic Church, have a duty to reject any attempt to usurp the Holocaust and use it for partisan purposes in such a debate—particularly when the attempt disparages the testimony of Holocaust survivors and spreads to inappropriate figures the condemnation that belongs to Hitler and the Nazis.
    The technique for recent attacks on Pius XII is simple. It requires only that favorable evidence be read in the worst light and treated to the strictest test, while unfavorable evidence is read in the best light and treated to no test.
    So, for instance, when Cornwell sets out in Hitler's Pope to prove Pius an anti-Semite (an accusation even the pontiff's bitterest opponents have rarely leveled), he makes much of Pacelli's reference in a 1917 letter to the "Jewish cult"—as though for an Italian Catholic prelate born in 1876 the word "cult" had the same resonances it has in English today, and as though Cornwell himself does not casually refer to the Catholic cult of the Assumption and the cult of the Virgin Mary. (The most immediately helpful part of Hitler, the War and the Pope may be the thirty-page epilogue Rychlak devotes to demolishing this kind of argument in Hitler's Pope).
    The same pattern is played out in Susan Zuccotti's Under His Very Windows. For example: There exists testimony from a Good Samaritan priest that Bishop Giuseppe Nicolini of Assisi, holding a letter in his hand, declared that the pope had written to request help for Jews during the German roundup of Italian Jews in 1943. But because the priest did not actually read the letter, Zuccotti speculates that the bishop may have been deceiving him—and thus that this testimony should be rejected.
    Compare this skeptical approach to evidence with her treatment, for example, of a 1967 interview in which the German diplomat Eitel F. Mollhausen said he had sent information to the Nazis' ambassador to the Vatican, Ernst von Weizsäcker, and "assumed" that Weizsäcker passed it on to Church "officials." Zuccotti takes this as unquestionable proof that the pope had direct foreknowledge of the German roundup. (A fair reading suggests Pius had heard rumors and raised them with the Nazi occupiers. Princess Enza Pignatelli Aragona reported that when she broke in on the pope with the news of the roundup early on the morning of October 16, 1943, his first words were: "But the Germans had promised not to touch the Jews!").
    With this dual standard, recent writers have little trouble arriving at two pre-ordained conclusions. The first is that the Catholic Church must shoulder the blame for the Holocaust: "Pius XII was the most guilty," as Zuccotti puts it. And the second is that Catholicism's guilt is due to aspects of the Church that John Paul II now represents.
    Indeed, in the concluding chapter of Hitler's Pope and throughout Papal Sin and Constantine's Sword, the parallel comes clear: John Paul's traditionalism is of a piece with Pius's alleged anti-Semitism; the Vatican's current stand on papal authority is in a direct line with complicity in the Nazis' extermination of the Jews. Faced with such monstrous moral equivalence and misuse of the Holocaust, how can we not object?

    It is true that during the controversy over The Deputy and again during the Vatican's slow hearing of the case for his canonization (ongoing since 1965), Pius had Jewish detractors. In 1964, for example, Guenter Lewy produced The Catholic Church and Nazi Germany, and, in 1966, Saul Friedländer added Pius XII and the Third Reich. Both volumes claimed that Pius's anti-communism led him to support Hitler as a bulwark against the Russians.
    As accurate information on Soviet atrocities has mounted since 1989, an obsession with Stalinism seems less foolish than it may have in the mid-1960s. But, in fact, the evidence has mounted as well that Pius accurately ranked the threats. In 1942, for example, he told a visitor, "The Communist danger does exist, but at this time the Nazi danger is more serious." He intervened with the American bishops to support lend-lease for the Soviets, and he explicitly refused to bless the Nazi invasion of Russia. (The charge of overheated anti-communism is nonetheless still alive: In Constantine's Sword, James Carroll attacks the 1933 concordat Hitler signed for Germany by asking, "Is it conceivable that Pacelli would have negotiated any such agreement with the Bolsheviks in Moscow?”—apparently not realizing that in the mid-1920s, Pacelli tried exactly that.)
    In any case, Pius had his Jewish defenders as well. In addition to Lapide's Three Popes and the Jews, one might list A Question of Judgment, the 1963 pamphlet from the Anti-Defamation League's Joseph Lichten, and the excoriating reviews of Friedländer by Livia Rotkirchen, the historian of Slovakian Jewry at Yad Vashem. Jeno Levai, the great Hungarian historian, was so angered by ccusations of papal silence that he rote Pius XII Was Not Silent (published in English in 1968), with a powerful ntroduction by Robert M.W. Kempner, deputy chief U.S. prosecutor at Nuremberg.
    In response to the new attacks on Pius, several Jewish scholars have spoken out over the last year. Sir Martin Gilbert told an interviewer that Pius deserves
    not blame but thanks. Michael Tagliacozzo, the leading authority on Roman Jews during the Holocaust, added, "I have a folder on my table in Israel entitled ‘Calumnies Against Pius XII.' . . . Without him, many of our own would not be alive." Richard Breitman (the only historian authorized to study U.S. espionage files from World War II) noted that secret documents prove the extent to which "Hitler distrusted the Holy See because it hid Jews."

    Still, Lapide's 1967 book remains the most influential work by a Jew on the topic, and in the thirty-four years since he wrote, much material has become available in the Vatican's archives and elsewhere. New oral-history centers have athered an impressive body of interviews with Holocaust survivors, military chaplains, and Catholic civilians. Given the recent attacks, the time has come for a new defense of Pius—because, despite allegations to the contrary, the best historical evidence now confirms both that Pius XII was not silent and that almost no one at the time thought him so.
    In January 1940, for instance, the pope issued instructions for Vatican Radio to reveal "the dreadful cruelties of uncivilized tyranny" the Nazis were
    inflicting on Jewish and Catholic Poles. Reporting the broadcast the following week, the Jewish
    Advocate of Boston praised it for what it was: an "outspoken denunciation of German atrocities
    in Nazi Poland, declaring they affronted the moral conscience of mankind." The New York
    Times editorialized: "Now the Vatican has spoken, with authority that cannot be questioned,
    and has confirmed the worst intimations of terror which have come out of the Polish
    darkness." In England, the Manchester Guardian hailed Vatican Radio as "tortured Poland's
    most powerful advocate."

    Any fair and thorough reading of the evidence demonstrates that
    Pius XII was a persistent critic of Nazism. Consider just a few highlights of his
    opposition before the war:
    Of the forty-four speeches Pacelli gave in Germany as papal
    nuncio between 1917 and 1929, forty denounced some aspect of the emerging Nazi
    ideology.
    In March 1935, he wrote an open letter to the bishop of
    Cologne calling the Nazis "false prophets with the pride of Lucifer."
    That same year, he assailed ideologies "possessed by the
    superstition of race and blood" to an enormous crowd of pilgrims at Lourdes. At
    Notre Dame in Paris two years later, he named Germany "that noble and powerful
    nation whom bad shepherds would lead astray into an ideology of race."
    The Nazis were "diabolical," he told friends privately.
    Hitler "is completely obsessed," he said to his long-time secretary, Sister
    Pascalina. "All that is not of use to him, he destroys; . . . this man is capable of trampling
    on corpses." Meeting in 1935 with the heroic anti-Nazi Dietrich von Hildebrand, he
    declared, "There can be no possible reconciliation" between Christianity and Nazi
    racism; they were like "fire and water."
    The year after Pacelli became secretary of state in 1930,
    Vatican Radio was established, essentially under his control. The Vatican
    newspaper L'Osservatore Romano had an uneven record, though it would improve as
    Pacelli gradually took charge (extensively reporting Kristallnacht in 1938, for
    example). But the radio station was always good—making such controversial
    broadcasts as the request that listeners pray for the persecuted Jews in Germany after the
    1935 Nuremberg Legislation.
    It was while Pacelli was his predecessor's chief adviser
    that Pius XI made the famous statement to a group of Belgian pilgrims in 1938 that
    "anti-Semitism is inadmissible; spiritually we are all Semites." And it was Pacelli who
    drafted Pius XI's encyclical Mit brennender Sorge, "With Burning Concern," a
    condemnation of Germany among the harshest ever issued by the Holy See. Indeed,
    throughout the 1930s, Pacelli was widely lampooned in the Nazi press as Pius XI's
    "Jew-loving" cardinal, because of the more than fifty-five protests he sent the
    Germans as the Vatican secretary of state.
    To these must be added highlights of Pius XII's actions during
    the war:
    His first encyclical, Summi Pontificatus, rushed out in
    1939 to beg for peace, was in part a declaration that the proper role of the papacy was
    to plead to both warring sides rather than to blame one. But it very pointedly
    quoted St. Paul—“there is neither Gentile nor Jew”—using the word "Jew" specifically
    in the context of rejecting racial ideology. The New York Times greeted the
    encyclical with a front-page headline on October 28, 1939: "Pope Condemns
    Dictators, Treaty Violators, Racism." Allied airplanes dropped thousands of
    copies on Germany in an effort to raise anti-Nazi sentiment.
    In 1939 and 1940, Pius acted as a secret intermediary
    between the German plotters against Hitler and the British. He would similarly risk
    warning the Allies about the impending German invasions of Holland, Belgium, and France.
    In March 1940, Pius granted an audience to Joachim von
    Ribbentrop, the German foreign minister and the only high-ranking Nazi to bother
    visiting the Vatican. The Germans' understanding of Pius's position, at least, was
    clear: Ribbentrop chastised the pope for siding with the Allies. Whereupon Pius began
    reading from a long list of German atrocities. "In the burning words he spoke to Herr
    Ribbentrop," the New York Times reported on March 14, Pius "came to the defense
    of Jews in Germany and Poland."
    When French bishops issued pastoral letters in 1942
    attacking deportations, Pius sent his nuncio to protest to the Vichy government against
    "the inhuman arrests and deportations of Jews from the French-occupied zone to
    Silesia and parts of Russia." Vatican Radio commented on the bishops' letters six days in
    a row—at a time when listening to Vatican Radio was a crime in Germany and
    Poland for which some were put to death. ("Pope Is Said to Plead for Jews Listed for
    Removal from France," the New York Times headline read on August 6, 1942. "Vichy
    Seizes Jews; Pope Pius Ignored," the Times reported three weeks later.) In
    retaliation, in the fall of 1942, Goebbels's office distributed ten million copies of a
    pamphlet naming Pius XII as the "pro-Jewish pope" and explicitly citing his interventions
    in France.
    In the summer of 1944, after the liberation of Rome but
    before the war's end, Pius told a group of Roman Jews who had come to thank him for
    his protection: "For centuries, Jews have been unjustly treated and despised. It
    is time they were treated with justice and humanity, God wills it and the Church
    wills it. St. Paul tells us that the Jews are our brothers. They should also be welcomed as
    friends."
    As these and hundreds of other examples are disparaged, one by
    one, in recent books attacking Pius XII, the reader loses sight of the huge bulk of
    them, their cumulative effect that left no one, the Nazis least of all, in doubt about the pope's
    position.
    A deeper examination reveals the consistent pattern. Writers like
    Cornwell and Zuccotti see the pope's 1941 Christmas address, for example, as notable
    primarily for its failure to use the language we would use today. But contemporary observers thought
    it quite explicit. In its editorial the following day, the New York Times declared, "The
    voice of Pius XII is a lonely voice in the silence and darkness enveloping Europe this
    Christmas. . . . In calling for a ‘real new order' based on ‘liberty, justice, and love,' . . . the pope
    put himself squarely against Hitlerism."
    So, too, the pope's Christmas message the following year—in which
    he expressed his concern "for those hundreds of thousands who, without any fault of their
    own, sometimes only by reason of their nationality or race, are marked down for death or
    progressive extinction”—was widely understood to be a public condemnation of the Nazi
    extermination of the Jews. Indeed, the Germans themselves saw it as such: "His speech is one
    long attack on everything we stand for. . . . He is clearly speaking on behalf of the Jews.
    . . . He is virtually accusing the German people of injustice toward the Jews, and makes himself the
    mouthpiece of the Jewish war criminals," an internal Nazi analysis reads.
    This Nazi awareness, moreover, had potentially dire consequences.
    There were ample precedents for the pope to fear an invasion: Napoleon had
    besieged the Vatican in 1809, capturing Pius VII at bayonet point; Pius IX fled Rome for his
    life after the assassination of his chancellor; and Leo XIII was driven into temporary exile in
    the late nineteenth century.
    Still, Pius XII was "ready to let himself be deported to a
    concentration camp, rather than do anything against his conscience," Mussolini's foreign minister
    railed. Hitler spoke openly of entering the Vatican to "pack up that whole whoring rabble," and
    Pius knew of the various Nazi plans to kidnap him. Ernst von Weizsäcker has written that
    he regularly warned Vatican officials against provoking Berlin. The Nazi ambassador to Italy,
    Rudolf Rahn, similarly describes one of Hitler's kidnapping plots and the effort by
    German diplomats to prevent it. General Carlo Wolff testified to having received orders from
    Hitler in 1943 to "occupy as soon as possible the Vatican and Vatican City, secure the
    archives and the art treasures, which have a unique value, and transfer the pope, together with
    the Curia, for their protection, so that they cannot fall into the hands of the Allies
    and exert a political influence." Early in December 1943, Wolff managed to talk Hitler out of the
    plan.
    In assessing what actions Pius XII might have taken, many (I
    among them) wish that explicit excommunications had been announced. The Catholic-born Nazis had
    already incurred automatic excommunication, for everything from failure to attend
    Mass to unconfessed murder to public repudiation of Christianity. And, as his
    writings and table-talk make clear, Hitler had ceased to consider himself a Catholic—indeed,
    considered himself an anti-Catholic—long before he came to power. But a papal
    declaration of excommunication might have done some good.

    Then again, it might not. Don Luigi Sturzo, founder of the
    Christian Democratic movement in wartime Italy, pointed out that the last times "a nominal
    excommunication was pronounced against a head of state," neither Queen Elizabeth I nor Napoleon
    had changed policy. And there is reason to believe provocation would, as Margherita
    Marchione puts it, "have resulted in violent retaliation, the loss of many more Jewish lives,
    especially those then under the protection of the Church, and an intensification of the
    persecution of Catholics."
    Holocaust survivors such as Marcus Melchior, the chief rabbi of
    Denmark, argued that "if the pope had spoken out, Hitler would probably have massacred more
    than six million Jews and perhaps ten times ten million Catholics, if he had the power to
    do so." Robert M.W. Kempner called upon his experience at the Nuremberg trials to say
    (in a letter to the editor after Commentary published an excerpt from Guenter Lewy in 1964),
    "Every propaganda move of the Catholic Church against Hitler's Reich would have
    been not only ‘provoking suicide,' . . . but would have hastened the execution of still
    more Jews and priests."
    This is hardly a speculative concern. A Dutch bishops' pastoral
    letter condemning "the unmerciful and unjust treatment meted out to Jews" was read in
    Holland's Catholic churches in July 1942. The well-intentioned letter—which declared that it
    was inspired by Pius XII—backfired. As Pinchas Lapide notes: "The saddest and most
    thought-provoking conclusion is that whilst the Catholic clergy in Holland
    protested more loudly, expressly, and frequently against Jewish persecutions than the religious
    hierarchy of any other Nazi-occupied country, more Jews—some 110,000 or 79 percent of
    the total—were deported from Holland to death camps."
    Bishop Jean Bernard of Luxembourg, an inmate of Dachau from 1941
    to 1942, notified the Vatican that "whenever protests were made, treatment of prisoners
    worsened immediately." Late in 1942, Archbishop Sapieha of Cracow and two other Polish
    bishops, having experienced the Nazis' savage reprisals, begged Pius not to
    publish his letters about conditions in Poland. Even Susan Zuccotti admits that in the case
    of the Roman Jews the pope "might well have been influenced by a concern for Jews in
    hiding and for their Catholic protectors."

    One might ask, of course, what could have been worse than the
    mass murder of six million Jews? The answer is the slaughter of hundreds of thousands more.
    And it was toward saving those it could that the Vatican worked. The fate of Italian Jews
    has become a major topic of Pius's critics, the failure of Catholicism at its home supposedly
    demonstrating the hypocrisy of any modern papal claim to moral authority. (Notice, for
    example, Zuccotti's title: Under His Very Windows.) But the fact remains that while approximately
    80 percent of European Jews perished during World War II, 80 percent of Italian Jews
    were saved.

    In the months Rome was under German occupation, Pius XII
    instructed Italy's clergy to save lives by all means. (A neglected source for Pius's actions during
    this time is the 1965 memoir But for the Grace of God, by Monsignor J. Patrick Carroll-Abbing,
    who worked under Pius as a rescuer.) Beginning in October 1943, Pius asked churches and
    convents throughout Italy to shelter Jews. As a result—and despite the fact that Mussolini
    and the Fascists yielded to Hitler's demand for deportations—many Italian Catholics defied
    the German orders.

    In Rome, 155 convents and monasteries sheltered some five thousand Jews. At least three thousand found refuge at the pope's summer residence at Castel Gandolfo. Sixty Jews lived for nine months at the Gregorian University, and many were sheltered in the cellar of the pontifical biblical institute. Hundreds found sanctuary within the Vatican itself. Following Pius's instructions, individual Italian priests, monks, nuns, cardinals, and bishops were instrumental in preserving thousands of Jewish lives. Cardinal Boetto of Genoa saved at least eight hundred. The bishop of Assisi hid three hundred Jews for over two years. The bishop of Campagna and two of his relatives saved 961 more in Fiume.

    Cardinal Pietro Palazzini, then assistant vice rector of the Seminario Romano, hid Michael Tagliacozzo and other Italian Jews at the seminary (which was Vatican property) for several months in 1943 and 1944. In 1985, Yad Vashem, Israel's Holocaust Memorial, honored the cardinal as a righteous gentile—and, in accepting the honor, Palazzini stressed that "the merit is entirely Pius XII's, who ordered us to do whatever we could to save the Jews from persecution." Some of the laity helped as well, and, in their testimony afterwards, consistently attributed their inspiration to the pope.

    Again, the most eloquent testimony is the Nazis' own. Fascist documents published in 1998 (and summarized in Marchione's Pope Pius XII) speak of a German plan, dubbed "Rabat-Fohn," to be executed in January 1944. The plan called for the eighth division of the SS cavalry, disguised as Italians, to seize St. Peter's and "massacre Pius XII with the entire Vatican”—and specifically names "the papal protest in favor of the Jews" as the cause.

    A similar story can be traced across Europe. There is room to argue that more ought to have been attempted by the Catholic Church—for the unanswerable facts remain that Hitler did come to power, World War II did occur, and six million Jews did die. But the place to begin that argument is with the truth that people of the time, Nazis and Jews alike, understood the pope to be the world's most prominent opponent of the Nazi ideology.

    As early as December 1940, in an article in Time magazine, Albert Einstein paid tribute to Pius: "Only the Church stood squarely across the path of Hitler's campaign for suppressing the truth. I never had any special interest in the Church before, but now I feel a great affection and admiration because the Church alone has had the courage and persistence to stand for intellectual truth and moral freedom. I am forced thus to confess that what I once despised, I now praise unreservedly."

    In 1943, Chaim Weizmann, who would become Israel's first president, wrote that "the Holy See is lending its powerful help wherever it can, to mitigate the fate of my persecuted co-religionists." Moshe Sharett, Israel's second prime minister, met with Pius in the closing days of the war and "told him that my first duty was to thank him, and through him the Catholic Church, on behalf of the Jewish public for all they had done in the various countries to rescue Jews."

    Rabbi Isaac Herzog, chief rabbi of Israel, sent a message in February 1944 declaring, "The people of Israel will never forget what His Holiness and his illustrious delegates, inspired by the eternal principles of religion, which form the very foundation of true civilization, are doing for our unfortunate brothers and sisters in the most tragic hour of our history, which is living proof of Divine Providence in this world."

    In September 1945, Leon Kubowitzky, secretary general of the World Jewish Congress, personally thanked the pope for his interventions, and the World Jewish Congress donated $20,000 to Vatican charities "in recognition of the work of the Holy See in rescuing Jews from Fascist and Nazi persecutions."

    In 1955, when Italy celebrated the tenth anniversary of its liberation, the Union of Italian Jewish Communities proclaimed April 17 a "Day of Gratitude" for the pope's wartime assistance.

    On May 26, 1955, the Israeli Philharmonic Orchestra flew to Rome to give in the Vatican a special performance of Beethoven's Seventh Symphony —an expression of the State of Israel's enduring gratitude to the pope for help given the Jewish people during the Holocaust.

    This last example is particularly significant. As a matter of state policy, the Israeli Philharmonic has never played the music of Richard Wagner, because of his well-known reputation as "Hitler's composer," the cultural patron saint of the Third Reich. During the 1950s especially, the Israeli public, hundreds of thousands of whom were Holocaust survivors, still viewed Wagner as a symbol of the Nazi regime. It is inconceivable that the Israeli government would have paid for the entire orchestra to travel to Rome to pay tribute to "Hitler's pope." On the contrary, the Israeli Philharmonic's unprecedented concert in the Vatican was a unique communal gesture of collective recognition for a great friend of the Jewish people.

    Hundreds of other memorials could be cited. In her conclusion to Under His Very Windows, Susan Zuccotti dismisses — as wrong-headed, ill-informed, or even devious — the praise Pius XII received from Jewish leaders and scholars, as well as expressions of gratitude from the Jewish chaplains and Holocaust survivors who bore personal witness to the assistance of the pope.

    That she does so is disturbing. To deny the legitimacy of their gratitude to Pius XII is tantamount to denying the credibility of their personal testimony and judgment about the Holocaust itself. "More than all others," recalled Elio Toaff, an Italian Jew who lived through the Holocaust and later became chief rabbi of Rome, "we had the opportunity of experiencing the great compassionate goodness and magnanimity of the pope during the unhappy years of the persecution and terror, when it seemed that for us there was no longer an escape."

    But Zuccotti is not alone. There is a disturbing element in nearly all the current work on Pius. Except for Rychlak's Hitler, the War and the Pope, none of the recent books — from Cornwell's vicious attack in Hitler's Pope to McInerny's uncritical defense in The Defamation of Pius XII — is finally about the Holocaust. All are about using the sufferings of Jews fifty years ago to force changes upon the Catholic Church today.

    It is this abuse of the Holocaust that must be rejected. A true account of Pius XII would arrive, I believe, at exactly the opposite to Cornwell's conclusion: Pius XII was not Hitler's pope, but the closest Jews had come to having a papal supporter — and at the moment when it mattered most.

    Writing in Yad Vashem Studies in 1983, John S. Conway — the leading authority on the Vatican's eleven-volume Acts and Documents of the Holy See During the Second World War — concluded: "A close study of the many thousands of documents published in these volumes lends little support to the thesis that ecclesiastical self-preservation was the main motive behind the attitudes of the Vatican diplomats. Rather, the picture that emerges is one of a group of intelligent and conscientious men, seeking to pursue the paths of peace and justice, at a time when these ideals were ruthlessly being rendered irrelevant in a world of ‘total war.’” These neglected volumes (which the English reader can find summarized in Pierre Blet's Pius XII and the Second World War) "will reveal ever more clearly and convincingly"—as John Paul told a group of Jewish leaders in Miami in 1987—“how deeply Pius XII felt the tragedy of the Jewish people, and how hard and effectively he worked to assist them."

    The Talmud teaches that "whosoever preserves one life, it is accounted to him by Scripture as if he had preserved a whole world." More than any other twentieth-century leader, Pius fulfilled this Talmudic dictum, when the fate of European Jewry was at stake. No other pope had been so widely praised by Jews — and they were not mistaken. Their gratitude, as well as that of the entire generation of Holocaust survivors, testifies that Pius XII was, genuinely and profoundly, a righteous gentile.

    By David G. Dalin.
    "

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    La leggenda alla prova degli archivi
    di Pierre Blet, S.I.
    (da L'OSSERVATORE ROMANO 27 marzo 1998)


    Quando morì il 9 ottobre 1958, Pio XII fu oggetto di omaggi unanimi di ammirazione e di gratitudine: "Il mondo - dichiarò il presidente Eisenhower - è ora più povero dopo la morte del Papa Pio XII". E Golda Meir, ministro degli Esteri dello Stato di Israele: "La vita del nostro tempo è stata arricchita da una voce che esprimeva le grandi verità morali al di sopra del tumulto dei conflitti quotidiani. Noi piangiamo un grande servitore della pace" (1). Pochi anni dopo, a partire dal 1963, egli era diventato l'eroe di una leggenda nera: durante la guerra, per calcolo politico o pusillanimità, egli sarebbe rimasto impassibile e silenzioso di fronte ai crimini contro l'umanità, che invece un suo intervento avrebbe bloccato.

    Quando le accuse si fondano su documenti, è possibile discutere l'interpretazione dei testi, verificare se essi sono stati fraintesi, recepiti acriticamente, mutilati o selezionati in un certo senso.

    Quando invece una leggenda viene costruita con elementi disparati e con un lavoro di immaginazione, la discussione non ha senso. L'unica cosa possibile è opporre al mito la realtà storica provata da documenti incontestabili. A tal fine sin dal 1964 il Papa Paolo VI, che, come Sostituto della Segreteria di Stato, era stato uno dei più stretti collaboratori di Pio XII, autorizzò la pubblicazione dei documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale.

    L'impostazione di "Actes et Documents"

    L'archivio della Segreteria di Stato conserva infatti i dossier nei quali è possibile seguire spesso di giorno in giorno, a volte di ora in ora, l'attività del Papa e dei suoi uffici. Vi si trovano i messaggi e i discorsi di Pio XII, le lettere scambiate tra il Papa e le autorità civili ed ecclesiastiche, note della Segreteria di Stato, note di servizio dei subalterni ai superiori per comunicare informazioni e proposte e, inoltre, note private (in particolare quelle di Mons. Tardini, che aveva l'abitudine, felicissima per gli storici, di riflettere penna alla mano), la corrispondenza della Segreteria di Stato con i rappresentanti esterni della Santa Sede (Nunzi, Internunzi e Delegati apostolici) e le note diplomatiche scambiate tra la Segreteria di Stato e gli ambasciatori o i ministri accreditati presso la Santa Sede. Questi documenti sono, per lo più, spediti con il nome e la firma del Segretario di Stato o del Segretario della prima Sezione della stessa Segreteria: ciò non toglie che essi traducano le intenzioni del Papa.

    Partendo da tali documenti sarebbe stato possibile scrivere un'opera che descrivesse quali erano stati l'atteggiamento e la politica del Papa durante la seconda guerra mondiale. Oppure si sarebbe potuto comporre un libro bianco, per dimostrare l'infondatezza delle accuse contro Pio XII. Tanto più che, essendo l'addebito principale quello del silenzio, era facile, partendo dai documenti, porre in luce l'azione della Santa Sede in favore delle vittime della guerra e, in particolare, delle vittime delle persecuzioni razziali. Sembrò più conveniente intraprendere una pubblicazione completa dei documenti relativi alla guerra.

    Esistevano già diverse collane di documenti diplomatici, di cui molti volumi riguardavano la seconda guerra mondiale: Documenti diplomatici italiani, Documents on British Foreign Policy: 1919-1939, Foreign Relations of the United States, Diplomatic Papers, Akten zur deutschen auswärtigen Politik 1918-1945. Di fronte a tali collane, e su tali modelli, era utile permettere agli storici di studiare sui documenti il ruolo e l'attività della Santa Sede durante la guerra. In questa prospettiva fu iniziata la pubblicazione della collana degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (2).

    La difficoltà risiedeva nel fatto che per questo periodo gli archivi - sia quello del Vaticano sia quelli degli altri Stati - erano chiusi al pubblico e anche agli storici. L'interesse particolare rivolto agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, il desiderio di farne la storia partendo dai documenti, e non soltanto da racconti o testimonianze più o meno indiretti, avevano indotto gli Stati coinvolti nel conflitto a pubblicare i documenti ancora inaccessibili al pubblico. Le persone di fiducia incaricate di un tale compito sono soggette ad alcune regole: non pubblicare documenti che chiamino in causa persone ancora in vita o che, rivelati, ostacolerebbero negoziati in atto. In base a tali criteri furono pubblicati i volumi relativi agli anni Quaranta dei Foreign Relations of the United States, e gli stessi criteri furono seguiti nella pubblicazione dei documenti della Santa Sede.

    Il compito di pubblicare i documenti della Santa Sede relativi alla guerra venne affidato dalla Segreteria di Stato a tre padri gesuiti: Angelo Martini, redattore di questa rivista, che aveva già avuto accesso agli archivi riservati del Vaticano, Burkhart Schneider e lo scrivente, entrambi docenti nella Facoltà di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana. Il lavoro ebbe inizio sin dai primi giorni del gennaio 1965, in un ufficio vicino al deposito dell'archivio dell'allora Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari e Prima Sezione della Segreteria di Stato; là erano normalmente custoditi i documenti relativi alla guerra.

    In quelle condizioni il lavoro comportava facilitazioni e difficoltà particolari. La difficoltà era che, trattandosi di un archivio non aperto al pubblico, non esistevano inventari sistematici finalizzati alla ricerca; i documenti non erano classificati né in ordine strettamente cronologico, né in ordine strettamente geografico; quelli di carattere politico, quindi relativi alla guerra, si trovavano talora insieme a documenti di carattere religioso, canonico o anche personale, rinchiusi in scatole abbastanza maneggevoli, ma talvolta dal contenuto molto disparato. Informazioni relative alla Gran Bretagna potevano trovarsi in dossiers sulla Francia, se l'informazione era stata inviata tramite il Nunzio in Francia, e naturalmente interventi in favore di ostaggi belgi nelle scatole del Nunzio a Berlino. Era necessario quindi esaminare ogni scatola e scorrerne tutto il contenuto per identificare i documenti relativi alla guerra. La ricerca era tuttavia resa più semplice grazie a una vecchia regola della Segreteria di Stato in vigore dal tempo di Urbano VIII, la quale prescriveva ai Nunzi di trattare un solo argomento per lettera.

    Di fronte a tali difficoltà, avevamo notevoli facilitazioni.

    Lavorando in un ufficio della Segreteria di Stato e su commissione, non eravamo soggetti ai vincoli dei ricercatori ammessi nelle sale di consultazione dei depositi pubblici; uno di noi prendeva direttamente dagli scaffali del deposito le scatole di documenti. Altra considerevole facilitazione era che si trattava di documenti per lo più dattiloscritti e rimasti allo stato di documenti separati (i manoscritti da dattiloscrivere per la tipografia costituirono un'eccezione); cosicché, non appena riconosciuto un documento come relativo alla guerra, bastava estrarlo, fotocopiarlo e consegnare in tipografia la fotocopia correlata delle note, come esige un lavoro scientifico.

    Benché nell'inverno del 1965 il lavoro procedesse abbastanza rapidamente, pensammo di chiedere l'aiuto del p. Robert Leiber, che si era ritirato nel Collegio Germanico, dopo essere stato per oltre 30 anni segretario privato di Pacelli, prima Nunzio, poi Segretario di Stato e infine Papa Pio XII. Egli aveva seguito molto da vicino gli affari della Germania e fu lui a rivelarci l'esistenza delle minute delle lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi; esse furono materia del secondo volume della collana e sono i documenti che meglio rivelano il pensiero del Papa.

    I singoli volumi

    Il primo volume, che ricopre i primi 17 mesi del pontificato (marzo 1939-luglio 1940) e che rivela gli sforzi di Pio XII per scongiurare la guerra, uscì nel dicembre 1965 ottenendo in genere buona accoglienza. Nel corso del 1966, mentre il p. Schneider preparava attivamente il volume delle lettere ai vescovi tedeschi, il p. Robert A. Graham, un gesuita americano della rivista America, il quale aveva già pubblicato un'opera sulla diplomazia della Santa Sede (Vatican Diplomacy), chiese informazioni sul periodo che costituiva l'oggetto del nostro lavoro. Come risposta egli fu invitato e aggregato al nostro gruppo, tanto più che già avevamo preso conoscenza dei contatti sempre più frequenti di Pio XII con Roosevelt e dei documenti in lingua inglese, nei quali ci imbattevamo piuttosto di frequente. Egli lavorò immediatamente alla preparazione del terzo volume, dedicato alla Polonia e concepito sul modello del secondo, concernente i rapporti della Santa Sede con gli episcopati. Ma gli scambi epistolari diretti con gli altri episcopati si rivelarono molto meno intensi, sicché il volume 2i e il 3i (in due tomi) rimasero gli unici nel loro genere. Così decidemmo di dividere i documenti in due sezioni: una, che continuava il primo volume, per le questioni di carattere prevalentemente diplomatico, contraddistinte dal loro titolo Le Saint-Siège et la guerre en Europe, Le Saint-Siège et la guerre mondiale: furono i volumi 4i, 5i, 7i e 11i, mentre i voll. 6i, 8i, 9i e 10i, intitolati Le Saint-Siège et les victimes de la guerre riuniscono in ordine cronologico i documenti relativi agli sforzi della Santa Sede per soccorrere tutti quelli che la guerra faceva soffrire nel corpo o nello spirito, prigionieri separati dalla famiglia ed esiliati lontano dai loro cari, popolazioni sottoposte alle devastazioni della guerra, vittime di persecuzioni razziali.

    Il lavoro durò oltre 15 anni; il gruppo si divise i compiti secondo i volumi progettati e secondo il tempo che ognuno aveva a disposizione. E p. Leiber, il cui aiuto ci era stato così prezioso, ci venne tolto dalla morte il 18 febbraio 1967. E p. Schneider, pur continuando a insegnare Storia moderna alla Gregoriana, dopo aver pubblicato le lettere ai vescovi tedeschi, si era dedicato alla sezione delle vittime della guerra e preparò, con il concorso del p. Graham, i voll. 6i, 8i e 9i, terminati a Natale del 1975; ma nell'estate dello stesso anno era stato colpito dalla malattia di cui sarebbe morto nel maggio seguente. E p. Martini, che a tempo pieno si era dedicato a questo lavoro e aveva in qualche modo lavorato a tutti i volumi, non ebbe la soddisfazione di vedere l'opera interamente compiuta: poté soltanto, all'inizio dell'estate del 1981, vedere le bozze dellíultimo volume, prima di lasciarci a sua volta. Il vol. 11i (ultimo della collana) uscì verso la fine del 1981, sotto la responsabilità del p. Graham e mia.

    Benché fosse il più anziano tra noi, il p. Graham aveva dunque potuto lavorare sino al compimento dell'opera e anche proseguire, in quei 15 anni, ricerche e pubblicazioni complementari, uscite per lo più come articoli su La Civiltà Cattolica, e che costituiscono anche una fonte di informazioni, che gli storici della seconda guerra mondiale potranno consultare con profitto. Egli lasciò Roma il 24 luglio 1996 per fare ritorno nella natia California, dove chiuse i suoi giorni l'11 febbraio 1997.

    Sin dall'inizio del 1982 avevo da parte mia ripreso le mie ricerche sul XVII secolo francese e sulla diplomazia vaticana. Ma vedendo che, dopo 15 anni, i nostri volumi rimanevano sconosciuti anche a molti storici, dedicai gli anni 1996-97 a riprenderne l'essenziale e le conclusioni in un volume di modeste dimensioni, ma denso per quanto possibile (3). Una consultazione serena di tale documentazione fa apparire nella sua realtà concreta l'atteggiamento e la condotta del Papa Pio XII durante il confitto mondiale e, di conseguenza, l'infondatezza delle accuse rivolte contro la sua memoria. I documenti pongono in evidenza come gli sforzi della sua diplomazia per evitare la guerra, per dissuadere la Germania dall'aggredire la Polonia, per convincere l'Italia di Mussolini a dissociarsi da Hitler siano stati al limite delle sue possibilità. Non si trova nessuna traccia della pretesa parzialità filotedesca che egli avrebbe assorbito nel periodo trascorso nella nunziatura in Germania. I suoi sforzi, associati a quelli di Roosevelt, per mantenere l'Italia fuori dal conflitto, i telegrammi di solidarietà del 10 maggio 1940 ai Sovrani di Belgio, Olanda e Lussemburgo dopo l'invasione della Wehrmacht, i suoi consigli coraggiosi a Mussolini e al re Vittorio Emanuele III per suggerire una pace separata non vanno certamente in tale direzione.

    Sarebbe illusorio pensare che con le alabarde della guardia svizzera, o anche con una minaccia di scomunica, egli avrebbe fermato i carri armati della Wehrmacht.

    Ma l'accusa spesso ripresa è di essere rimasto silenzioso di fronte alle persecuzioni razziali contro gli ebrei sino alle loro estreme conseguenze e di aver lasciato così libero corso alla barbarie nazista. Ora i documenti manifestano gli sforzi tenaci e continui del Papa per opporsi alle deportazioni, sull'esito delle quali il sospetto cresceva sempre più. Il silenzio apparente nascondeva un'azione segreta attraverso le nunziature e gli episcopati per evitare, o perlomeno limitare, le deportazioni, le violenze, le persecuzioni. Le ragioni di tale discrezione sono chiaramente spiegate dallo stesso Papa in diversi discorsi, nelle lettere agli episcopati tedeschi, o nelle delibere della Segreteria di Stato: le dichiarazioni pubbliche non sarebbero servite a nulla, non avrebbero fatto che aggravare la sorte delle vittime e moltiplicarne il numero.

    Accuse ricorrenti

    Nell'intento di offuscare tali evidenze, i detrattori di Pio XII hanno messo in dubbio la serietà della nostra pubblicazione. Molto singolare al riguardo è un articolo apparso su un quotidiano parigino della sera il 3 dicembre 1997:, "Quei quattro gesuiti hanno prodotto [!] negli Actes et Documents testi che hanno scagionato Pio XII dalle omissioni di cui egli è accusato [Ö]. Ma quegli Actes et Documents sono lontani dallíessere completi". Si voleva dare a intendere che avevamo tralasciato documenti scomodi per la memoria di Pio XII e per la Santa Sede.

    In primo luogo, non si vede bene come l'omissione di alcuni documenti aiuterebbe a scagionare Pio XII dalle omissioni che gli vengono rinfacciate. D'altra parte, dire con tono perentorio che la nostra pubblicazione non sia completa equivale a fare un'affermazione che non si può provare: a tal fine bisognerebbe confrontare la nostra pubblicazione con il fondo di archivio e mostrare i documenti presenti nel fondo e mancanti nella nostra pubblicazione. Benché il fondo di archivio corrispondente sia ancora inaccessibile al pubblico, alcuni si sono spinti sino a pretendere di fornire prove di tali lacune degli Actes et Documents. Facendo questo, essi hanno dimostrato la loro scarsa visione circa l'esplorazione di fondi di archivio, di alcuni dei quali reclamano l'apertura.

    Riprendendo l'identica affermazione di un quotidiano romano dell'11 settembre 1997, il citato articolo del 3 dicembre menziona come assente nella nostra pubblicazione la corrispondenza di Pio XII con Hitler. Osserviamo anzitutto che la lettera con la quale il Papa notificò la propria elezione al Capo di Stato del Reich è l'ultimo documento pubblicato nel secondo volume degli Actes et Documents. Per il resto, se non abbiamo pubblicato la corrispondenza di Pio XII con Hitler, è perché essa esiste unicamente nella fantasia del giornalista. Costui invoca i contatti di Pacelli, Nunzio in Germania, con Hitler, ma avrebbe dovuto verificare le date: Hitler giunge al potere nel 1933 e quindi avrebbe avuto occasione di incontrare il Nunzio apostolico soltanto da quella data. Ma Mons. Pacelli era rientrato a Roma nel dicembre 1929, e Pio XI lo aveva creato Cardinale il 16 dicembre e Segretario di Stato il 16 gennaio 1930. E soprattutto, se quella corrispondenza fosse esistita, le lettere del Papa sarebbero conservate negli archivi tedeschi e ve ne sarebbe normalmente traccia negli archivi del Ministero degli Esteri del Reich. Le lettere di Hitler sarebbero finite in Vaticano, ma se ne troverebbe menzione nelle istruzioni agli ambasciatori di Germania, Bergen e poi Weizsäcker, incaricati di consegnarle, e nei dispacci di quei diplomatici, che rendono conto di averle rimesse al Papa o al Segretario di Stato. Nessuna traccia di tutto ciò. In mancanza di tali riferimenti, si deve dire che la serietà della nostra pubblicazione è stata messa in dubbio senza l'ombra di una prova.

    Queste osservazioni circa la presunta corrispondenza tra il Papa e il Führer valgono per gli altri documenti reali. Spessissimo i documenti del Vaticano sono attestati da altri archivi, ad esempio le note scambiate con gli ambasciatori. Si può pensare che molti telegrammi del Vaticano siano stati intercettati e decifrati dai servizi di informazione delle potenze belligeranti, e che se ne trovino copia nei loro archivi, e quindi, se avessimo tentato di nascondere alcuni documenti, sarebbe possibile conoscerne l'esistenza e avere allora un fondamento per mettere in dubbio la serietà del nostro lavoro.

    Lo stesso articolo del quotidiano parigino, dopo avere immaginato relazioni tra Hitler e il nunzio Pacelli, ricorda un articolo del Sunday Telegraph del luglio 1997, che accusa la Santa Sede di avere utilizzato l'oro nazista per aiutare criminali di guerra a fuggire verso líAmerica Latina, soprattutto il croato Ante Pavelic: "Alcuni studi accreditano tale tesi (!)". È ammirevole la disinvoltura con cui i giornalisti possono accontentarsi di documentare le proprie affermazioni. Ne saranno gelosi gli storici, che spesso faticano ore per verificare i loro riferimenti. Si capisce che un giornalista si fidi di un collega soprattutto quando il titolo inglese del giornale gli dà un'apparenza di rispettabilità.

    Ma ci sono ancora due affermazioni che meritano di essere esaminate separatamente, e cioè l'arrivo nelle casse del Vaticano dell'oro nazista, o più esattamente l'oro degli ebrei sottratto dai nazisti, e il suo uso per facilitare la fuga di criminali di guerra nazisti verso l'America Latina.

    Alcuni quotidiani americani, infatti, avevano prodotto un documento del Dipartimento del Tesoro con il quale lo stesso Dipartimento era informato che il Vaticano avrebbe ricevuto attraverso la Croazia oro nazista di provenienza ebraica. Il "documento del Dipartimento del Tesoro" può fare impressione; ma occorre leggere ciò che si trova sotto il titolo e allora si scopre che si tratta di una nota proveniente dalla "comunicazione di un informatore romano degno di fede". Chi prendesse per oro colato simili affermazioni dovrebbe leggere quanto ha scritto il p. Graham sulle prodezze dell'informatore Scattolini, che viveva delle informazioni tratte dalla sua fantasia, che egli passava a tutte le ambasciate, compresa quella degli USA, la quale le trasmetteva fedelmente al Dipartimento di Stato (4). Nelle nostre ricerche nellíarchivio della Segreteria di Stato, non abbiamo trovato menzione del supposto arrivo nelle casse del Vaticano dell'oro sottratto agli ebrei. Spetta ovviamente a chi sostiene tali asserzioni fornire le prove documentate, ad esempio una ricevuta, che non sarebbe rimasta negli archivi del Vaticano, come le lettere di Pio XII a Hitler. Vi è invece riportato il sollecito intervento di Pio XII, quando le comunità ebraiche di Roma furono oggetto di un ricatto da parte delle SS, che esigevano da loro 50 kg di oro; allora il Gran Rabbino si rivolse al Papa per chiedergli i 15 kg mancanti, e Pio XII diede immediatamente ordine ai suoi uffici di fare il necessario (5).

    Recenti verifiche non hanno trovato di più.

    La notizia poi relativa alla fuga di criminali nazisti verso l'America Latina che sarebbero stati aiutati dal Vaticano non è una novità. Non possiamo ovviamente escludere l'ingenuità di un ecclesiastico romano che si serva della propria posizione per facilitare la fuga di un nazista. Le simpatie del vescovo Hudal, rettore della chiesa nazionale tedesca, per il Grande Reich, sono note; ma da qui a immaginare che il Vaticano organizzasse su vasta scala la fuga di nazisti verso l'America Latina, significa comunque attribuire agli ecclesiastici romani una carità eroica. A Roma erano noti i piani nazisti concernenti la Chiesa e la Santa Sede. Pio XII vi ha accennato nellíallocuzione concistoriale del 2 giugno 1945, ricordando come la persecuzione del regime contro la Chiesa si fosse ancora aggravata con la guerra, "quando i suoi seguaci si lusingavano ancora, appena riportata la vittoria militare, di farla finita per sempre con la Chiesa" (6). Tuttavia gli autori, cui si rifà il nostro giornalista, hanno un'idea piuttosto elevata del perdono delle ingiurie praticato nellíambiente del Papa per immaginare una quantità di nazisti accolti in Vaticano e di là condotti in Argentina, protetti dalla dittatura di Perón, e di lì in Brasile, Cile, Paraguay, per salvare ciò che poteva essere salvato del Terzo Reich: un "Quarto Reich" sarebbe nato nelle pampas.

    Si tratta di notizie nelle quali è difficile distinguere tra storia e finzione. Agli appassionati di romanzi possiamo consigliare la lettura di Ladislao Farago A la recherche de Martin Bormann et des rescapés nazis d'Amérigue du sud (in inglese Aftermath. Martin Bormann and the fourth Reich). Con il titolo inglese "Il Quarto Reich" è detto tutto. L'Autore ci conduce da Roma e dal Vaticano in Argentina, Paraguay, Cile, sulla pista del Reichsleiter e degli altri capi nazisti in fuga. Con la precisione di un'Agatha Christie, descrive la posizione esatta di ogni personaggio al momento del crimine, indica il numero delle camere d'albergo occupate dai nazisti in fuga o dai cacciatori di nazisti, lanciati sulle loro tracce, fa vedere la Volkswagen verde che li trasporta.

    Si rimane colpiti dalla modestia dell'Autore che presenta il proprio libro come "un'inchiesta alla francese, studio serio, ma senza pretesa di pura erudizione" (!).

    Conclusione

    Il lettore penserà bene che l'archivio del Vaticano non racchiuda nulla di tutto ciò, anche in quello che ci sarebbe di reale. Se il vescovo Hudal ha fatto fuggire qualche pezzo grosso nazista, non sarà certamente andato a chiedere il permesso al Papa. E se a cose fatte glielo avesse confidato, non ne sapremmo di più.

    Tra le cose che l'archivio non rivelerà mai, occorre ricordare i colloqui intercorsi tra il Papa e i suoi visitatori, salvo che con gli ambasciatori che ne hanno riferito ai loro Governi o con un De Gaulle che ne parla nelle sue Memorie.

    Ciò non significa che, quando gli storici seri desiderano verificare personalmente l'archivio da cui sono stati presi i documenti pubblicati, il loro desiderio non sia legittimo e lodevole: anche dopo una pubblicazione per quanto possibile accurata, la consultazione degli archivi e il contatto diretto con i documenti giovano alla comprensione storica. Altro è mettere in dubbio la serietà della nostra ricerca, altro è chiedersi se nulla ci sia sfuggito. Non abbiamo deliberatamente tralasciato nessun documento significativo, perché ci sarebbe sembrato nuocere all'immagine del Papa e alla reputazione della Santa Sede. Ma in uníimpresa del genere chi lavora è il primo a domandarsi se non abbia dimenticato nulla. Senza il p. Leiber, l'esistenza delle minute delle lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi ci sarebbe sfuggita e la collana sarebbe stata privata dei testi forse più preziosi per comprendere il pensiero del Papa (7). Tuttavia

    quell'intero blocco non contraddice in nulla ciò che ci dicono le note e le corrispondenze diplomatiche. In queste lettere scorgiamo meglio la preoccupazione di Pio XII di ricorrere all'insegnamento dei vescovi per mettere i cattolici tedeschi in guardia contro le lusinghe perverse del nazionalsocialismo, più pericolose che mai in tempo di guerra. Tale corrispondenza pubblicata nel secondo volume degli Actes et Documents conferma dunque l'opposizione tenace della Chiesa al nazionalsocialismo; ma già si conoscevano le prime messe in guardia dei vescovi tedeschi, come Faulhaber e von Galen, di molti religiosi e di sacerdoti e, infine, l'enciclica Mit brennender Sorge, letta in tutte le Chiese della Germania la domenica delle Palme del 1937 a dispetto della Gestapo.

    Non possiamo dunque considerare che come pura e semplice menzogna l'affermazione che la Chiesa abbia sostenuto il nazismo, come ha scritto un quotidiano milanese del 6 gennaio 1998. Inoltre i testi pubblicati nel quinto volume degli Actes et Documents smentiscono in maniera perentoria l'idea che la Santa Sede avrebbe sostenuto il Terzo Reich per timore della Russia sovietica. Quando Roosevelt chiese il concorso del Vaticano per vincere l'opposizione di cattolici americani al suo disegno di estendere alla Russia in guerra contro il Reich l'appoggio già concesso alla Gran Bretagna, egli fu ascoltato. La Segreteria di Stato incaricò il Delegato apostolico a Washington di affidare a un vescovo americano il compito di spiegare che líenciclica Divini Redemptoris - che ingiungeva ai cattolici di rifiutare la mano tesa dai partiti comunisti - non si applicava alla situazione presente e non vietava agli USA di andare in aiuto allo sforzo bellico della Russia sovietica contro il Terzo Reich. Sono, queste, conclusioni inoppugnabili.

    Perciò, senza voler scoraggiare i ricercatori futuri, dubito molto che l'apertura dellíarchivio vaticano del periodo bellico modificherà la nostra conoscenza di tale periodo. In quell'archivio, come abbiamo spiegato prima, i documenti diplomatici e amministrativi stanno insieme a documenti di carattere strettamente personale; e ciò esige una proroga

    maggiore che negli archivi dei Ministeri degli Affari Esteri degli Stati. Chi, senza attendere, desidera approfondire la storia di quel periodo di sconvolgimenti può già lavorare con frutto negli archivi del Foreign Office, del Quai d'Orsay, del Département d'Etat e degli altri Stati che avevano rappresentanti presso la Santa Sede. I dispacci del ministro inglese Osborne fanno rivivere, meglio delle note del Segretario di Stato vaticano, la situazione della Santa Sede, accerchiata nella Roma fascista, poi caduta sotto il controllo dell'esercito e della polizia tedesca (8).

    E dedicandosi a tali ricerche, senza reclamare un'apertura prematura dellíarchivio del Vaticano, che essi mostreranno di ricercare proprio la verità.

    [Questo articolo è apparso in apertura del numero 3546 - 21 marzo 1998 - de "La Civiltà Cattolica"].

    Note

    (1) In Oss. Rom., 9 ottobre 1958.

    (2) Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, édités par P. Blet - A. Martini - R. A. Graham [dal 3i vol.] - B. Schneider, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 11 vol. in 12 tomi [due tomi per il 3i vol.], 1965-1981.

    (3) Cfr P. Blet, Pie XII et la seconde guerre mondiale d'après les archives du Vatican, Paris, Perrin 1997.

    (4) Cfr. R. A. Graham, "Il vaticanista falsario. L'incredibile successo di Virgilio Scattolini", in Civ. Catt. 1973 III 467-478.

    (5) Cfr. Actes et Documents, vol. 9, cit., 491 e 494.

    (6) Pio XII, "Allocuzione concistoriale" (2 giugno 1945), in AAS 37 (1945) 159-168.

    (7) Così quando abbiamo preparato il primo volume, ci era rimasto sconosciuto il redattore dell'appello di Pio XII per la pace del 24 agosto 1939, opportunamente corretto e approvato dal Papa. Solamente ricerche ulteriori ci hanno permesso di scoprire che il redattore era stato Mons. Montini (cfr B. Schneider, "Der Friedensappel Papst Pius' XII vom 24 August 1939" in Archivum Historiae Pontificiae 6 [1968] 415424), anche se è difficile attribuire ai due autori le singole parti.

    (8) Cfr. O. Chadwick, Britain and the Vatican during the Second World War, Cambridge, 1986.
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    Bibliografia ragionata su Pio XII e gli Ebrei

    Documenti della Santa Sede

    AAS 29 (1937), pp. 145-167, «Mit brennender Sorge» (Con grandissima preoccupazione), Presa di posizione contro il nazionalsocialismo tedesco da parte di Pio XI, in data 14 marzo 1937. Per il testo integrale vedi anche «Enchiridion delle Encicliche. Pio XI (1922-1939)», Edizioni Dehoniane Bologna, 1995.

    Acta Apostolicae Sedis, Commentarium Officiale, Annus XX, Volumen XX, Acta SS. Congregationum, «Suprema Sacra Congregatio S. Officii», Roma 25 marzo 1928.
    (dichiarazione del Sant’Uffizio contro l’antisemitismo)

    «Aperçu sur l’oeuvre du Bureau d’informations Vatican 1939-1946» Tipografia Poligrafica Vaticana, Città del Vaticano 1948.
    (Un rapporto presiosissimo delle attività dell’ufficio informazioni della Santa Sede in favore dei perseguitati e dei profughi. Accluse anche le attività dell’ufficio di assistenza agli ebrei).

    Padre BLET, Angelo MARTINI, Burkhart SCHNEIDER e Robert A. GRAHAM «Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde Guerre mondiale», Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1965-1981, 12 volumi. (L’opera più vasta e dttagliata delle attività della Santa Sede durnate la Seconda Guerra mondiale).

    Angelo MARTINI «Il cardinale Faulhaber e l’Enciclica “Mit Brennender Sorge” in Archivum Historiae Pontificiae n.2 1964 edito dalla Pontificia Universitas Gregoriana, Facultas Historiae Ecclesiasticae Romae

    Testi critici

    John CORNWELL «Hitler's Pope: The Secret History of Pius XII», Viking, New York 1999.

    John CORNWELL «Il papa di Hitler- la storia segreta di Pio XII», Garzanti, Milano 2000.

    Saul FRIEDLANDER «Pio XII ed il Terzo Reich» Garzanti Milano 1965.

    Rolf HOCHHUTH, «Der Stellvertreter» Hamburg 1963.

    Rolf HOCHHUTH «Il Vicario» Feltrinelli, Milano 1964.

    Rosetta LOY «La parola ebreo» Einaudi Torino 1997.

    George PASSELECQ, Bernard SUCHECKY, «L’Enciclica nascosta di Pio XI», Casa Editrice Corbaccio Milano 1997.

    Susan ZUCCOTTI, «Olocausto in Italia», Arnoldo Mondadori Editore Milano 1988.

    Susan ZUCCOTTI«Under his very Windows» Yale University Press, New Haven e London 2000.

    Testimonianze

    Enrico DEAGLIO, «La banalità del bene», Universale Economica Feltrinelli, Milano 1991

    Philip FRIEDMAN, «Their Brothers Keepers» Holocaust Library, New York 1978.

    Antonio GASPARI «Los Judíos, Pío XII y la Leyenda Negra» Editorial Planeta Brcellona 1998.

    Antonio GASPARI «Nascosti in Convento» Ancora Milano 1999.

    Antonio GASPARI «Gli ebrei salvati da Pio XII» Logos, Roma 2001.

    Louis GOLDMAN, «Amici per la vita», SP 44 Editore, Firenze 1993.

    Fernande LEBOUCHER «Incredible Mission- The amazing story of pere Bendit, rescuer of the jews from the nazis», Doubleday & Company, Inc., Garden City, New York 1969

    Mauro LANFRANCHI, «il diplomatico che sorrideva», Cooperativa “il Ponte” Arti Grafiche Varesine di Casciago (VA), luglio 1997.

    Lucien LAZARE, «Le livre des Justes», Lattès Paris, 1993.

    Pascalina LEHNERT, «Pio XII, il privilegio di servirlo» Rusconi Editore, Milano 1984.

    Giuliana LESTINI, «S.A.S.G.» (che sta per Sezione Aerea di San Gioacchino), Cooperativa editrice Il Ventaglio, Roma 1993.

    Margherita MARCHIONE «Pio XII e gli ebrei» Pan Logos Roma 1999.

    Margherita MARCHIONE «Pio XII architetto di Pace» editoriale Pantheon, Roma 2000.

    Michael O’CARROLL, «Pius XII Greatness Dishonoured - a documented study», Laetare Press, Blackrock, Co. Dublin. 1980.

    Emanuele PACIFICI «Non ti voltare-autobiografia di un ebreo», editrice La Giuntina Firenze 1993.

    Quirino PAGANUZZI «Pro papa Pio» Roma Tipografia Poliglotta Vaticana 1970

    Pietro PALAZZINI, «Il clero e l’occupazione tedesca di Roma» Editrice Apes, Roma 1995.

    Giorgio PERLASCA «L’impostore», il Mulino, Bologna 1997.

    Claudio PONTIROLI, «O.Focherini, lettere dal carcere e dai campi di concentramento», Editoria Baraldini, Finale Emilia, marzo 1998.

    Dante SALA «oltre l”olocausto», Edizioni del Movimento per la vita, Milano 1979.

    Michele SARFATTI, «Il volume 1938 Le leggi contro gli ebrei e alcune considerazioni sulla normativa persecutoria», in «La legislazione antiebraica in Italia e in Europa» Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali (Roma 17-18 ottobre 1988), pubblicato dalla Camera dei Deputati Servizio Informazione parlamentare e relazioni esterne, Roma 1989.

    Père THARCISIUS, «Un capucin “Père des Juif” La Père Marie-Benoit» Paris 1990.

    Elio VENIER, «Il Clero Romano durante la Resistenza», Estratto dalla “Rivista Diocesana di Roma”, tipografia Colombo, Roma 1972.

    Elio VENIER, «A ritroso una vita una poesia», Belardetti Editore Roma, 1990.

    Hugh Christopher BARBOUR, Juraj BATELJA «Luce lungo il sentiero della vita» Una biografia spirituale del Beato Luigi CardinaleStepinac», Postulazione del Beato Aloijzjie Stepinac Zagabria 1998.

    Testi di storia

    Giorgio ANGELOZZI-GARIBOLDI «Pio XII, Hitler e Mussolini. Il Vaticano fra le dittature» Mursia, Milano 1988.

    Padre BLET «Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale» Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1999.

    Michael BURLEIGH, Wolfgang WIPPERMANN, «Lo Stato Razziale», Rizzoli libri, Milano 1992.

    F. CAVALLI, «Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria» edizioni la Civiltà Cattolica Roma 1947.

    Renzo DE FELICE, «Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo», Giulio Einaudi editori, 1972.

    Alessandro DUCE «Pio XII e la Polonia 1939-1945» Edizioni Studium Roma 1997.

    P. DUCLOS «Le Vatican et la seconde guerre mondiale» Parigi 1955.

    Enzo FORCELLA «La resistenza in convento» Einaudi, Torino 1999.

    Emma FATTORINI«Germania e Santa Sede - le nunziature di Pacelli fra la Grande Guerra e la Repubblica di Weimar» Società Editrice il Mulino, Bologna 1992.

    Liliana PICCIOTTO FARGION «l’Occupazione nazista e gli ebrei di Roma» Carucci, Roma 1979.

    POLIAKOW-WULF «Das Dritte Reich u.die Juden, Dokumente u. Aufsaetze» Berlino 1955.

    Anthony RHODES «The Vatican in the Age of Dicators» USA 1973

    Michael TAGLIACOZZO «la Comunità di Roma sotto l’incubo della svastica. La Grande razzia del 16 ottobre 1043» in «Gli Ebrei in Italia durante il Fascismo» vol. III, Milano novembre 1963.

    Luciano TAS, «Storia degli ebrei italiani», Newton Compton editori Roma 1987.

    Altri testi consigliati

    Pierre BLET, «Pie XII et la Seconde Guerre mondiale d’après les archives du Vatican», Librairie Académique Perrin, France 1997.

    Rosario ESPOSITO, «Processo al Vicario» SAIE, Torino 1964.

    Igino GIORDANI «Pio XII un grande papa» Società Editrice Internazionale, Torino 1961

    Robert A. GRAHAM «Il Vaticano e il nazismo» Edizioni Cinque Lune Roma 1975.

    Giorgio ISRAEL, Politica della razza e persecuzione antiebraica nella comunità scientifica italiana», in «La legislazione antiebraica in Italia e in Europa»

    Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali (Roma 17-18 ottobre 1988), pubblicato dalla Camera dei Deputati Servizio Informazione parlamentare e relazioni esterne, Roma 1989.

    John LAFARGE, «Interracial Justice» American Press 1937. La seconda edizione del libro è stata pubblicata con il titolo «The Race Question and The Negro. A study of the Catholic Doctrine on Interracial Justice, New York Longmans, Green and Co., 1943.

    Emilio Pinchas LAPIDE, «Three Popes and the jews» Souvenir Press, London 1967.

    Emilio Pinchas LAPIDE «Three Popes and the Jews: Pope Pius XII did not remain silent» Hawthorn Books, New York 1967

    Emilio Pinchas LAPIDE, «Roma e gli ebrei. L'azione el Vaticano a favore delle vittime del Nazismo» trad. italiana, Milano 1967.

    Jenö LEVAI «Hungarian Jewry and the papacy - Pope Pius XII did not remain silent» SANDS & Co (Publishers) LTD, Londra 1968.

    R. PATEE, «The case of Cardinal Aloysius Stepinac»The Bruce Publishing Company, Milwaukee 1953.

    Ronald J. RYCHLAK «Hitler the war and the Pope» Genesis Press Inc. Columbus USA 2000.
    (L’opera di Rychlak è la migliore in assoluto presente sul mercato, per vastità e precisione di fonti e testimonzianze).

    Eugenio ZOLLI «Before the Dawn» Sheed and Ward, New York 1954.
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    Predefinito L'Olocausto e i ''silenzi'' di Pio XII

    Il Vaticano, dal 2003, aprirà gli archivi sull'attività di Pacelli nunzio apostolico a Berlino


    Il primo gennaio 2003 la Santa Sede aprirà gli archivi sull'attività di Eugenio Pacelli quando era nunzio a Berlino, durante il pontificato di Pio XI (dal 1922 al 1939) e prima di diventare Papa Pio XII. Lo ha annunciato il card. Jorge Maria Mejia, bibliotecario del Vaticano, in occasione della presentazione del nuovo sito web della Biblioteca Apostolica vaticana. Nel 2005 si apriranno poi progressivamente gli atti relativi al pontificato di Pio XI. E' una polemica lunga quarant'anni quella sui presunti 'silenzi' di Papa Pio XII sullo sterminio nazista. Tutto cominciò nel 1963 con la pubblicazione del testo teatrale ''Il Vicario'', scritto dall'autore protestante tedesco Rolf Hochhut, rappresentato in prima mondiale a Broadway. Quando il dramma ''Il vicario'' fu rappresentato a Roma suscitò un clamoroso scandalo, con conseguenze diplomatiche. Per impedire lo spettacolo teatrale interpretato dall'attore Gian Maria Volontè, intervenne direttamente la Santa Sede, richiamando il Concordato stipulato fra Vaticano e Italia. Dopo alcune rappresentazioni, ''Il Vicario'' fu vietato. Quel testo di Hochhut per primo metteva in circolazione il sospetto che Papa Eugenio Pacelli avesse taciuto volontariamente sull'Olocausto, pur essendo informato delle atrocità commesse dai nazisti nei campi di concentramento. Fino ad allora la comunità ebraica internazionale (dai rabbini di Roma a quelli di New York) avevano solo ringraziato il pontefice per l'aiuto prestato agli ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale. Anche Golda Meier espresse personalmente il ringraziamento dello Stato di Israele a Papa Pacelli per la sua opera svolta durante il conflitto bellico. La gratitudine della Meier è una testimonianza allegata al processo di beatificazione del pontefice, in corso dal 1965 per volere dell'allora successore Papa Paolo VI. Da allora le accuse contro Pio XII sono andate aumentando con un fiorire continuo di una pubblicistica, che si è sviluppata in modo particolare nei Paesi di lingua inglese. Negli ultimi anni gli attacchi al ''tacito silenzio'' del Papa sono cresciuti di intensità, anche per la pubblicazione di una serie di pamphlet, tra cui quello dello scrittore inglese John Cornwell (1999). Nel suo libro ''Il Papa di Hitler'', Cornwell sostiene, sulla base di documenti, che Pacelli avrebbe sostenuto l'ascesa al potere in Germania del dittatore nazista, fin da quando era nunzio in terra tedesca. Contro questo testo il Vaticano ha preso ufficialmente posizione, accusando Cornwell di ''propalare menzogne'' e sostenendo che lo scrittore ha manomesso i documenti originali pur di dimostrare la sua ''infamante tesi''. Sempre nel 1999 lo Stato di Israele ha chiesto ufficialmente al Vaticano la sospensione del processo di beatificazione di Pio XII per almeno 50 anni. Una moratoria necessaria, secondo le autorità israeliane, per consentire agli storici di diradare le ombre che gravano sui presunti 'silenzi' di Pacelli. Nella scorsa primavera le accuse contro Papa Pacelli sono state rilanciate presso il grande pubblico dal film ''Il Vicario'' del regista Costa Gavras, pubblicizzato da una locandina dove si vedeva una croce confondersi con una svastica. Per far luce sulle accuse mosse a Pio XII, alla fine del 1999 il Vaticano e il Congresso mondiale ebraico si accordarono per dar vita ad una commissione mista di storici cattolici ed ebrei, in modo da studiare la documentazione sull'operato papale durante il controverso periodo della seconda guerra mondiale. Nell'estate del 2001 i lavori della commissione sono stati sospesi: la parte ebraica ha dichiarato fallita l'operazione lanciata in precedenza, per l'indisponibilità della Santa Sede di far accedere gli studiosi ai documenti inediti della Segreteria di Stato.

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    Questo, pure, era stato previsto dal Signore.... c'è sempre chi guarda alla pagliuzza negli occhi degli altri, piuttosto che la trave nel proprio.
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    Dato che, come ampiamente dimostrato dagli storici revisionisti, la leggenda sull'olocausto è un cumulo di balle ben confezionata dopo il '45, di cosa avrebbe dovuto parlare SS PioXII?
    Le calunnie giudaiche rivolte ad un grande papa della Chiesa sono diventate oltremodo intollerabili!
    Calunniatori giudei, giù le mani dal papa!
    Bellarmino

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