Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 18

Discussione: La retorica e lo sputo

  1. #1
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La retorica e lo sputo

    Dalla scorsa settimana la Slovenia ha tre nuove festività una delle quali è uno sputo in faccia alla minoranza italiana. In concomitanza con quanto succedeva nell’aula del Parlamento, dove i due deputati delle minoranze, italiana e ungherese, si sforzavano a dimostrare l’anacronismo e l’antistoricità della festività, i consiglieri del comune di Pirano davano luce verde ad un progetto di rivitalizzazione del centro storico trascurando completamente la componente italiana della cittadina. Come se non esistesse. Come se non fosse mai esistita. Come se da mille anni Pirano fosse una città slovena senz’ombra d’italiani. “Italiani chi?” è stata più o meno la risposta dei promotori del progetto, “ah si, verranno ascoltati pure loro, come tutti gli altri gruppi d’interesse della città!”. Lo stesso giorno si inaugurava a Roma la mostra itinerante Artisti delle due minoranze, quella italiana e quella slovena. Un avvenimento forse dalla valenza più politica che artistica (e non è una critica). Ma se non è una critica è amaro constatare che la politica cavalchi le minoranze e l’arte per promuovere se stessa. Qualche anno fa ebbi modo di seguire una rappresentazione teatrale bilingue, italiana e slovena, in uno dei teatri del Litorale. L’unico effetto di operazioni del genere, a mio modesto parere, è che volendo politicamente accontetare tutti, artisticamente si scade nel patetico e non si accontenta nessuno.
    La retorica del multiculturalismo e dell’apertura culturale rischia, a lungo termine, di cancellare dalla faccia della terra la minoranza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. Soprattutto perché viene presa sul serio solamente dalla minoranza. La domanda è: ne vale la pena? Vale la pena scaramellarsi per qualcosa che ti fa diventare saliva buona solo per uno sputo?
    Trovatevela da soli la risposta.
    Mai come durante il dibattito in occasione del varo delle nuove festività i deputati delle due minoranze autoctone in Slovenia sono rimasti così isolati in Parlamento, a dimostrazione del fatto che il clima nel paese non è fra i più digeribili per le minoranze e che, per quanto riguarda gli interessi nazionali e i giochi di prestigio con la storia, la destra e la sinistra fanno quadrato con l’ultranazionalista Jelinčič.
    Battelli ha proposto di non esibire la bandiera italiana in occasione della festività che celebra l’assegnazione del Litorale alla Slovenia. È stata una proposta coraggiosa, naturalmente bocciata con astio da tutti gli altri deputati presenti in aula. Io proporrei ai consiglieri comunali italiani di Capodistria, Isola e Pirano di dimettersi in segno di protesta, tanto mica campano con gli spiccioli delle sedute.
    In Slovenia gli italiani e gli ungheresi hanno ampi diritti garantiti sulla carta, a partire dalla costituzione fino agli statuti comunali. Su questo non ci piove e Lubiana ne va fiera non dimenticando mai di autocelebrarsi quando si parla di tutela delle minoranze autoctone. È un po’ più sfuggente e un po’ meno autocelebrativa quando le si chiede dove, di anno in anno, vanno a finire gli italiani che spariscono dalle scuole, dagli elenchi dei censimenti, dai centri storici dei tre comuni costieri.
    Come vi potrà confermare ogni buon mago che si rispetti, il trucco si nasconde nelle carte e nella retorica del gesto. Lo spettacolo non è per il povero coniglio che viene tirato fuori dal cilindro ma per il pubblico. Il coniglio non esiste e se esiste è sempre quello, spalpazzato fino all’osso, ammaestrato e spaesato.
    Da queste parti si usa dire: ”Naši italijani-i nostri italiani”. Sono i coniglietti che ogni tanto sbucano fuori da qualche cilindro, oppure sventolano come nastrini dal tricolore delle festività. Spalpazzati e sputacchiati ma buoni per venire esibiti.
    In questi giorni in Croazia assistiamo all’euforia europeista per l’inizio delle trattative con l’Unione europea. È un umore che condividiamo pienamente. Non vorrei rovinare la festa, però devo amaramente constatare che l’Europa non si sta dimostrando una garanzia assoluta per le minoranze, soprattutto in quei paesi che per contorte vicissitudini storiche e per carenza di tradizioni democratiche sono maggiormente esposti all’ipertrofia nazionalista. Un’ ipertrofia che si manifesta in tutta la sua virulenza una volta superati tutti gli ostacoli sulla strada verso la piena integrazione europea. Per cui per le minoranze è importante stare attenti a tutte le fasi dello screening, delle trattative e dell’adeguamento normativo all’acquis comunitaire per garantirsi quelle valvole di sicurezza che arginano, almeno in parte, le pressioni nazionaliste e per tentare di non fare la fine del coniglio.


    Aljoša Curavić
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  2. #2
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Te pareva, sempre a sbattersi per questioni che riguardano altri, dall'america, all'iraq, ad Israele, che non dovrebbero fregarcene un cazzo, visto che non sono vitali per noi, quando invece si prova a parlare di cose che riguardano casa nostra nisba.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  3. #3
    Totila
    Ospite

    Predefinito sssssssssssssstttttttttttttttttt.................

    Il caso del campo di concentramento di Arbe (in croato Rab), una delle isole che costellano il lato orientale dell'Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), è uno degli esempi più tragici dei crimini italiani commessi nei territori occupati della Jugoslavia durantela Seconda guerra mondiale.

    Quei KZ di là del mare
    Dopo 55 anni una lapide ricorda i crimini fascisti nel campo di Arbe
    Nel Lager di Mussolini sull'isola croata furono rinchiusi 15.000 internati. Il regime di detenzione era così duro che vi furono circa 1.500 morti. Una pagina di storia rimossa, all'insegna del mito "Italiani brava gente".
    Il problema della memoria dei crimini che gravano sul passato di una Nazione implica la questione della scrittura della storia, ovvero di ciò che del passato fa storia e fonda, in senso ampio, gli orientamenti sociali e culturali del presente.
    La storia ufficiale e le idee dominanti che circolano, soprattutto attraverso i media, rispetto al passato di una Nazione ne strutturano una immagine che tende ad essere omologante e ad eleggere un "oggetto unico" di memoria che non corrisponde affatto alla somma algebrica delle singole memorie in questione (i diversi soggetti coinvolti e le tappe storiche che vi si riferiscono).
    I discorsi ufficiali sul passato sono pertanto verità parziali, spesso tentativi di autoglorificazione in cui è possibile riconoscere le idiosincrasie e le contraddizioni, i sintomi di verità ben più grandi e inquietanti, rimossi da una memoria illusoriamente portata a circoscrivere la barbarie nell'altro e ad evitarne l'integrazione nella nostra soggettività storica.
    La memoria di una Nazione si compone dunque di un "racconto" costituito da parti "scelte" del passato: alcuni eventi vengono esaltati, altri rimossi.
    Queste "parti scelte" non sono pertanto frutto del caso, ma sono strutturate e interpretate in modo tale da tracciare le grandi linee di quella che possiamo chiamare una " singolarità nazionale", la delimitazione cioè dei confini di significato entro cui è possibile inscrivere il giudizio sul passato e su quanto ad esso è legato.
    In questa prospettiva, ad esempio, la specificità del fascismo italiano nella vicenda delle persecuzioni razziali durante la Seconda guerra mondiale non è stata definita, nel dopoguerra e negli anni successivi, sulla base della valutazione dei crimini commessi dagli italiani, ma è stata costruita, al contrario, operando un confronto con il fenomeno della deportazione e dei Lager nazisti. Eleggendo come "oggetto unico" della memoria della persecuzione razziale il Lager tedesco, questo confronto (insieme alla diffusione del mito degli "italiani brava gente"), ha banalizzato e relativizzato i crimini compiuti dall'Italia fascista ed ha costruito così una "singolarità nazionale" forgiata sul modello del "maleminore".
    Se negli ultimi anni una parte della storiografia italiana sta criticando e tentando di smontare questo modello del "male minore" tramite, ad esempio, lo studio delle misure di internamento adottate dal governo italiano prima dell'8 settembre del 1943, quindi nel periodo precedente l'occupazione tedesca, prendono forma tuttavia altri modelli di banalizzazione e tentativi nuovi di cancellazione dei crimini italiani. Pensiamo a questo proposito al fenomeno recente di diffusione del "mito delle foibe" operato da una parte del mondo intellettuale e politico italiano: il giudizio sul passato non si fonda qui sul confronto con un "male peggiore", ma è emesso addirittura tacendo sulle proprie colpe e, di conseguenza, ignorando l'ineludibile concatenazione storica degli eventi. Si assiste infatti in Italia ad una attitudine generalizzata a parlare del "caso foibe" (l'uccisione di italiani da parte dei partigiani di Tiro nel periodo a cavallo della primavera del 1945), decontestualizzando questa vicenda da quella più generale dell'aggressione nazi-fascista della Jugoslavia nella primavera del 1941 e dalle successive politiche di "pulizia etnica" intraprese dal governo di Mussolini: l'internamento delle popolazioni delle zone jugoslave annesse all'Italia in campi di concentramento ed altre misure ad esso collegate come ad esempio il saccheggio e l'incendio di villaggi e l'uccisione di ostaggi.
    Intessuto attorno al silenzio di questi crimini, il "mito delle foibe" rappresenta un vero e proprio tentativo di costruire un discorso "restauratore" riguardo alla vicenda del dominio italiano sul territorio jugoslavo occupato e all'atteggiamento fascista nei confronti degli "allogeni", un discorso che, riconoscendo all'Italia solo lo statuto assoluto di "vittima" e non quello, antecedente, di "aggressore", mira a ristabilire una presunta integrità e una dignità storica impossibili da provare. Le polemiche suscitate dalla costruzione del "caso foibe" - che si trova attualmente ad un crocevia di giudizi storici, politici e giudiziari - rendono particolarmente importante ristabilire l'intera verità storica, precisare cioè quali sono state le responsabilità dell'Italia che pesano sul destino subìto dalle popolazioni slovene e croate prima e durante l'occupazione della Jugoslavia.
    La sua vicenda è emblematica del modo in cui questi crimini siano praticamente assenti dalla topografia della nostra memoria nazionale e di come il silenzio in Italia contrasti con la memoria viva dei luoghi e delle popolazioni coinvolte.
    Il campo di Arbe fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere il 1 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.
    La memoria delle vittime (in maggioranza slovene) di questo campo italiano è custodita oggi da un grande cimitero memoriale sorto su una parte del campo e sul luogo che, già all'epoca, ne costituiva il cimitero. Al suo interno una cupola racchiude un rnosaico, opera dello scultore Mario Preglj, che simbolizza la lotta eterna dell'uomo per la conquista della libertà. Poco lontano dal complesso commemorativo alcune sporadiche baracche, inglobate nei terreni coltivati di privati cittadini, sfuggono allo sguardo del visitatore distratto. La loro presenza è però ancora in grado di rievocare in modo autentico il progetto inquietante che l'Italia fascista aveva riservato alle popolazioni della Jugoslavia assoggettate al suo dominio.
    Nel settembre di ogni anno, nell'anniversario della liberazione, questo "luogo della memoria" ospita una sentita cerimonia a cui partecipano rappresentanti delle Repubbliche slovena e croata e nutriti gruppi di ex internati. A queste cerimonie né la società civile, né il governo italiano sono mai stati presenti. Il silenzio da parte italiana è stato finalmente rotto il 12 settembre di quest'anno, in occasione del 55' anniversario della liberazione del campo: la Fondazione Internazionale "Ferramonti di Tarsia" ha partecipato alla manifestazione con una propria delegazione, ed ha apposto all'ingresso del cimitero una lapide il cui testo, scritto in italiano e in croato, dichiara per la prima volta da parte italiana, sullo stesso luogo teatro di questo crimine. le colpe dell'Italia. Il testo della lapide recita:"In memoria di quanti, negli anni 1942-1943, qui finirono internati soffrirono e morirono per mano dell'Italia fascista".
    Il significato dell'iniziativa - che si inserisce nel quadro più ampio delle attività che la Fondazione Ferramonti ha dispiegato in questi anni per promuovere la ricerca e il recupero della memoria dell'internamento civile fascista - è stato precisato dal presidente della Fondazione Carlo Spartaco Capogreco nel discorso che ha accompagnato lo scoprimento della lapide.
    L'intera cerimonia si è svolta in un clima carico di emozioni e di ricordi ancora vivi, sottolineati dalla commozione con cui, come un comune "giorno dei morti", gli ex internati e i familiari presenti depositavano fiori e corone sulle tombe delle vittime. A ragione Milan Osredkar, sloveno ed ex intrnato a Gonars, ha definito quello di Arbe "il più grande cimitero sloveno". La presenza italiana ha suscitato grande soddisfazione tra le autorità politiche e i rappresentanti delle varie associazioni presenti alla manifestazione, segno, forse, della speranza che il lungo silenzio italiano su questo passato tristemente comune venga finalmente messo in discussione e che anche questa verità storica entri nel quadro del dibattito attuale sui rapporti tra l'Italia e la Jugoslavia negli anni della Seconda guerra mondiale.
    Il 55' anniversario della liberazione del campo è stato anche l'occasione per la presentazione di due pubblicazioni che il croato Ivo Kovacic e l'ex internato, e già ministro sloveno ai tempi di Tito, Anton Vratusa hanno dedicato alla vicenda di Arbe. Questi volumi vanno ad arricchire la già fiorente bibliografia sulla storia di questo campo di internamento dell'Italia fascista a cui la storiografia italiana ha, finora, prestato poca attenzione. Ricordare la tragedia del campo di Arbe e riconoscerne le responsabilità italiane non è però solo un problema storiografico o di politica internazionale, ma anche di sensibilità civile. L'atto pioniere dell'apposizione della lapide va interpretato in tal senso come un gesto dirompente per il "risveglio" della coscienza nazionale atrofizzata, come una denuncia della mancata elaborazione della memoria (collettiva e storica) degli italiani di questo crimine dell'Italia fascista.


    Teresa Grande

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito




    Soldati Italiani e civili sloveni...

  5. #5
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    per chi volesse saperne di più....

    www.criminidiguerra.it

  6. #6
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  7. #7
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La mattanza dei Carabinieri
    La cattura e la barbara uccisione di 18 Carabinieri da parte del IX Corpus titino.
    tratto da:
    DOSSIER del QUOTIDIANO NAZIONALE
    settembre 2004 "Il tricolore a Trieste"
    articolo di Lorenzo Bianchi

    Per dieci anni ha coltivato la speranza. Per dieci anni ha acceso una piccola candela sul davanzale di una finestra, il cuore in gola, il respiro accelerato. Era un filo sottile, il tentativo disperato di segnalare al marito la strada di casa. Quel minuscolo punto luminoso avrebbe potuto guidarlo nelle tenebre che lo avevano ingoiato dall'altipiano di Tarnova a Gorizia. Ernesta Stame, moglie del carabiniere Paolo Bassani è una donna ostinata e fiduciosa. Prima di sparire, la sera del 18 maggio 1945, durante i quaranta giorni di occupazione dei partigiani jugoslavi, il militare era riuscito a impietosire un carceriere e gli aveva affidato un biglietto laconico, ma rassicurante: "Ti saluto e spero tanto di poter ritornare. Non pensare a male, io sto bene. Tanti saluti e baci. Tuo marito Paolo". Ernesta, caparbia e fiduciosa, non "ha pensato a male". Ha acceso la fiammella per illuminare il sentiero dell'improbabile ritorno. Non sapeva che Paolo giaceva sul fondo della foiba di Zavnj, a 150 metri di profondità, assieme a 17 colleghi e a tanti altri, civili inconsapevoli, partigiani cattolici sloveni, fascisti italiani, vittime di una puilizia etnica e politica feroce, sistematica, organizzata.

    Nell' archivio dello storico di Pordenone Marco Pirina, fondatore del "Centro studi e ricerche storiche Silentes Loquimur", sono archiviati 5700 nomi per la sola area di Gorizia. Il destino dei diciotto carabinieri della stazione di via Barzellini, inghiottiti nel nulla a guerra persa e ampiamente finita è il paradigma della sciagura collettiva. Dopo l'8 settembre 1943 erano rimasti nel presidio, proprio di fronte al carcere, quaranta militari agli ordini del tenente Tonarelli. Avevano ancora la scritta RR CC, Reali Carabinieri sugli elmetti.
    I tedeschi li tollerano a fatica. Non li utilizzano per le operazioni delicate, come i rastrellamenti di partigiani. Delegano ai militari dell'Arma la funzione inferiore di contrastare i ladri e la borsa nera dei generi alimentari, il piccolo traffico dei contadini che vendono in nero polli, grano, carne e verdura sottratti al razionamento. La rarefazione di cibo si fa sentire. "Una catenina d'oro per un chilo di sale", esemplifica Pirina.

    Il 30 aprile Gorizia è attraversata da squadracce di "cetnici", nazionalisti serbi che razziano e sparacchiano a 360 gradi nella corsa precipitosa verso Palmanova dove progettano di consegnarsi alle unità inglesi. Il primo maggio entra in città il IX corpo sloveno. Cominciano le retate sistematiche. Vengono arrestate 940 persone. Di 665 non si saprà più nulla. Restano solo le memorie dei parenti disperati e i nomi incisi sul lapidario del Parco della Rimembranza. I diciotto carabinieri rimasti nella tenenza di via Barzellini finiscono nelle celle del carcere. Il diciotto maggio vengono bastonati o spinti a forza a sbattere la testa contro i muri del penitenziario e caricati su un camion. Il mezzo si dirige lentamente verso l'altipiano. Da allora solo silenzio sulla loro sorte. Un vuoto opprimente che si infrange solo nel 1994. Marco Pirina viene mobilitato da Giovanni Guarini, figlio del brigadiere Pasquale, leccese della provincia, classe 1902. Lo storico decide di aggrapparsi all'unica, esile, memoria storica che è rimasta, il parroco di Tarnova. Il prete lo indirizza a una Gostilna, una trattoria. Una donna di 84 anni, Elena Rjavec, suggerisce di sentire un partigiano di Nenici, un certo Antonio Winkler, settanta anni. L'uomo ha abitato a Gorizia per un ventennio e parla perfettamente l'italiano. Pirina alza una cortina fumogena sul vero scopo della visita. Finge di essere interessato alla sorte di un gruppo di dispersi sloveni. Winkler abbocca."Ma lei non sa nulla dei carabinieri?", si stupisce.

    Il bosco è fitto. L'ex guerrigliero ha la strada scolpita nella memoria. Indica i luoghi, il tragitto del camion, "avevano i polsi legati con filo di ferro rinserrato con le pinze", la buca nella quale è stato sepolto un finanziere che è crollato per terra a venti metri dalla bocca del pozzo naturale che ha ingoiato i condannati a morte. Pirina ha annotato il racconto del partigiano, parola per parola: "Li feci salire all'imbocco della foiba. Lì c'era la squadra che li buttava nell'abisso. Qualcuno era vivo. Ad altri sparavano prima di sospingerli nel vuoto. Sono quasi cinquanta anni che non vengo più in questo posto. A quelli che uccidevano avevano dato una bottiglia di rum a testa. Dovevano stordirsi. A noi, che avevamo fatto una faticaccia per trasportarli fin lassù, non toccò nulla, neppure un goccio". Giovanni Guarini piange quietamente.

    Pirina, storico per passione dopo una lunga carriera di responsabile marketing per l'Agip, ha ricostruito un elenco incompleto. Dieci famiglie che non hanno un posto nel quale depositare un fiore, persone accomunate a migliaia di altre alle quali è negata perfino la normalità del ricordo. Scomparsi che suscitano ancora imbarazzo. La foiba di Zavnj è stata recintata con una staccionata di legno. C'è una croce che sovrasta un altare minuscolo. Su una targa è riportato un verso ecumenico e generico di una poetessa slovena: "Viandante che passi ascolta le grida di chi è stato gettato qui dentro". Nella vecchia caserma di via Barzellini la targa dedicata ai carabinieri rastrellati è confinata in un corridoio interno che immette negli uffici. Ai familiari stretti è stata riconosciuta la pensione di guerra, quattrocentoquindicimila vecchie lire. Ai figli le provvidenze che spettano agli orfani del conflitto. Ora si aggiungono un distintivo e un certificato firmato da Ciampi. Clara Morassi, 78 anni, figlia dell'ex vicesindaco di Gorizia spiega. con velata ironia, che possono fregiarsene le famiglie degli infoibati fino alla sesta generazione. Pirina non riesce a capacitarsi del silenzio sloveno e della disparità di trattamento rispetto agli austriaci: "Loro hanno avuto un elenco di 5400 nomi. Noi nulla. Io sono convintissimo del fatto che sia giusto chiudere con il passato, riconoscendo però a tutti la dignità della memoria".

    Gli scomparsi sono diventati il centro della sua seconda vita. Gli sono costati minacce telefoniche, "anche 5 o 6 al giorno", di italiani e sloveni, e un cappio lasciato sulla porta di casa. Nel 2000 gli hanno sabotato l'auto. Una mano ignota ha messo fuori uso i fili elettrici che segnalano i guasti ai freni e ha tagliato quasi completamente la cinghia del ventilatore. "Attenzioni" inutili.
    Il 25 settembre il suo Centro pubblicherà un nuovo libro intitolato "Guerra civile 1945 ?1947 la Rivoluzione Rossa". Il filone è sempre quello degli svaniti nel nulla: "Dopo piazzale Loreto sono sparite 50.600 persone. I corpi ritrovati sono solo 15 mila".
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  8. #8
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Invocazione per le vittime delle Foibe
    di Mons. Antonio Santin Vescovo di Trieste
    1959

    O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla
    profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te.

    Ascolta, o Signore, la nostra voce.

    Noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l'insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l'ultimo loro grido, l'ultimo loro respiro.

    Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell'amore le vie della pace.

    Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace. Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.

    Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore del Tuo Volto.

    E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: "Beati i misericordiosi perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati", ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell'iniquità.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  9. #9
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Dentro le foibe jugoslave, in segreto
    Le missioni oltre la linea di confine coordinate da carabinieri e militari italiani
    da "Il Piccolo" 22 luglio 2005
    di Pietro Spirito

    Nell'ottobre del 1957, carabinieri e militari dell'esercito italiano in assetto da combattimento entrarono in missione segreta, a più riprese, in territorio jugoslavo per visitare alcune foibe dove erano state compiute esecuzioni sommarie. Nel corso delle operazioni vennero esplorate quattro cavità con vari resti umani, furono scattate fotografie e redatti rapporti.

    La missione, organizzata con ogni probabilità dal Sifar, il servizio segreto antenato dell'attuale Sismi, era stata preceduta da un'operazione di copertura a Trieste, con l'esplorazione delle foibe di Monrupino e Basovizza.

    A rievocare questi fatti oggi è Mario Maffi, 72 anni, di Cuneo, allora giovane sottotenente di complemento del Genio pionieri alpini inquadrato nella Compagnia «Orobica» di Merano. Fu proprio Maffi, agente segreto per caso, l'ufficiale che materialmente si calò nelle foibe nel corso degli sconfinamenti in Jugoslavia per raccogliere la documentazione richiesta.

    Mario Maffi venne arruolato nella missione in virtù della sua esperienza di speleologo e di esperto di esplosivi, e oggi la sua testimonianza aggiunge un tassello nuovo a uno dei capitoli più drammatici della storia delle nostre terre.

    La vicenda comincia all'inizio dell'ottobre 1957. Allora presidente del Consiglio è Adone Zolli, vicepresidente Giuseppe Pella, ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani, il governo è retto dalla Dc. Mario Maffi ha 24 anni, la sua famiglia vanta solide tradizioni militari e antifasciste: il nonno era stato ufficiale del battaglione Monviso nella prima guerra mondiale, il padre è ufficiale all'Istituto geografico militare, sua madre era stata partigiana, e lo stesso Maffi da bambino aveva operato come staffetta nella Resistenza. Quando viene chiamato a svolgere il servizio militare Maffi sceglie di fare l'ufficiale di complemento. Il giovane è anche uno speleologo esperto: è stato tra i fondatori del Gruppo Speleo Alpi Marittime del Cai di Cuneo, all'interno del quale svolge ancora oggi attività speleologica e didattica. Dopo il servizio militare Mario Maffi entrerà alla Fiat, dove rimarrà fino al 1988. Andrà in pensione con un anno di anticipo perché il periodo passato a Trieste verrà considerato come «missione di guerra».

    All'inizio di ottobre del 1957, al termine delle esercitazioni estive, Mario Maffi viene convocato al Comando di Brigata. «Il generale - racconta oggi - mi disse che per una certa missione serviva un ufficiale esperto di grotte e di mine; mi disse anche la missione era coperta dal più assoluto segreto militare, e che era volontaria; non ero obbligato ad accettare, e inoltre l'operazione comportava anche un certo rischio».

    Maffi accetta l'incarico. Scrive due lettere per i suoi cari che affida al cappellano («se non dovessi tornare per favore le spedisca», gli dice) e pochi giorni dopo parte. Nessuno gli spiega dove sta andando, e lui non deve fare domande. Si ritrova nella caserma dei carabinieri di Monfalcone, e qui finalmente viene a sapere quale sarà il suo incarico: dovrà scendere, assistito dgli speleologi del Gruppo grotte di Monfalcone, nella foiba di Monrupino «per constatare o meno la presenza di spoglie umane, stimarne la quantità e documentarle con fotografie». Successivamente dovrà fare lo stesso nelle foiba di Basovizza.

    Il giovane tenente non ha mai sentito parlare di foibe, anzi quella parola, «foiba» la sente per la prima volta all'imbocco del cavità di Monrupino, prima di calarsi giù. Maffi non sa nemmeno che l'esplorazione delle due cavità triestine non è altro che un'operazione di facciata, e che la vera missione, ben più pericolosa, deve ancora cominciare. Del resto sia il pozzo della miniera che la foiba 149 sono già state esplorate in precedenza, e a più riprese. Ma a queste cose l' ufficiale non pensa mentre scende nei 126 metri della foiba di Monrupino. Assieme a lui c'è un noto speleologo monfalconese, Giovanni Spangher. «Fui calato con una specie di seggiolino - ricorda - e quando arrivai in fondo mi sentii accapponare la pelle: tra il pietrisco su cui camminavo spuntavano ossa umane, una mandibola, alcune costole, l'intero braccio di un bambino che avrà avuto non più di otto anni viste le dimensioni delle ossa». Maffi scatta fotografie e prende appunti.

    Accerta che le pareti della grotta sono state fatte saltare con esplosivo, e ipotizza altri resti umani sotto i detriti, probabilente quelli «dei soldati tedeschi degenti all'ospedale di Trieste, che si diceva fossero stati gettati nella grotta prima di farla saltare».

    Il giorno dopo è la volta della foiba di Basovizza. La missione dovrebbe essere segreta, in realtà si volge alla luce del sole e in seguito i giornali ne parleranno anche ampiamente, con tanto di nomi e cognomi. La discesa nel pozzo della miniera avviene con l'ausilio degli speleologi della Commissione grotte «E. Boegan» dell'Alpina delle Giulie. Stavolta per scendere e salire vengono utilizzate le scalette, e Maffi impiega quasi un'ora solo per scendere i 130 metri di pozzo artificiale. «Sul fondo - racconta oggi - non c'era niente, solo immondizia; là dentro avevano scaricato di tutto, anche materiali bituminosi che avevano lasciato una specie di bava saponosa sulle pareti del pozzo; il fondo era melmoso e maleodorante; mi dissero che i resti umani erano più sotto, coperti dal materiale di scarico; dov'ero io però non c'era nulla, a parte una ruota di bicicletta e altre porcherie». Maffi esegue il suo lavoro e torna su. La missione si conclude con una lauta cena offerta dall'esercito a tutti gli speleologi, con brindisi e foto di rito.

    Il giorno dopo la musica cambia. A Maffi viene illustrato il nuovo piano operativo. Gli ordinano di non avere rapporti con nessuno, di diffidare di chiunque, di vestire abiti borghesi. I carabinieri gli consegnano documenti con falsa identità, gli dicono di restare nella camera d'albergo e di non muoversi. «Rimasi segregato un paio di giorni - racconta -, uscivo a passeggiare la mattina ma il pomeriggio stavo chiuso in camera in attesa di ordini; poi mi fecero cambiare albergo». Comincia la vera missione: «Ogni pomeriggio mi veniva recapitata una lettera normalissima con l'indirizzo scritto a mano; all'interno c'era una seconda busta sigillata con scritto "Da aprire solo dopo le ore x", e dentro questa c'erano le istruzioni alle quali dovevo attenermi».

    Per quattro notti consecutive tutto si svolge nello stesso modo. All'ora convenuta il tenente Maffi apre la busta, verso del 23 esce dell'albergo e seguendo le istruzioni raggiunge un'auto civile con persone in borghese.

    Nessuno parla, nessuno chiede niente. L'auto raggiunge una zona poco frequentata, sempre diversa, dove c'è una «Matta», la camionetta dei carabinieri. Maffi si avvicina e pronuncia la parola d'ordine («erano frasi del tipo: avete un sigaretta?»), gli viene risposto con la contro-parola (tipo: «di che marca?»), e quindi l'ufficiale salta sul mezzo. «Mentre la camionetta camminava - ricorda Maffi - mi cambiavo indossando tuta, elmetto, scarponi, cinturone con pistola e due caricatori, uno innestato e uno in fondina; a fine corsa scendevo, e scortato da due carabinieri armati ma senza mostrine e gradi proseguivo per un lungo tratto fra le sterpaglie; a un certo punto i miei accompagnatori si fermavano e piazzavano il mitragliatore pesante in postazione mascherandolo con alcuni rami; messi i colpi in canna un solo milite, strisciando con me, mi indicava il percorso fino a quando potevo individuare nel buio la dolina prescelata; da lì proseguivo da solo fin sull'orlo della foiba». Il giovane tenente ha con sè due spezzoni arrotolati di scala da dieci metri l'uno, senza fare il minimo rumore per non essere scoperto dalle pattuglie jugoslave fissa la scala a un appiglio sicuro, poi scende nella foiba senza sicura. Arrivato in fondo documenta quanto vede, poi torna su con la massima cautela. Recupera le scale, le arrotola e strisciando raggiunge il compagno non prima di aver lanciato il segnale convenuto, «un fischio a imitazione del verso del gufo».

    «Questa storia - dice ancora Maffi - si ripetè per quattro notti durante le quali visitai quattro foibe diverse tutte oltre la linea del confine; mi avevano detto che le imboccature potevano essere minate, ma solo una volta mi imbattei in un oggetto che poteva essere una mina e girai al largo».

    Sul fondo di quelle foibe Maffi riscontrò «diversi resti umani, non in quantità esorbitanti ma, purtroppo, in condizioni atroci: alcuni teschi con lo sfondamento della nuca, mani o piedi avvolti da filo spinato, la stessa cosa su una cassa toracica; trovai uno scheletro rannicchiato in un anfratto: quel poveraccio doveva essere ancora vivo quando lo gettarono giù; alcuni avevano lembi di divise militari o vestiti civili, per altri non c'era traccia di indumenti; ricordo un cranio con i capelli lunghi, probabilmente una donna; in tutte e quattro le foibe era stato usato l'esplosivo».

    La mattina dopo la quarta sortita Maffi viene svegliato dal portiere dell'albergo: «Mi disse che il signor tal dei tali mi aspettava nella hall; era un segnale convenuto, significava che dovevo lasciare l'albergo in tutta fretta, il controspionaggio era venuto a sapere qualcosa». Due giorni dopo il tenente Maffi è di nuovo a Merano. In caserma stampa le fotografie, di nascosto fa una copia per sé («ma solo di quelle delle foibe di Monrupino e Basovizza, purtroppo») e scrive il suo rapporto, notando che almeno per le foibe triestine «a mio avviso non era possibile organizzare un recupero di salme».

    La storia della missione segreta del tenente Maffi termina qui. Ancora oggi l'anziano speleologo cuneese non saprebbe indicare quali furono esattamente le cavità da lui visitate in Jugoslavia, né perché il nostro governo decise quella missione, e neppure dove si trovano i documenti relativi l'intera operazione. Questa, casomai, è materia da storici. Mario Maffi sa solo che dopo il congedo e una vita dedicata al lavoro nelle officine della Fiat, adesso che è un pensionato come tanti il ricordo di quella missione da 007 gli è rimasto impresso nel fondo dell'animo, e che quando sente pronunciare la parola «foiba» viene preso da un nodo alla gola.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  10. #10
    Cavaliere d'oro
    Data Registrazione
    12 Dec 2003
    Località
    L'ultima ridotta d'Italia
    Messaggi
    13,879
     Likes dati
    3,668
     Like avuti
    1,628
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

    Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.
    Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno.

    Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.

    Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.

    Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più.

    Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba"
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Appena la vedo le sputo in un occhio...
    Di il Mostro nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 20-05-10, 22:55
  2. Lo sputo sul viso
    Di Squalo nel forum Il Seggio Elettorale
    Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 12-11-08, 12:24
  3. La retorica e lo sputo
    Di Rick Hunter nel forum Destra Radicale
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 10-10-05, 16:04
  4. La retorica e lo sputo
    Di Rick Hunter nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 08-10-05, 13:35
  5. Lo sputo di Totti come dovrebbe essere punito?
    Di pensiero nel forum Il Seggio Elettorale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 17-06-04, 16:10

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito