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    Roberto Beretta

    Storia dei preti uccisi dai partigiani
    recensione di Paolo Smeraldi - 7 ottobre 2005


    Roberto Beretta introduce il suo nuovo saggio citando Guareschi; nella realtà - scrive - don Camillo è morto, assassinato da Peppone. Un libro scomodo, risultato di una ricerca difficile da svolgere e da presentare in maniera organica, che integra la vasta memorialistica sui sacerdoti vittime dei nazifascisti senza cadere nella retorica della conta dei morti attribuiti all'una o all'altra fazione.

    Consultando archivi, parroci, studiosi e testimoni di tutta Italia l'autore ha ricostruito il tragico sacrificio di circa 130 sacerdoti uccisi dai partigiani in un arco di tempo che va dal 1942 al 1951; un po' meno della metà dei 279 religiosi uccisi complessivamente nel conflitto per rappresaglia. Le cifre in sé non stupiscono, se confrontate con le dimensioni della guerra; bisogna però considerare che fra i cappellani militari, presenti su tutti i teatri bellici, vi furono solo 148 morti e che gli stessi bombardamenti aerei uccisero 256 religiosi in tutta Italia. Insomma, per tutta la durata del conflitto i sacerdoti furono bersagli esemplari, vittime predestinate dei facinorosi dell'una e dell'altra parte.

    I partigiani uccisero sacerdoti fascisti o filofascisti, anticomunisti, apolitici o addirittura filopartigiani e partigiani «bianchi». Pochissimi agirono realmente contro le forze della Resistenza, limitandosi nella maggior parte dei casi ad esprimere pubblicamente la loro disapprovazione per quanti avevano scelto la via della montagna. Tutti pagarono con la vita, trucidati barbaramente senza processo anche dopo la fine della guerra, a volte torturati e vilipesi. Fra i caduti, Beretta include un seminarista di quattordici anni, Rolando Riva, giustiziato con due colpi alla testa nell'aprile del 1945 dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa, ed un sacerdote di ottantacinque anni - don Carlo Beghè - morto di paura dopo essere stato sottoposto a maltrattamenti e ad una finta fucilazione.

    Dopo l'uccisione, i sacerdoti vittime dei partigiani subirono una «damnatio memoriae»; anche i più insospettabili furono accusati di essere collusi con i fascisti, di avere avuto relazioni sentimentali che gli avrebbero resi odiosi a mariti gelosi, di avere agito come delatori. In nome della conciliazione degli animi si preferì dimenticare e rinunciare a perseguire i colpevoli. La maggior parte degli omicidi furono concentrati in Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia, in parte della Toscana e nelle regioni di confine con la Jugoslavia. Beretta parla di un «quadrilatero dell'orrore» compreso fra le città di Massa, Bologna, Piacenza ed Alessandria.

    In numerosi episodi è citato l'intervento di partigiani slavi, che si distinguevano per essere fra i più feroci persecutori dei religiosi. Se da un lato il ruolo di questi elementi può essere stato enfatizzato dai loro complici per addossare ad altri la responsabilità dei crimini commessi, le stragi compiute in Istria ed in Friuli accreditano la tesi che gli stranieri si distinguessero per ferocia e per carica ideologica. In quei mesi tormentati, questi emissari dell'Internazionale fecero conoscere agli italiani il vero volto del comunismo. Proprio lo studio organico dell'operato dei partigiani stranieri in Italia potrebbe essere una delle prospettive aperte dal saggio di Beretta.

    Storia dei preti uccisi dai partigiani ha il pregio di porre in luce il contributo pagato dalla Chiesa italiana, ed in particolare dal clero, a questa pagina oscura della storia nazionale. La Chiesa, in fondo la più grande organizzazione spontanea di cittadini che il nostro Paese abbia mai espresso nella sua storia, è spesso oggetto di critiche anche feroci, mentre il contributo che i suoi membri di ogni livello danno al bene comune viene sovente passato sotto silenzio, come una sorta di atto dovuto. In campo storico, ed in particolare per quanto riguarda lo studio del ventesimo secolo, i critici hanno puntato il dito contro le presunte connivenze del clero e delle gerarchie cattoliche nei confronti di Hitler, di Mussolini, contro l'inadeguata difesa degli ebrei, postulando forse che i dittatori chiedessero istruzioni al confessore o al direttore spirituale.

    Beretta dimostra che anche fra i liberatori non mancavano coloro per i quali i preti valevano più da morti che da vivi, adombrando l'esistenza di un programma più o meno ufficiale di palingenesi sociale nel quale il clero doveva essere eliminato. In molti casi, i sacerdoti uccisi sapevano di avere dei nemici: molti erano stati caldamente esortati dai superiori a trasferirsi in altre sedi; i più rifiutarono, convinti che bastasse non avere colpe per non subire punizioni.

    Un'ultima riflessione alla quale il libro si presta è sul ruolo del sacerdote di fronte alla vita sociale, alle passioni dei parrocchiani dei quali condivide le tribolazioni. In questo caso, il confronto era fra sacerdoti fascisti ed antifascisti, ma il ventesimo secolo ha visto il clero schierarsi su molti temi, con comprensibili lacerazioni anche fra i fedeli. Beretta cita la lettera di un sacerdote filofascista, don Federico Semprini, ad un confratello antifascista, nel quale il primo riportava il giudizio del comune maestro sulla questione: «Gli ero andato a chiedere che cosa pensava di me, già suo simile scolaro, che ero diventato filo [fascista, ndr], filissimo!...Ebbene, mi rispose che in tutte le crisi della società è provvidenziale che anche i preti, almeno in parte, stiano dalla parte dei novatori: non tutti dalla parte dei conservatori. Aggiunse però subito: "Purchè restino veri preti e non falsi preti!". Ora io spero d'essere restato sempre vero e non falso prete». Un giudizio tutto sommato equilibrato, a maggior ragion quando si consideri che era il novembre del 1943; per don Semprini fu una sorta di testamento spirituale, poiché un mese dopo morì a seguito di un feroce pestaggio.

    Paolo Smeraldi

    http://www.ragionpolitica.it

  2. #2
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    Io pensavo di riprendere la migliore tradizione anticlericale diciannovista


  3. #3
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    Se scrivessi la prima cosa che ho pensato dopo me ne pentirei...

  4. #4
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    Predefinito Re: Storia dei preti uccisi dai partigiani

    Una cosa buona l'hanno fatta dunque?
    Sinistra Nazionale!

  5. #5
    Comandante
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  6. #6
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    il solito vizio di prendere il fascismo diciannovista e elevarlo a feticcio. Come se non ci fossero stati 20 splendidi anni di regime dove nonostante la presenza della monarchia e di elementi massonici (di cui il fascismo tento in tutti i modi di liberarsi) ci sono state delle riforme avanzatissime sul piano sociale che nessuna democrazia si sognava.

  7. #7
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    Per quanto mi riguarda non prendo a feticcio nessun tipo di fascismo che sarebbe da consegnare - tutto - alla storia.
    Anche perchè,probabilmente, tra i tanti errori che ha commesso quello più grave è quello di aver creato delle caricature che ancora resistono...
    Sinistra Nazionale!

  8. #8
    Comandante
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    elementi massonici
    Guarda che la massoneria venne messa fuori-legge, semmai le colpe sn da attribuire al guelfismo.

  9. #9
    Cuore Nero
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    Testo originale scritto da Meridius
    Guarda che la massoneria venne messa fuori-legge, semmai le colpe sn da attribuire al guelfismo.

    la massoneria venne messa fuori legge questo si, ma non dimentichiamoci che molti esponenti del fascismo erano e sono rimasti massoni anche dopo le leggi contro la massoneria. Io intendevo questo.

  10. #10
    Comandante
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    Nonostante tutto..

 

 

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