Milioni persi tra i rifiuti.
Investimenti d'oro, migliaia di assunzioni, promesse. Ma dal '94, anno in cui è stata dichiarata l'emergenza spazzatura, tutto è precipitato. E ora indagano magistratura e Parlamento.
«Monnezza è ricchezza» dicono a Napoli, ma sbagliano. Perché se a Roma, per esempio, il proprietario della discarica di Malagrotta è diventato una potenza cominciando da ragazzo con un carretto di rifiuti, e se a Brescia bruciando l'immondizia riscaldano tutta la città, proprio a Napoli la spazzatura era e resta una disgrazia.
L'11 febbraio 1994, di fronte all'incapacità conclamata di smaltire i rifiuti e per togliere ossigeno alla camorra che aveva messo le mani anche su quell'attività, politici e amministratori dichiararono l'emergenza. Dopo 4.235 giorni siamo ancora lì: l'immondizia straripa da ogni dove e di notte le campagne sono illuminate da bagliori di rifiuti in fiamme da cui si sprigiona un tanfo che prende alla gola e spezza il respiro. I fumi poi si depositano sulla frutta, gli ortaggi e i pascoli ed è forte il sospetto che perfino il latte e la mozzarella siano contaminati.
Per regalare ai napoletani questo capolavoro sono stati spesi più di 900 milioni di euro, soldi pubblici, dei contribuenti. E altri 400 saranno necessari per portare via treno in Germania e Polonia scarti che nessuno sa più dove mettere. Un disastro.
E siccome in Italia quando una situazione impazzisce inevitabilmente arriva la magistratura, anche a Napoli si è messa in moto la giustizia. I diversi filoni di inchiesta aperti sono confluiti in un fascicolo in mano al sostituto procuratore Giuseppe Noviello che ha concentrato l'attenzione su due aspetti.
In base a un dettagliato rapporto del Sisde (Servizio di informazioni per la sicurezza democratica) il magistrato ha puntato gli occhi su chi manovra il gigantesco affare dell'affitto a prezzi da amatori di 20 ettari di terreno aggiunti ogni mese alle centinaia e centinaia già destinati allo stoccaggio dei rifiuti.
Il secondo ambito di inchiesta coinvolge il governatore della Campania, Antonio Bassolino, alcuni dirigenti del Commissariato per i rifiuti e i manager di un'azienda, la Fibe del gruppo Impregilo della famiglia Romiti, incaricata di trasformare parte dell'immondizia in cdr (combustibile da rifiuti).
A tutti sono stati inviati avvisi di garanzia e il reato ipotizzato è truffa: gli uni e gli altri non avrebbero rispettato i termini contrattuali stabiliti. I circa 3,5 milioni di balle di rifiuti confezionate in 7 anni e destinate all'incenerimento in 2 impianti mai costruiti dalla Fibe e accumulate in spazi grandi 18 volte il volume dello stadio San Paolo, non avrebbero neppure i requisiti per essere bruciate, in pratica sarebbero troppo umide.
I dirigenti Fibe-Impregilo si difendono sostenendo che non avrebbero potuto fare di meglio perché, per produrre a regola d'arte il combustibile da rifiuti, dovrebbe essere effettuata una preventiva cernita degli scarti, la cosiddetta raccolta differenziata, almeno il 35 per cento del totale secondo il decreto Ronchi. Ma solo 11 comuni su 100 in Italia rispettano questo limite e Napoli non è tra i virtuosi, anzi in Campania la quantità di raccolta differenziata negli ultimi due anni è scesa sotto il 10 per cento.
Il nuovo amministratore della Impregilo, Alberto Lina, davanti ai parlamentari della commissione bicamerale di Inchiesta sui rifiuti si è difeso attaccando: «Con questa storia la mia società perde 12 milioni di euro al mese».
E per far capire quanto alla Fibe-Impregilo cerchino di accreditarsi come vittime, di recente hanno prima chiesto un indennizzo di 670 milioni di euro per i danni subiti e poi promosso insieme ad altre imprese il Forum Nimby (Not in my backyard, non nel mio cortile) per sottolineare il fatto che se in Campania il sistema degli scarti resta una tragedia la colpa non è delle aziende, ma della gente che non vuole sentir parlare di impianti di smaltimento e inceneritori.
In effetti la gente in Campania si è accapigliata sull'opportunità o meno di concedere i permessi per la costruzione degli inceneritori. Per esempio ad Acerra, comune scelto come sede di uno dei due impianti, e dove a un certo punto è nata una pecora con gli occhi sotto la gola per colpa, dicono da quelle parti, di un'azienda che sputa veleni, ebbene ad Acerra perfino il vescovo ha guidato la protesta.
E ogni tanto riesplode endemica la rabbia popolare. Ma il presidente della commissione parlamentare, Paolo Russo, di Forza Italia, accusa: «Il contratto con la Fibe ha dato vita a una forma di monopolio sovietico dell'immondizia, è quello il fallimento principale».
Quel contratto ha tanti padri. Fu voluto 7 anni fa dalla giunta campana di centrodestra guidata da Antonio Rastrelli, ma i successori, prima il popolare Andrea Losco e infine il diessino Bassolino, non l'hanno modificato nemmeno in una virgola. Bassolino è stato per anni il responsabile del Commissariato per i rifiuti e sotto la sua gestione se non altro sono state chiuse molte discariche gestite dalla camorra, ma il problema dell'immondizia non è stato risolto.
Anzi, nel frattempo il Commissariato si è gonfiato fino a diventare una delle più grandi e improduttive imprese del Sud con l'assunzione a tempo indeterminato di ben 2.300 dipendenti i quali, per ammissione degli stessi sindacati, fanno poco o niente.
In compenso vengono pagati bene, secondo le tabelle del vantaggiosissimo contratto di Federambiente, con stipendi mensili netti da 1.200 a 1.600 euro, più tredicesima e quattordicesima mensilità, con un costo annuo complessivo di circa 60 milioni, il costo più alto in assoluto di tutti i lavoratori assunti in questi anni nel Mezzogiorno.
Di fronte al fallimento, Bassolino nel marzo 2004 si è dimesso da commissario passando la gestione al prefetto Corrado Catenacci, che con la Protezione civile di Guido Bertolaso ora sta preparando un nuovo piano per lo smaltimento. Partendo dal presupposto che ogni provincia deve pensare ai suoi scarti, l'idea di Catenacci è di far costruire 5 o 6 inceneritori medio-piccoli.
Per gestire l'affare del valore di almeno 300 milioni di euro l'anno, si sta organizzando un pool di imprese pubbliche costituito da Ansaldo, Ecolog più le municipalizzate emiliane riunite nella Hera. Avverte però il presidente Russo: «La situazione è grave, ma nessuno strumentalizzi ancora una volta l'emergenza. Si facciano finalmente scelte meditate, efficaci e trasparenti».
LE CIFRE DEL DISASTRO
3,5 MILIONI di balle di cdr (combustibile da rifiuti) accumulate in Campania in aree grandi 18 volte lo stadio S. Paolo.
20 ETTARI di campagna affittati a prezzi altissimi e aggiunti ogni mese a quelli già destinati allo stoccaggio.
900 MILIONI di euro spesi dall’inizio dell’emergenza dichiarata l’11 febbraio 1994.
400 MILIONI di euro necessari per trasportare in Germania e Polonia l’immondizia accumulata.
2.300 DIPENDENTI a tempo indeterminato assunti dal Commissariato per i rifiuti con stipendi da 1.200 a 1.600 euro.
di Daniele Martini
Panorama 22/9/2005




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