UN ALTRO PUGILE HA PERSO LA VITA: OLTRE CINQUECENTO IN UN SECOLO
Morire all’undicesimo round E lo chiamano sport
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Giorgio De Simone
Il collega ti chiama dal giornale e certo non ti aspetti che un altro pugile abbia perso la vita. Che l'abbia persa dopo (cinque giorni dopo) aver combattuto per il titolo mondiale. È accaduto a Las Vegas, la città più specializzata al mondo nell'organizzare spettacoli (e non c'è altra parola che «spettacoli», purtroppo), di pugilato. È successo a un pugile, Levander Johnson, che combatteva contro Chavez per il titolo mondiale. All'undicesimo round, il che fa del povero Johnson un pugile dell'undicesimo round che, al contrario degli operai dell'undicesima ora, non riceverà, in questa vita, il premio sperato. È successo e ti domandi: ma come, ancora?
Te lo domandi come ti potresti domandare se ancora si muore, per esempio, in miniera e la risposta è sì: sul ring si muore ancora e nella generale ignoranza, e nella suprema indifferenza. È vero: da «arte nobile» il pugilato sembra diventato faccenda di pochi. Dove sono i grandi match in tivù? Dov'è il delirare che l'Italia conobbe per i Tiberio Mitri, i Duilio Loi e i Nino Benvenuti? Oggi è il calcio e solo il calcio a trionfare sui mass media. E per tutti noi, avvinghiati come siamo al pallone, la boxe è cosa vecchia, superata, sport d'altri tempi. Per noi quasi non esiste più il pugilato e invece eccolo lì ancora, eccolo lì con le centinaia di giovani che si credono forti e vengono cooptati, assoldati, indotti a battersi per dimostrare che sono i più bravi.
È questo, in fondo, cioè la corsa a dimostrarsi più bravi, che tiene in vita la Grande Corsa del mondo. Ma quando, per farlo, sali su un ring e lì scopri che il più bravo è l'altro, allora può anche succedere che l'altro ti uccida. E lo può fare, ucciderti, perché ha licenza di farlo, perché il ring è uno di quei luoghi dove si può ammazzare l'avversario senza minimamente sentirsene responsabili. Come in guerra. Non si dovrebbe morire quando si è giovani e invece succede tutti i giorni e tutte le notti, continuamente. E uno dice: ma come, con tutti i morti che ci sono sulle strade, con tutti i giovani che vanno a sbattere il sabato sera, con tutti quegli altri giovani che si fanno saltare con in tasca una bomba, ti preoccupi di uno sfortunato pugile che è salito sul ring sapendo che tra le quattro corde si rischia, sapendo che lì sopra può succedere di tutto come di tutto può capitare al campione che corre su due o quattro ruote?
Ma il pugilato è considerato uno sport. Come il tennis: uno contro l'altro, con la differenza che sul ring più fai male al tuo avversario e meglio è. Nel pugilato il più forte è chi sa fare più male e, se vede l'avversario barcollare infuria su di lui, se lo vede sanguinare lo colpisce lì dov'è la ferita. Nessuno, su un ring, dà una mano all'avversario per rialzarsi, nessuno sul ring può e deve avere pietà. Senza pietà era il titolo di un famoso film e senza pietà, al di là di tutti i film di Stallone, è il pugilato. Perfino il wrestling, se è vero quello che ci raccontano, è concepito per fare spettacolo e non per far male. La boxe, invece, è concepita per far male ed ecco perché succede che nell'arco di un secolo più di 500 giovani possono salire sul ring e morirvi. Non ci resta che una domanda: fino a quando?




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...come convincerla che dovrebbe esser più preoccupata se mi faccio 1000km in macchina piuttosto che se su un aereo...ma non c'è la si fa...il luogo comune è duro a morire.

