Lo scrittore presenta il suo ultimo libro sullo scontro tra Cristianità e islam
ELENA PERCIVALDI
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Europa, metà del secolo decimosesto. Il Continente, dilaniato al suo interno da guerre politiche e religiose, sembra destinato a soccombere alla crescente egemonia dell’impero ottomano che, forte della conquista di Costantinopoli, spinge ora le sue ambizioni verso Occidente nel sogno, apparentemente possibile, di sottometterlo trasformandolo in una provincia piegata alla legge di Allah.
Ma nel 1566 Antonio Michele Ghislieri, monaco domenicano, viene elevato al soglio pontificio con il nome di Pio V. Inquisitore inflessibile e paladino della Controriforma, il nuovo papa si fa artefice di un vero capolavoro: la Lega santa, una sorta di “patto mediterraneo” che riunisce sotto il segno della Croce tutte le potenze cristiane. Dimentiche per la prima e unica volta dei rispettivi egoismi, esse costituiscono una grande flotta multinazionale che il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto riesce ad avere la meglio sulle forze navali turche e ad arrestarne, almeno per il momento, la formidabile espansione. Uno scontro epico il cui clangore e i cui bagliori corruschi rivivono nella bella prosa di Arrigo Petacco.
“La croce e la mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l'Islam”, appena uscito per Mondadori, è un racconto scritto con mestiere e da un vero artigiano della prosa che, nato a Castelnuovo Magra e ora residente a Portovenere, sul mare spezzino (per lui «il posto più bello del mondo»), di scontri epici e scorrerie piratesche se ne intende. A Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e nella stessa Portovenere nel ’500 riecheggiava spesso, infatti, il grido “Mamma li Turchi!”, e la bella costa ligure è punteggiata ancora oggi dei resti delle torri erette nella speranza di avvistare per tempo l’assalto dei corsari barbareschi. Una targa murata sulla chiesa a Tellaro, piccola e spettacolare frazione di Lerici a picco sul mare, ricorda addirittura l’impresa del polpo gigante che, in una notte ormai lontana, svegliò gli abitanti - miracolo! - suonando le campane e permettendo loro di mettersi in salvo dall’attacco a sorpresa dei pirati. La memoria di questi fatti e dei temibili corsari Barbarossa, Dragut e Occhialì è sempre molto viva, a testimonianza di un passato che non vuole passare e che anzi, almeno secondo chi, come Petacco, vede l’Islam e la Turchia alle porte come una minaccia, sembra ritornare.
Petacco, come mai lei che ha scritto tanti libri su episodi e personaggi del nostro Novecento adesso ha deciso di interessarsi a un fatto così lontano nel tempo?
«Per le sue implicazioni con l’attualità. Diciamo che ho cercato di creare uno specchio in cui rispecchiarci oggi, mentre è in corso un altro tentativo di invasione, anche se in maniera del tutto diversa».
Su quali fonti storiche si è basato per la ricostruzione dei fatti?
«Su vecchi libri. Sull’argomento si è scritto molto anche in passato, perché la vittoria fece tirare un sospiro di sollievo a legioni di europei da tempo immemore tormentati dall’incubo del Turco. È stato per secoli il nostro babau».
Nel suo lavoro la battaglia è solo la conclusione di una lunga storia che lei fa partire dalla caduta di Costantinopoli, anche se in realtà il rapporto burrascoso tra Occidente cristiano e Oriente musulmano è iniziato molti secoli prima, anche a livello culturale.
«Vero. Ma certi intellettuali di oggi sostengono che dobbiamo molto al mondo turco e musulmano perché ci ha fatto conoscere Aristotele, Socrate, la matematica, ma non dicono che questa non è la cultura del mondo islamico. Loro l’hanno trovata a Costantinopoli, l’ultimo baluardo della romanità. I Turchi non avevano niente. La cultura islamica, semplicemente non c’era. Non hanno creato niente».
Eppure, ad esempio, l’architettura islamica, come quella della Spagna andalusa che risale al X secolo, è considerata splendida e famosa.
«Ripeto, non hanno creato niente. I Turchi per le cupole hanno copiato la basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, che poi hanno trasformato in moschea. Loro vivevano nelle tende».
Stiamo parlando dei Turchi del XV secolo o degli arabi in generale?
«Col nome “Turchi” l’Occidente a lungo ha inteso tutto il mondo islamico, senza distinzioni».
Passiamo oltre. Nel testo lei fa riferimento ad una presunta discendenza, rivendicata da Maometto II, dei Turchi nientemeno che dai “Teucri”, cioè dai troiani, pretesto che sarebbe alla base non solo della loro azione di riconquista dei territori greci, ma anche di un eventuale assalto a Roma, fondata secondo la leggenda dal troiano Enea e dunque a loro spettante per discendenza...
«Maometto II aveva studiato i classici e si buttò su Costantinopoli, la “seconda Roma”, mentre il sogno di Solimano il Magnifico era quello di conquistare anche la prima (che chiamava “la mela rossa”) e trasformare in moschea la basilica di S. Pietro. In realtà i Turchi si volevano costruire un passato, così come gli arricchiti cercano di attribuirsi antenati aristocratici. Tutto qui».
Torniamo a Lepanto. Quali furono secondo lei i fattori della vittoria cristiana?
«Innanzitutto la religione. Essa allora era il collante che univa tutti gli europei, come purtroppo ancora oggi l’Islam è il collante che unisce loro. La differenza è che noi questo collante lo abbiamo perso perché non crediamo più in Dio, loro invece no».
Lei crede davvero che si sia trattato di un collante solo religioso o non, piuttosto, di comuni interessi economici e politici, come avvenne ad esempio nel caso delle Crociate?
«Beh, sicuramente c’erano alla base anche motivi economici e politici, ma questo vale per i “piani alti”. I soldati semplici morivano per la Croce».
Com’è che a Lepanto per una volta le potenze cristiane riuscirono a sotterrare le loro rivalità e presentarsi compatte contro il nemico?
«Semplice: dietro di loro c’era un papa eccezionale, Pio V, che riuscì a metterle insieme e a spingerle a morire per la fede. Mentre per gli islamici questa era la regola, per noi noi. Ecco il punto. Ed ecco il motivo per cui noi, oggi, in una lotta come quella saremmo sconfitti in partenza. La nostra civiltà, vede, è indubbiamente superiore alla loro, il che ci ha portato anche, se vogliamo, alla scristianizzazione. Loro, che sono più barbari di noi, sono invece rimasti ancorati alle loro superstizioni e al loro fanatismo».
Certo non andavano per il sottile. Lei ben racconta che quando i Turchi, nel 1453 presero Costantinopoli si abbandonarono a saccheggi, uccisioni selvagge e stupri di massa. Ma a rigor di storia, anche i cristiani, come si sa, commisero atrocità simili in occasione della conquista di Gerusalemme nel 1099...
«Non nego che anche noi siamo stati fondamentalisti, ma già allora la nostra religione aveva alla base la libertà e il perdono, la loro invece è sempre stata violenta, aggressiva e basata sulla scimitarra».
Chi fu secondo lei il vero eroe cristiano di quest’epoca di conflitti? Don Giovanni d’Austria che di Lepanto fu il vincitore materiale o Pio V fautore della Lega Santa?
«Don Giovanni fu l’uomo giusto al momento giusto, ma alle sue spalle c’era la Chiesa di Papa Pio V: un papa che sapeva farsi obbedire dalle sue pecorelle, e che per questo è stato fatto santo».
Al di là della retorica, lei crede davvero che Lepanto sia stata una battaglia decisiva per la storia d’Europa? Come sappiamo, i Turchi sarebbero tornati alla carica molto presto, spingendosi addirittura nel 1683 ad assediare Vienna.
«Certo che il pericolo continuò, ma a Lepanto i Turchi per la prima volta furono battuti, il che dimostrò che era una minaccia che poteva essere respinta».
Secondo lei esiste davvero un legame tra Lepanto e oggi?
«Allora come oggi, il nemico dell’Islam è la Cristianità perché loro sono stati educati così. Del resto, noi per secoli siamo stati abituati a temere i Turchi, dove per Turchi, come, ho già detto, intendo generalmente l’Islam».
Il rapporto dell’Occidente con il mondo turco però non è sempre stato così teso. A Vienna, nel Settecento, erano molto in voga le cosiddette “turcherie”: la “marcia turca” di Mozart, le opere liriche ispirate ai serragli orientali, la moda, e così via. Persino il grande Goethe nel “Divano occidentale-orientale” nel 1819 affermava che «chi conosce se stesso e gli altri ammetterà che non vanno più divisi l'Occidente e l'Oriente».
«Se è per quello, il caffè e il croissant, che è a forma di mezzaluna, furono introdotti dopo lo scampato pericolo di Vienna: li abbiamo sconfitti, quindi ci si scherzava perché finalmente non facevano più paura».
Nessuna possibilità di convivenza tra Islam e Occidente, dunque?
«Credo proprio di no. Per loro il Corano è tutto, testo religioso e codice penale. Tutto ciò che sanno è contenuto in un libro scritto più di mille anni fa».
Superfluo chiederle cosa pensa della possibile entrata della Turchia in Europa...
«E infatti sono contrario. Già con la Costituzione europea abbiamo rinunciato alle radici cristiane, che sono le colonne della nostra civiltà. La Turchia rappresenta una cultura diversa e in concorrenza con la nostra ed è una minaccia alla nostra identità».
Qualcuno dice che chi la pensa così è razzista.
«Mi creda, non è questione di razzismo. È un dato di fatto. Loro sono più forti e compatti ideologicamente, si riproducono più in fretta e nel giro di tre o quattro generazioni saranno maggioranza. Pensi che un tale (Alessandro Barbero, ndr) su Panorama mi ha dato del volgare perché nel mio libro ho scritto che senza la vittoria di Lepanto “oggi ci ritroveremmo tutti protestanti, o, peggio, musulmani”. La cosa non gli è piaciuta perché evidentemente, come certi intellettuali, crede che tutte le culture siano uguali. Bene, io dico che non è vero perché la nostra è superiore e anzi dobbiamo imporla. Almeno a casa nostra».
Elena Percivaldi
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[Data pubblicazione: 09/10/2005]




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