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  1. #1
    Bestia in via d'estinzione...
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    "Molti canti ho sentito nella mia terra natìa, canti di gioia e di dolor. Ma uno mi s' è inciso a fondo nella memoria ed è il canto del comune lavorator"...spettrale residuo di quegli estatici giorni rivoluzionari!
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    Predefinito Viaggio negli inediti del Che.

    Riscopriamo il Che sconosciuto


    Antonio Moscato
    La polemica sugli inediti di Guevara, che continua su molti giornali, non ha aiutato finora a capire il problema essenziale, che non è chi deve percepire i diritti sui suoi scritti ma i criteri usati finora per ritardare la pubblicazione di quelli più interessanti. Quelli che rivelano una critica severa dell'Urss come "non socialista" e una profonda riflessione sulla riproduzione del modello sovietico a Cuba, che non furono rese pubbliche allora "per disciplina".
    Molti inediti sono trascrizioni di brevi discorsi, e di interventi al ministero dell'Industria, preziosi per seguire la sua evoluzione. La maggior parte di questi sono stampati nel volume VI dell'opera El Che en la Revolución cubana, curata da Orlando Borrego mentre il Che era in vita, ma si trovava in Congo (in realtà la vide - ricorda Borrego - durante il suo passaggio "clandestino" a Cuba nel 1966). Un'opera in sette grandi volumi, tirati in poche centinaia di esemplari fuori commercio (secondo alcuni 200, forse un po' di più) riservati ai dirigenti e preclusi agli altri cittadini cubani. Non si tratta dunque di manoscritti sepolti in polverosi archivi in cui sarebbe stato difficile cercarli, ma volumi stampati in un'edizione rimasta per quaranta anni inaccessibile ai cittadini comuni e ai quadri intermedi del partito (un'altra conferma della riproduzione di alcuni meccanismi tipici dell'Urss già nella Cuba del 1966-1967, e non ancora eliminati). Un'opera tanto protetta da occhi indiscreti, che una copia donata da Aurelio Alonso alla Biblioteca centrale di cui era direttore, e collocata naturalmente nei fondi non accessibili a tutti, era sparita appena un anno dopo quando era andato per consultarla.

    Anche Hildita, la figlia maggiore, e il padre del Che non sono mai riusciti ad averla. Ma c'è altro. Il Che aveva anche preparato per la pubblicazione due testi dattiloscritti: il bilancio sulla sua esperienza nel Congo e le critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'Urss. Il primo ha aspettato decenni, in cui si sono fatti errori politici gravi appoggiando regimi africani spacciati per "socialisti" anche per aver ignorato le riflessioni di Guevara sui dirigenti dei movimenti di liberazione che aveva conosciuto. È uscito, incompleto, in molti paesi tra cui l'Italia - ma non a Cuba - solo nel 1994 grazie all'intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, e a Cuba solo molti anni dopo. Dato che alla fine è stato possibile leggerlo, è anche possibile capire le ragioni di una così prolungata censura.

    Le Critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'Urss aspettano ancora di essere pubblicate. Perché? Cercheremo di scoprirlo leggendone alcuni passi importanti.

    Gli scritti inediti (a parte alcuni diari e appunti di lettura) sono tutti del periodo 1962-1966: anni di grande maturazione per la "crisi dei missili" (ben nota) e la "crisi delle Ori" (meno nota). Alcune tracce sono riscontrabili anche in scritti editi, alcuni dei quali abbastanza facili da reperire ma ugualmente ignorati dai "bigotti" che coltivano il mito di un Castro infallibile più del papa e rifiutano di analizzare storicamente le diverse fasi della politica di Cuba, giustificando in ogni momento ogni atto del suo gruppo dirigente. Costoro, di cui ho verificato la faziosità appena un anno fa, quando interruppero con schiamazzi una discussione su Cuba alla Biblioteca Feltrinelli di Roma, rifiutano di ammettere che anche il pensiero di Guevara abbia conosciuto un'evoluzione arrivando a parlare perfino, nel Seminario afroasiatico di Algeri (febbraio 1965) di complicità dei "paesi socialisti" con l'imperialismo.

    Ma è soprattutto a Cuba che non è facile leggere gli scritti di quegli anni. Quando ho trascorso per diversi anni molti mesi a Cuba per attività di solidarietà, ho scoperto che nelle biblioteche periferiche non erano consultabili collezioni del Granma tranne che per gli ultimi tre anni. Impossibile consultare riviste e quotidiani della seconda metà degli anni Sessanta, i più vivaci e interessanti, tranne che nella Biblioteca centrale José Martí all'Avana.

    Il problema dunque non sono solo gli inediti, che presenteremo nei prossimi giorni con una serie di articoli - ma che in gran parte, se hanno un enorme interesse per chi vuole studiare le diverse fasi del pensiero di Guevara, non sono certo di facile decifrazione per il lettore profano se pubblicati in blocco (ci vorrebbero note esplicative per i molti riferimenti allusivi, introduzioni, ecc.) - quanto i criteri di studio sistematico di tutti i suoi scritti, non subordinati a scelte arbitrarie di chicchessia (le edizioni Mondadori di Berlusconi o una commissione di censori cubani…).

    Ho sempre polemizzato con chi astrattamente rimproverava a Castro il legame con l'Urss: creava parecchi problemi, ma era inevitabile. A chi altro poteva rivolgersi Cuba dopo il brusco taglio da parte degli Stati Uniti degli acquisti di zucchero e delle forniture di petrolio e dei tanti generi che un paese semicoloniale deve importare dall'estero? Il problema è che dal 1971 (dopo il fallimento della "Grande zafra" dei dieci milioni di tonnellate di zucchero, che pure voleva ridurre proprio la dipendenza dall'Urss) fino al 1986 il prezzo pagato è stata un'assimilazione ideologica, non totale ma pesantissima. Non solo Guevara rimane in quel quindicennio come pura icona del "guerrigliero eroico", ma vengono chiuse riviste come Pensamiento crítico e bloccata la pubblicazione di una prima antologia di scritti dello stesso Gramsci. I quadri "ideologici" sovietici vegliavano sull'ortodossia. Certo, Fidel Castro ha avuto il grande merito, con la rectificación del 1986, di sganciarsi dall'Urss di Gorbaciov che precipitava verso il capitalismo. Lo ha fatto con metodi discutibili (divieto di circolazione alle riviste sovietiche in spagnolo, che durante la perestrojka erano diventate ricercatissime dai cubani) ma grazie a questo sganciamento Cuba non è stata travolta dal "crollo" come altri paesi. In quegli anni c'è stata la "riscoperta" di Guevara, poi tutto è stato bloccato. Criticare questo significa convergere con l'imperialismo, come insinuano i "giustificazionismi" acritici e dogmatici e anche la stessa propaganda spicciola di Cuba, che ha attaccato perfino Galeano o Saramago, per aver osato mettere in dubbio la giustezza della repressione? No. L'imperialismo ha fatto sparire la copia del libro di Debray, Revolución en la revolución, che Guevara aveva annotato durante la lotta in Bolivia, per evitare che altri rivoluzionari potessero beneficiare delle osservazioni critiche su quel libro che tanti danni ha fatto con la sua interpretazione astratta e intellettualistica della rivoluzione cubana. Nessun altro deve bloccare l'accesso agli scritti del Che. Ne abbiamo bisogno non per santificarlo (sono altri che lo fanno, sottraendolo alla storia) ma per leggerlo come Guevara consigliava di fare con Lenin, con cui pure aveva un disaccordo sulla Nep (a mio parere dovuto a insufficiente conoscenza dei dibattiti di quegli anni): leggerlo tutto, fino all'ultima riga, dal 1917 in poi, per capire l'esperienza fondamentale della storia del movimento operaio. Leggerlo, senza necessariamente accettare ogni sua conclusione, diceva il Che. Dobbiamo poter fare lo stesso con la sua opera.

    Continua
    "Gli idoli di legno possono vincere, le vittime umane venir sacrificate."
    Karl Marx

  2. #2
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    Così il Che criticava l'Urss:
    non ha capito Marx
    Viaggio negli inediti di Guevara. Seconda puntata


    Antonio Moscato
    Ogni anno quando si avvicina il 9 ottobre, anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, lo si ricorda anche sulla stampa più lontana dalle sue idee, che ne parla magari per lamentare le "mitizzazioni della sinistra". E' morto trentotto anni fa, ma il suo ricordo è assai più vivo di quello di tanti personaggi politici scomparsi da pochi anni, compresi quei suoi detrattori che lo liquidavano come uno "stratega da farmacia".
    Come è successo per Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano in quegli anni, che abbandonò il Che senza contatti nella zona inadatta per una guerriglia in cui lo aveva mandato.

    Oggi Monje vive a Mosca, dove fa affari con Putin. E appunto ci si ricorda di lui solo per il ruolo che ebbe nell'isolamento e nella sconfitta di Guevara e degli altri guerriglieri (compresi quelli boliviani, che aveva espulso dal partito perché restavano col Che).

    Ma se sulla morte e sugli ultimi terribili giorni di Ernesto Che Guevara ormai sappiamo tutto, in primo luogo per il lavoro infaticabile di due storici cubani, Adys Cupull e Froilán González, e anche grazie alla pubblicazione dei diari degli altri combattenti (Inti e altri, In Bolivia con il Che. Gli altri diari, a cura di A. Moscato, Massari, Bolsena, 1998), non altrettanto si può dire del suo pensiero, in vari modi dimenticato, deformato o occultato.

    Guevara infatti non è stato solo il "guerrigliero eroico" (così per due decenni è stato celebrato in una Cuba che non lo ripubblicava), ma un originale "riscopritore" del marxismo, capace di prevedere e intuire le ragioni di un possibile crollo del sistema "socialista" che pure, al tempo suo, appariva nel pieno della sua potenza. Perché non lo si conosce che in parte? Se lo domanda da Cuba il Canto intimo di Celia Hart, di cui pubblichiamo ampi stralci.

    Come si vede anche Celia Hart (figlia di due dirigenti storici della rivoluzione, Armando Hart, a lungo segretario del Pcc e poi ministro della Cultura e Haidée Santamaria, che partecipò nel 1953 all'assalto al Cuartel Moncada e poi diresse la Casa de las Américas), si pone il problema della ragione dell'esistenza degli inediti. Con lei si sono dichiarati solidali i due maggiori storici del Che, Adys Cupull e Froilán González. Ma c'è un altro problema: ci sono anche testi ormai editi ma di fatto ignorati da chi, anche a sinistra, preferisce i miti alla cruda realtà.

    Ad esempio ad Algeri, nel febbraio 1965, nell'ultimo discorso fatto come dirigente cubano, Guevara diceva, a proposito del rapporto tra i "paesi socialisti" e quelli dipendenti, che non si doveva più «parlare dello sviluppo di un commercio di vantaggio reciproco», dal momento che era «basato sui prezzi che la legge del valore e i rapporti internazionali, fondati sullo scambio ineguale (…) impongono ai paesi arretrati». Vendere «ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sacrifici senza limiti ai paesi arretrati e comprare ai prezzi del mercato mondiale i macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate» significa di fatto «che i paesi socialisti sono, in un certo senso, complici dello sfruttamento imperialistico».

    In questa direzione si muoveva la riflessione del Guevara più maturo, tra il 1962 e il 1966, rimasta in gran parte inedita, ma non sconosciuta del tutto, perché vari stralci sono stati gradualmente pubblicati in saggi di Tablada e miei, e negli Scritti scelti, curati da Massari, e poi anche a Cuba nel bellissimo libro di Orlando Borrego, Che. El camino del fuego (La Habana, 2001).

    Perché questa riflessione è rimasta inedita? Basta anticipare un solo passo dalle Note sul Manuale di economia per cominciare a capire:
    «Le ultime risoluzioni economiche dell'Urss somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l'avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo. Il tempo dirà se si tratta di un incidente passeggero o se implica una decisa tendenza all'arretramento. Tutto parte dalla concezione erronea di cercare di costruire il socialismo con elementi di capitalismo, senza cambiarne effettivamente il senso. Per cui si perviene a un sistema ibrido che finisce in un vicolo cieco». [Nota: per ragioni di spazio, non si indicano le pagine del Manuale e il numero delle note del Che, ma è possibile riceverle in lingua originale inviando una mail a: antonio. moscato@unile. it].

    In un'altra nota Guevara scrive che «di norma in questo libro si confonde il concetto di socialismo con quanto in pratica accade in Urss». A proposito delle "categorie economiche" che secondo il Manuale sarebbero generate dal regime socialista, il Che annotava che «si presume di conoscere leggi economiche la cui reale esistenza è discutibile» (...) sbattendo a ogni angolo «con le leggi economiche del capitalismo che sopravvivono nell'organizzazione economica sovietica» (...). «Si va avanti con l'autoinganno. Fino a quando? Non si sa, e neanche come si risolverà la contraddizione».

    Come si vede, erano critiche dure, che i sovietici non avrebbero potuto accettare. Ma perché censurarle anche dopo il crollo dell'Urss? Probabilmente per la difficoltà a spiegare agli studenti cubani perché per venti anni dopo la morte del Che, quando Breznev veniva esaltato all'Avana come grande "marxista leninista", hanno continuato a "studiare marxismo" su quel Manuale che Guevara dichiarava pessime.

    2) segue
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  3. #3
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    Guevara e l'Urss, quel giorno a Praga da "clandestino"

    Quando Castro scrisse: «Situazione inquietante, rientra».
    La lunga strada per la pubblicazione degli "inediti"/2

    Antonio Moscato
    In realtà alcuni inediti di Ernesto Guevara alla fine sono stati pubblicati, a volte con anni di ritardo… Ovviamente soprattutto gli scritti giovanili, che pure hanno avuto vicende tortuose: il padre del Che aveva pubblicato parte dei quaderni dei viaggi giovanili, insieme a una parte delle lettere alla famiglia in due volumi (in Italia raccolti in un solo volume dagli Editori Riuniti col titolo "Mio figlio il Che"). Poi la vedova li aveva sistemati diversamente e in Italia sono stati pubblicati da Feltrinelli col titolo "Latinoamericana".
    Erano in pratica i diari già pubblicati e curati dal padre, ma già allora cominciò la rivendicazione di un'esclusiva dei diritti, di cui beneficiò solo una parte della famiglia, senza che nulla toccasse alla figlia maggiore Hildita, ai fratelli del Che e alla vedova del padre, che si ritenevano peraltro vincolati alle indicazioni di Ernesto di non volere nulla di materiale per sé e la sua famiglia.

    Ma in quei testi (peraltro scritti dal giovane Guevara per la propria memoria, e non preparati da lui per la pubblicazione), come anche nell'altro quaderno di viaggio pubblicato - mal curato e mal tradotto - anche in Italia col titolo di Otra vez, non c'era nessun problema politico.

    I problemi politici emergono invece soprattutto per il bilancio dell'esperienza fatta nel Congo nel 1965. In questo caso il Che, nella pausa forzata in Tanzania dopo il fallimento della spedizione, aveva preparato per la pubblicazione un dattiloscritto che - come aveva fatto per i suoi quaderni sulla lotta nella Sierra Maestra - rielaborava gli appunti scritti nel corso dell'impresa col titolo "Pasajes de la guerra revolucionaria: Congo", che ricalcava quello dei "Passaggi della guerra rivoluzionaria", usciti nel 1959-1960 come articoli e poi raccolti in volume.

    Il testo, come ormai si può vedere, è organico e ricco di riflessioni importanti. Ma è rimasto per 28 anni segreto. In quei decenni in Africa si sono fatti errori politici gravi, soprattutto appoggiando regimi che si autodefinivano "socialisti". Erano errori legati al rapporto sempre più stretto di Cuba con l'Urss di Breznev, ma sono stati facilitati dall'aver ignorato le critiche severe di Guevara ai dirigenti di molti movimenti di liberazione, compreso il futuro presidente della Repubblica democratica del Congo Laurent Kabila.

    Questo testo è uscito per la prima volta nel 1994, incompleto e con interpolazioni, grazie all'intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, che si era procurato una copia del dattiloscritto. Fu pubblicato subito in molti paesi tra cui l'Italia, ma non a Cuba, con il titolo di fantasia: "L'anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto Che Guevara". Era stato curato ufficialmente da Paco Ignacio Taibo II insieme a due giornalisti cubani, Froilán Escobar e Félix Guerra, che probabilmente erano i principali responsabili del lavoro, mentre la sua proiezione internazionale (quattordici edizioni contemporanee in tutto il mondo) era assicurata dal nome del popolare scrittore ispano-messicano.

    In realtà circolavano altre copie del testo tra i collaboratori del Che, e una di esse mi era stata fatta arrivare e copiare. Era parzialmente diversa da quella pubblicata, ma non su questioni essenziali. Ciò vuol dire solo che c'erano diverse versioni. Su una di esse si è basato il generale William Gálvez per un suo libro, che ottenne già nel 1995 il premio Casa de las Américas, ma è uscito a Cuba solo nel marzo 1997, col titolo "El sueño africano de Che. Qué sucedió en la guerrilla congolesa", presso le edizioni della stessa Casa de las Américas.

    Perché è passato tanto tempo dalla premiazione alla pubblicazione? Probabilmente per "limare" il testo, come era già avvenuto per un altro libro famoso, premiato dieci anni prima dalla giuria internazionale della Casa de las Américas ed elogiato più volte da Fidel Castro ma ugualmente sottoposto a tagli e censure varie: quello di Carlos Tablada sul pensiero economico di Guevara.

    Solo nel 1999 è uscita una edizione "ufficiale" dei "Pasajes", curata dalla seconda figlia del Che Aleida, che ammette candidamente nell'introduzione «la revisione dello stile, l'aggiunta di osservazioni e l'eliminazione di alcuni appunti». Perché? Probabilmente per mettere le mani avanti rispetto a chi aveva in mano altre versioni, di cui Aleida dice che corrisponderebbero «alle prime trascrizioni (?) redatte dal Che».

    Non è possibile capire quali fossero i passi eliminati; invece nella lettera di Fidel a Guevara del giugno 1966 riportata nella stessa introduzione i tagli sono almeno indicati con il segno […] in diversi punti. La lettera, pur mutilata, è molto interessante: Fidel si rivolgeva al Che che stava a Praga in incognito dopo aver lasciato la Tanzania, invitandolo a «prendere in considerazione la convenienza di fare un salto fin qui», cioè a Cuba, «data la delicata e inquietante situazione in cui ti trovi laggiù».

    Cosa c'era di inquietante? A Praga, dove pochi anni fa hanno tradotto un mio libro su Guevara, ho incontrato molti economisti che erano stati a Cuba con il Che come consiglieri, rimanendo per questo fedeli alle idee rivoluzionarie, e ho avuto la conferma che nel 1966 le autorità cecoslovacche non erano informate del suo soggiorno "clandestino" in quella città. Ma si può immaginare cosa preoccupava Castro, tenendo conto del giudizio sprezzante e ostile sul Che di tutti i partiti comunisti legati all'Urss.

    Va detto che più volte una parte della famiglia negli ultimi anni ha minacciato processi a chi come Carlos Tablada aveva pubblicato qualche brano del Che inedito senza autorizzazione, ma poi non ha fatto nulla. Non c'è stato neppure un processo a Paco Ignacio Taibo II, e neppure ai due giornalisti cubani che gli avevano fornito il testo sul Congo. Perché? Probabilmente per ridurre lo scandalo…
    La pubblicazione era avvenuta in molti paesi ma non a Cuba e quindi il processo avrebbe dovuto svolgersi in un tribunale messicano o italiano, che avrebbe ovviamente permesso ai denunciati di spostare la discussione sulle indifendibili ragioni del divieto, e sulle esplicite dichiarazioni del Che contro la riscossione di diritti sulla sua opera, col risultato di far risaltare quanto siano oggi lontani dai suoi ideali quelli che si appellano a un tribunale per tutelare il proprio monopolio.

    Ora che abbiamo letto, sia pure con tanto ritardo, questi Passaggi della guerra rivoluzionaria-Congo, appare chiaro che dietro la censura non c'era nessuna ragione di "sicurezza dello Stato", ma solo la difficoltà a spiegare - in primo luogo ai cubani - perché Guevara anche sull'Africa non era stato ascoltato.

    Comunque da questa vicenda emerge che a Cuba si considera "normale" tenere nascosto per tanti anni uno scritto già preparato per la pubblicazione dallo stesso Guevara, nascondendo le sue riflessioni sul carattere parassitario dei dirigenti dei movimenti di liberazione africani, che già prima di arrivare al potere mantenevano un livello di vita scandaloso e che utilizzavano per succhiare soldi la concorrenza tra la burocrazia sovietica e quella cinese!

    D'altra parte le censure a Guevara a cui allude anche il "Canto intimo" di Celia Hart, si sono avute su molti piani: ad esempio il documentario curato da Roberto Massari in coedizione con la casa editrice Abril dei giovani comunisti per anni non è stato fatto circolare a Cuba, perché l'autore aveva rifiutato dei tagli a discorsi del Che (editi, questi, in altri tempi…), ma è stato poi rivenduto dalla stessa Editorial Abril in vari paesi dell'America Latina. E capiremo meglio la logica delle censure esaminando più dettagliatamente le Note critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'Urss, rimasto per tanto tempo testo obbligatorio di studio per gli studenti cubani.

    (2/segue)
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  4. #4
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    Polemiche - «Siete contro Cuba». Macché, siamo guevaristi


    Caro direttore, puntuale come un orologio, è ripresa nel nostro paese una campagna di diffamazione contro l'esperienza rivoluzionaria di Cuba. La differenza con campagne analoghe, già viste in passato, è che protagonisti ed interlocutori di questa campagna sono esponenti e attivisti del "popolo della sinistra". I lunghi articoli di Antonio Moscato sul quotidiano "Liberazione" e la pubblicazione del recente libro di Aldo Garzia, sono così diventati l'occasione per riattivare a sinistra delle vere e proprie leggende metropolitane (vedi la tesi "il Che tradito da Fidel Castro") (…). A rendere più odiosa questa campagna di mistificazione storica e politica, sono le recenti polemiche sui diritti d'autore sugli scritti di Ernesto Che Guevara. E' spiacevole - e sotto molti aspetti vergognosa - questa partecipazione entusiastica di esponenti della sinistra al mercato delle icone. Un mercato che ha visto le pagine migliori sacrificate a operazioni di marketing che hanno trasformato Che Guevara in un articolo da bancarella. (…) E' irritante vedere un giornale come "Liberazione" consegnare acriticamente delle pagine rilevanti ad una ricostruzione - come quella di Antonio Moscato - segnata da imprecisioni, falsità e interpretazioni del tutto soggettive. Sarebbe stato opportuno creare magari un contraddittorio che avrebbe arricchito i lettori di "Liberazione". Comunque stiamo lavoreando per rendere disponibile documenti e testimoni che smantellano la ricostruzione storica e le interpretazioni soggettive di Antonio Moscato. Confondere la ricerca storica - anche nelle sue pagine meno chiare - con la sistematica ed autolesionistica demolizione del patrimonio storico del movimento operaio, fino ad oggi ha portato acqua con le orecchie solo agli avversari politici della sinistra e alla loro egemonia sulla storia. Chi si presta a questa operazione di "complicità con il nemico" prima o poi ce lo siamo sempre trovato dall'altra parte (vedi la traiettoria dei Giampaolo Pansa, dei Bordin, degli Adornato o dei neoconservatori statunitensi). (…)
    Luciano Iacovino presidente del Comitato di solidarietà per Cuba "La Villetta"

    Non capisco bene la polemica. Stiamo pubblicando degli articoli del professor Moscato, che è uno studioso molto serio, i quali, sulla base di molti scritti inediti, ricostruiscono la storia politica e del pensiero di Che Guevara. Da questa ricostruzione risulta che Che Guevara, prima ancora di noi, si rese conto della degenerazione del sistema sovietico. Questo fatto rende la sua figura più grande ancora di quello che pensassimo. Cosa c'entrano Adornato e i neo-con? Moscato, per la verità, è stato cacciato dall'Università di Lecce dove insegnava storia del movimento operaio, perché è un uomo di sinistra. Non capiamo qual è la polemica con noi e con Moscato. Qual è l'accusa: guevarismo?
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    Gli inediti del Che
    «La burocrazia dell'Urss mette
    a rischio anche Cuba»


    Antonio Moscato
    La maggior parte degli scritti rimasti fuori dalle edizioni delle opere di Guevara non contengono nulla di sensazionale, ma semplicemente documentano uno straordinario e paziente lavoro di direzione, che doveva affrontare anche una fronda nei confronti della sua intransigenza (con sé stesso, ma anche con i collaboratori).
    Le soluzioni che il Che proponeva per limitare i danni della riproduzione meccanica del modello sovietico, probabilmente non sarebbero state risolutive anche se non fossero state rifiutate nel corso del grande dibattito economico del 1963-1964, su cui ci sarebbe tutta la documentazione disponibile anche in italiano, se si volesse fare i conti con quello che Guevara realmente pensava e non con le leggende.

    Alcune raccomandazioni erano decisamente scomode: ad esempio puntare ad aumentare la produttività; lottare contro gli sprechi e il parassitismo, le assunzioni clientelari, il rigonfiamento degli organici indipendentemente da una valutazione rigorosa di costi e ricavi: «Dobbiamo funzionare meglio del capitalismo, se vogliamo batterlo».

    Era una conferma di quanto era stato proficuo lo studio del Lenin concretissimo degli ultimi anni. La resistenza alle sue proposte veniva dalla micidiale alleanza tra le abitudini locali (la pigrizia, il rinvio di ogni compito al domani, ecc.) e gli uomini più legati al modello sovietico (in cui gli sperperi e le inefficienze erano sistematici e funzionali al meccanismo di controllo politico delle masse).

    Questi scritti, contenuti prevalentemente nel VI volume dell'opera curata da Borrego (quella stampata in 200 copie rigorosamente riservata ai dirigenti) ma anche in alcune raccolte di memorie e testimonianze di suoi collaboratori, andrebbero pubblicati organicamente in un'edizione critica. È difficile dare un idea anche sommaria di questo lavoro nello spazio di un articolo.

    In Italia qualche frammento delle conversazioni bimestrali al MinInd (il ministero dell'Industria) era stato pubblicato dal manifesto mensile nel dicembre 1969, poi pubblicato da Roberto Massari con alcune mie integrazioni e una revisione complessiva sull'originale (Scritti scelti, v. II, pp. 536-579), ma non circolano a Cuba, anche se non c'è nessuna affermazione sensazionale paragonabile a quelle degli scritti sull'Urss. Perché?

    Probabilmente perché risulterebbe evidente la contraddizione tra quegli scritti e la gestione dell'economia a Cuba oggi, soprattutto dopo la dollarizzazione e le aperture alle società miste e ai capitalisti stranieri. Se si conoscessero gli scritti economici del Che, sarebbe più difficile sostenere - come si fa abitualmente - che è l'ispiratore della politica attuale.

    Ma l'ultimo Guevara aveva cominciato a riflettere anche sulla deformazione burocratica della rivoluzione. Ci sono alcuni articoli, un discorso franco ed autocritico alla gioventù algerina del giugno 1963, ma soprattutto accenni frequenti a questo problema nei suoi interventi nelle fabbriche che visita e nei dibattiti bimestrali al ministero.

    Paradossalmente, tuttavia, lo scritto in cui si tirano più nettamente tutte le conseguenze dalla riflessione di Guevara sulla burocrazia non porta la sua firma, ed è apparso dopo la sua partenza da Cuba. Si tratta dell'editoriale "La lucha contra el burocratismo: tarea decisiva" (compito decisivo), apparso in quattro puntate su Granma nel marzo 1967.

    In particolare nella seconda e terza parte, il pericolo che «in seno alle organizzazioni politiche e allo stesso Partito si costituisca, per il tramite dei quadri professionali, una categoria speciale di cittadini, differente dal resto della popolazione», viene ricondotto alla «introduzione di certi sistemi amministrativi e forme di organizzazione presi in prestito da paesi del campo socialista minati dalla burocrazia».

    La burocrazia viene definita non solo «un freno per l'azione rivoluzionaria», ma anche «un acido corrosivo che snatura [... ] l'economia, l'educazione, la cultura e i servizi pubblici», al punto che «ci danneggia più dell'imperialismo stesso». In queste parole, nelle quali è chiara l'impronta del Che, è racchiusa una delle più severe e mordenti critiche della burocrazia apparse dall'interno di un partito comunista al potere.

    Gli editoriali, nonostante il titolo parlasse solo di «burocratismo» (termine che ridimensiona il fenomeno riducendolo a un comportamento discutibile e fastidioso, e che non caso è stato usato periodicamente da tutti i governanti del socialismo reale, da Stalin a Gorbaciov) contenevano in realtà nel testo un appello alla «lotta contro la burocrazia su tutti i fronti e in tutte le sue manifestazioni», con accenti drammatici: «Le forze della classe lavoratrice devono affrontare la burocrazia. Le esperienze della lotta contro questo male dimostrano che la burocrazia tende a comportarsi come una nuova classe. Tra i burocrati si stabiliscono legami, rapporti e relazioni simili a quelli che possono esservi in qualsiasi altra classe sociale».

    Questo editoriale è con molta probabilità una rielaborazione collettiva di materiale preparato dal Che per la discussione in seno al gruppo dirigente, come appare da forti analogie con vari suoi scritti (ed anzi dalla riproposizione di interi periodi tratti dai suoi discorsi apparsi solo nell'edizione riservata ai dirigenti.

    Si tratta senza dubbio del punto più alto raggiunto dalla riflessione sulle ragioni dell'involuzione burocratica determinatasi in una società post-capitalistica (in larga misura indipendentemente dalla volontà dei suoi dirigenti).

    In ogni caso riflette un atteggiamento che era diffuso nel gruppo dirigente castrista in quegli anni, e ha quindi ancora più importanza, anche perché smentisce le leggende che il Che fosse dovuto partire per divergenze con Fidel: il problema vero era l'atteggiamento di ostilità dell'Urss.

    La denuncia della burocrazia è una delle tracce che rivelano una lettura sempre più attenta dell'ultimo Lenin, a cui risaliva (già nel 1921!) la famosa definizione dell'Urss come «Stato operaio con una deformazione burocratica», che viene invece in genere attribuita al solo Trotskij.

    Il riferimento a Lenin si fa più articolato: nel 1961 Guevara diceva ancora genericamente che «Lenin è probabilmente il leader che ha portato il massimo contributo alla teoria della rivoluzione», mentre successivamente distingue varie fasi del suo pensiero.

    E' evidente che Guevara ha cominciato a distinguere quel che è contingente e tattico negli scritti del periodo della Nep, e conosce già qualcosa del dibattito degli anni Venti sulla "Economia politica del periodo di transizione" anche grazie all'incontro con Ernest Mandel, il suo principale sostenitore nel dibattito economico.

    Dallo studio di Lenin Guevara ha ricavato anche la comprensione della peculiarità dell'esperienza sovietica, che comincia a vedere non più come lucida applicazione di un perfetto modello, ma come empirica sperimentazione, sotto la pressione di potenti forze ostili e in un paese arretrato, «anello più debole della catena».

    Polemizzando con i fautori della riproduzione meccanica del modello dell'Urss, Guevara afferma che «l'Unione sovietica non è un esempio tipico di un paese capitalista sviluppato che passa al socialismo. Il sistema, così come lo ereditarono i sovietici, non era sviluppato, e per questo partirono prendendo a prestito molte cose anche dal capitalismo premonopolista».

    Su questo tema ritorna molte volte. Nel dibattito sul "sistema di calcolo di bilancio" che propone in contrapposizione a quello sovietico, che egli respinge perché introduce disuguaglianza, incentivi materiali per i direttori, e incoraggia la falsificazione sistematica dei dati reali (i direttori di fabbrica sovietici «sono tecnici tanto nel produrre quanto nell'ingannare l'apparato centrale», dice in una delle riunioni del Minind), egli viene accusato di usare tecniche capitalistiche.

    Il Che risponde che è vero: «Ci sono molte analogie con il sistema di calcolo dei monopoli, ma nessuno può negare che i monopoli abbiano un sistema di controllo molto efficiente, e stanno attenti perfino ai centesimi, anche se hanno milioni di dollari, e hanno tecniche di determinazione dei costi molto rigorose».

    Non solo ribadisce il concetto di imparare dai paesi capitalisti sviluppati che era costantemente presente in Lenin (e che divenuta impensabile negli anni in cui Stalin, appoggiandosi sullo sciovinismo grande-russo introduce una grottesca esaltazione del popolo russo e una ossessiva xenofobia), ma dice una semplice verità che doveva tuttavia suonare blasfema a generazioni di esaltatori dell'Urss: «In definitiva anche il sistema di contabilità che si applica in Unione sovietica lo ha inventato il capitalismo», e per giunta quello arretrato, dei primi decenni del Ventesimo secolo.

    Queste osservazioni non erano conosciute che a un piccolo numero di dirigenti cubani al momento dello sgretolamento del sistema sovietico. La loro pubblicazione tempestiva avrebbe reso più facile la lotta contro la poderosa campagna che attribuiva al socialismo, a Lenin e allo stesso Marx il fallimento del "socialismo reale" e voleva liquidare per sempre con questi argomenti ogni idea di rivoluzione
    "Gli idoli di legno possono vincere, le vittime umane venir sacrificate."
    Karl Marx

 

 

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