FACCIA A FACCIA
A Bologna dialogo tra l’arcivescovo Caffarra e il genetista Edoardo Boncinelli su etica e scienza, «due realtà che devono integrarsi». Per il teologo «la cultura scientifica non può essere strumentale, è un bene in sé e per sé». Per il biofisico: «Occorre una classe politica mondiale che affronti insieme le due dimensioni dello scibile»

Il sapere oltre la ragione



Da Bologna Stefano Andrini



«Non solo studio delle regole, ma ricerca delle verità ultime»

La cupola michelangiolesca è un bene (estetico) in sé e per sé ma impedisce anche che in San Pietro piova dentro. La cupola non venne costruita per impedire che piovesse dentro a San Pietro: era molto più semplice costruire un tetto normale. Venne costruita perché in sé e per sé è degna di esserci, per la sua intima bellezza. La scienza non è un bene strumentale; è un bene in sé e per sé. È questa la ragione più profonda della sua libertà. È la connessione costituiva colla verità che la rende «inutile» e quindi sommamente necessaria». Parte da una metafora la riflessione dell’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra che a proposito di scienza ed etica parla di un rapporto di integrazione. Soffermandosi sul primo corno del dilemma, l’etica, Caffarra annota: «Quando si pronuncia questa parola oggi si pensa subito ad un insieme di regole di comportamento. Il problema etico è il problema delle norme di comportamento. Questa coincidenza è storicamente datata». Per Caffarra esiste una sola vera domanda che interessi ultimamente l’uomo: la domanda su se stesso; la domanda circa la verità ed il senso del suo esserci. In una parola: circa la sua salvezza. E citando Agostino afferma: «La più radicale contestazione, obiezione alla domanda di senso è il fatto che possa morire la persona amata. È l’uomo stesso che a quel punto è messo in questione, e con l’uomo l’intero universo dell’essere. Rispondere a questa domanda risolvendo tutto nel caso o nella necessità a me sembra una «scappatoia».
La domanda etica nel suo nucleo essenziale riguarda allora la possibilità dell’uomo di vivere una vita degna di essere vissuta».
Perché sia possibile un confronto serio, vero fra «scienza» ed «etica» è necessario cogliere secondo l’arcivescovo due significati essenzialmente diversi dello stesso termine «esperienza». «Il primo si riferisce all’osservazione dei singoli esseri reali e all’induzione: è il significato con cu i viene usato nel vocabolario scientifico. Ma esiste un secondo significato. La domanda cardine dalla cui risposta dipende il livello di dignità della nostra conoscenza, è precisamente se l’uomo è capace di esperienze che lo arricchiscono di una conoscenza della realtà diversa da quella raggiungibile colla semplice osservazione». Se la nostra conoscenza» prosegue «si limitasse esclusivamente al primo tipo di esperienza, e quindi ad un sapere puramente basato sull’osservazione empirica o sull’induzione, il sapere scientifico non avrebbe alcun soggetto di interlocuzione, risultando esso l’unico sapere possibile. E nessuna persona umana può pensare in questo modo, poiché ciascuno di noi testimonia a se stesso che non ogni scelta della nostra libertà è di uguale valore; che ogni scelta della nostra libertà è legata da una verità circa il bene della propria persona e dell’altro, che non è a nostra disposizione».
«Ridare la sua vera dignità al sapere etico», conclude Caffarra, «liberandolo dalla sua riduzione al "sapere delle regole", è oggi assai urgente per riportare dentro al dibattito razionale i grandi temi della vita - il senso ed il fine ultimo della nostra esistenza, l’intima fragilità del bene nei confronti del male, la via retta verso la beatitudine - e non lasciarli più relegati al mero «a me pare che …». È questo un compito urgente, per essere liberati da quel razionalismo, che secondo il pensiero del matematico Giorgio Israel si è illuso «che le domande circa il senso possano essere date da un pensiero e da una prassi meramente tecnologiche che hanno le spalle troppo fragili per sopportare da sole il peso di rispondere a tutti i problemi autenticamente umani».

«Ma chi stabilisce se e quanto è lecito modificare il genoma?»
Perché non fare per la basilica di San Pietro un semplice tetto invece di una cupola? Edoardo Boncinelli, responsabile del Laboratorio di biologia molecolare dello sviluppo dell’Ospedale San Raffaele di Milano, commenta divertito e interessato l’esempio citato dall’arcivescovo di Bologna . «Monsignore» afferma il biologo «risponde facilmente e dice che c’è Dio. Da laico anch’io ho la stessa domanda. Perché siamo animali così strani, perché dobbiamo fare le cattedrali o le torri pendenti? Sarà perché siamo immagine e somiglianza di Dio o perché alla natura gli è scappata la mano e ci ha dato un cervello di troppo ma il risultato non cambia: noi amiamo esagerare e ci piace anche». Nella sua relazione Boncinelli parte da lontano, per poi approdare alla svolta avvenuta cinquant’anni fa. «Quando la cenerentola delle scienze, la biologia, ha cominciato a camminare su un terreno più fermo e ad essere fonte di ricchezza e di applicazioni materiali». Tanto che, ricorda Boncinelli, ha spodestato altre discipline dalle prime pagine dei giornali o dai talk-show televisivi. «Questo perché è arrivata così vicina al nostro quotidiano che non si può più fare a meno di notarla». Il fatto è, aggiunge Boncinelli, «che ci siamo guardati dentro, abbiamo chiarito la natura del codice genetico, siamo riusciti a determinare, carattere per carattere l’intero patrimonio genetico e siamo riusciti anche a modificarlo o, come dice qualcuno con apprezzamenti leggermente malevoli, a manipolarlo. Oggi l’uomo è in condizione di studiare, analizzare, modificare e di reintrodurre nelle cellule il patrimonio genetico di un animale superiore, di un batterio, di un virus». Questo, annota, «ha avvicinato improvvisamente e drammaticamente la scienza alla vita quotidiana e ha generato problemi che prima non avevano senso. La scienza prepotentemente ha sconfinato. E ha incrociato i suoi passi con l’etica dando vita a più di una frizione in quanto si è trovata a misurarsi contro convinzioni radicate su valori tradizionali». «Siamo solo all’antipasto dei contrasti tra scienza ed etica. Il bello deve ancora venire» è la profezia dello studioso. «La domanda è una cosa si fa o non si fa? E se si fa quando si fa? E se si fa si fa grati s o a pagamento? Che è una questione di valore». Come uscire da questo vicolo cieco? Boncinelli non ha dubbi. «O ci pigliamo a botte e chi sopravvive vince o discutiamo». D’altronde, ricorda, la posta in gioco tra i due contendenti è chiara: da una parte la possibilità di fare qualcosa che prima non c’era, dall’altra il ragionamento che io chiamo sociale ma può anche essere religioso sulla liceità o addirittura sulla augurabilità di certe cose». Da questo dilemma, insiste Boncinelli, bisogna uscire. «Le scoperte scientifiche si moltiplicheranno, le applicazioni pratiche, sia quelle a prova di bomba sia quelle fumose, cresceranno come funghi perché la reclàme non è solo l’anima del commercio ma anche della scienza». «Tra vent’anni» esemplifica lo studioso «l’uomo potrà modificare il proprio genoma, o quello di gruppi o dell’ intera umanità. Se e quanto è lecito modificare il genoma e chi lo decide è la questione del XXI secolo. Che va discussa a livello planetario». Nel dibattito Boncinelli non si sottrae a una domanda scomoda posta dal rettore dell’Università Pier Ugo Calzolari. Cosa può fare la scienza contro lo scandalo di un 20% della popolazione mondiale che consuma l’80% delle risorse disponibili? «Le risorse alimentari ci sono per tutti» risponde «il problema è la distribuzione. A parte spremere gli scienziati perché trovino soluzioni bisogna creare una classe politica mondiale, che studi di scienza e di etica, in grado di capire che è meglio per tutti se tutti stanno meglio».
Stefano Andrini



Avvenire - 8 ottobre 2005