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    Predefinito ... i sussurri arcani della Trinacria


    "... Un giorno dell'anno 1060, Ruggero II, il Normanno, passeggiava solitario su una spiaggia della Calabria e meditava sul modo migliore di conquistare l'isola a quel tempo occupata dagli Arabi. Qualche tempo prima, infatti, alcuni coraggiosi cavalieri messinesi si erano recati da lui per esporgli il desiderio della gente Siciliana di averlo come liberatore e signore. Ciò perché perché i capi degli Arabi erano in così grande conflitto tra loro da coinvolgere in stragi e razzie, anche larghi strati della popolazione.

    Mentre era così intento a meditare, gli parve di udire, proveniente dalla costa messinese, un suono di guerra inframmezzato da sospiri e lamenti di schiavi e da imprecazioni pagane. Ne chiese spiegazione a un eremita che, indicando la costa siciliana, disse: ”Lì gli aranci sono in fiore ... Lì ballano i Saraceni e piangono i Cristiani. Dicono che sei potente e cristiano ... perché non combatti per la tua Fede?" Ruggero rimase silenzioso pensando che il suo esercito era troppo modesto per tentare l'impresa.... Ad un tratto, davanti a lui, il mare prese a ribollire e da un cerchio di spuma apparve la testa di una bellissima fata, la Fata Morgana, che proprio in mezzo allo Stretto ha il suo palazzo più bello e più antico.

    Ella, a poco a poco, emerse e Ruggero la vide salire su un cocchio bianco e azzurro, tirato da sette cavalli bianchi scalpitanti con la criniera azzurra, impazienti di lanciarsi in una folle corsa sopra le acque. La Fata stava per muoversi, quando vide il pensoso Ruggero e gli chiese: ”Cosa pensi, Ruggero? Se é come immagino... salta sul mio cocchio e subito ti porterò in Sicilia, insieme ad un potente esercito …”

    Ruggero sorrise e salutò Morgana con rispetto, poi, gentilmente, ma con fermezza rispose:”Ti ringrazio Morgana, ma non posso accettare il tuo aiuto. Ma se la Madonna che amo e i Santi che mi proteggono mi daranno la loro benedizione, andrò alla guerra sul mio cavallo e trasporterò l'esercito con le mie navi e vincerò per valore e non per gli incantesimi di una fata...”

    Allora Morgana agitò tre volte la sua verga magica e lanciò in acqua tre sassi bianchi. “Guarda o Ruggero la mia potenza!” E in quel punto apparvero case e palazzi, strade e ville e, per magia, tutta la costa siciliana apparve così vicina, da poter essere raggiunta solo con un piccolo salto. "Eccoti la Sicilia! Raggiungi Messina ed io farò in modo che in essa tu possa trovare il più numeroso esercito che tu abbia mai avuto in battaglia!"

    Ruggero, sorridendo, rifiutò ancora: ”Morgana, sei una grande Fata, ma non sarà con l'incantesimo che io libererò la Sicilia dal paganesimo: essa mi verrà data da Cristo, nostro Signore e da sua Madre, la Vergine Maria.”
    Morgana rispettò il suo rifiuto, con un colpo della sua bacchetta magica fece sparire le case, i castelli, le strade, le ville, poi, ridendo, si mosse velocemente col suo cocchio, perdendosi verso le spiagge dell'Etna...

    Ruggero nella primavera del 1061 sbarcò a Messina e riuscì a liberare l'isola dalla dominazione musulmana, i suoi discendenti la costituirono in regno e ne fecero una delle terre più ricche e progredite di quel tempo.


    *^*^*^*^*^*^*


    La "Fata Morgana" non è altro che una specie di miraggio, visibile assai di rado, per breve tempo e di solito con giornate calde e mare calmo. Il fenomeno ottico sembra ravvicinare la sponda calabra a quella sicula, sulla quale gli edifici si prospettano in mare o nell'aria con immagini stranamente allungate, deformate, che si rinnovano continuamente, simulando città fantastiche e schiere di uomini in movimento.



    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito

    TEORIA DELL'ISOLA


    Là dove domina l'elemento insulare è difficile
    salvarsi. Ogni isola aspetta pazientemente di
    inabissarsi. Una teoria dell'isola è segnata da questa
    constatazione: un'isola può sempre sparire. Come entità
    talattica essa si sorregge sui flutti, sull'instabile. Per
    ogni isola vale la metafora della nave; incombe perciò il
    naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso
    verso l'estinzione a cui si consegna. L'angoscia dello
    stare in un'isola, come modo di vivere, rivela
    l'impossibilità di fuggire come sentimento primordiale.
    La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia.
    Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, esso
    vive come non vorrebbe vivere. La storia gli passa
    accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto
    dell'apparenza si cela una quiete profonda...
    L'immanenza della catastrofe nell'anima siciliana si
    esprime nei suoi ideali vegetali, fattispecie del Nirvana,
    nel suo terrore della storia. La Sicilia si giustifica solo
    come fenomeno estetico. Solo nel momento felice
    dell'arte quest'isola è vera. Solo qui il terrore della
    storia è vinto e l'apparenza oltrepassata.

    Da Il Cavaliere dell’Intelletto

    (Opera in 2 atti dedicata a Federico II di Svevia)
    Libretto di Manlio Sgalambro - Musica di Franco Battiato



  3. #3
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    Predefinito Quando la "Grande Bestia" si trasferì in Sicilia...


    Aleister Crowley - Immagine tratta dal sito http://www.ncf.carleton.ca


    Note di John Symonds sull'Abbazia di Thelema

    - L'Arrivo della Grande Bestia a Cefalù

    Dopo un breve soggiorno a Napoli, dove presso l'Hotel Metropole fu compiuto un atto di magia per un “felice e rapido arrivo” a destinazione, il 31 Marzo 1920 Aleister Crowley giunse a Cefalù in compagnia di Ninette Fraux e dei figli Hans e Howard.
    Prese alloggio in un albergo nel quale non voleva trascorrere una notte di più. Al crepuscolo del primo giorno trascorso in paese Crowley celebrò un rito con Ninette (Soror Cypris) per salutare gli Dei e le Dee del luogo. La mattina seguente, dopo colazione, Don Giosuè (soprannominato da Crowley "Giosus"), proprietario di un negozio nei pressi dell'albergo, che aveva notato il gruppo di stranieri, si presentò a Crowley dichiarando di avere una villa d'affittare. La villa in questione, costruita in mezzo agli olivi, si trovava in contrada Santa Barbara ed era di proprietà del Barone Carlo La Calce. Il contratto d'affitto fu firmato in seguito, congiuntamente da Sir Alastor de Kerval e dalla Contessa Leah Harcourt.
    Il 14 Aprile 1920, come risulta dal Registro dell'Abbazia, Soror Alostrael (Leah Hirsig) arrivò a Cefalù con la piccola Poupée (Anna Leah). Poupée era malata, nessuno riusciva a capire cosa avesse.


    - Villa Santa Barbara come tempio

    Per Crowley la villa era un'Abbazia, un Collegium ad Spiritum Sanctum, anche se non era certamente il tempio che voleva costruire sulla cima delle colline di Cefalù, per la cui realizzazione cercò d'ottenere un prestito da una banca italiana.
    Il tempio ideale sarebbe dovuto esser di forma circolare, con otto grandi colonne che reggevano il tetto a cupola, fatto di vetro, alta dodici metri, con cortili ed edifici riservati a vari scopi magici e sociali.
    L'Abbazia era una costruzione di pietra, ad un solo piano, imbiancata a calce, con un tetto di tegole rosse, e mura molto spesse. Cinque stanze si aprivano su d'una sala centrale, il Sancta Sanctorum o tempio dei misteri thelemici. Sul pavimento a mattoni rossi venne dipinto un cerchio magico sul quale era sovrapposto un pentagramma, le cui cinque punte toccavano la circonferenza. Al centro del cerchio c'era un altare esagonale, che conteneva una copia della stele di Ankh-f-n-Khonsu, con quattro candele da ogni lato, un esemplare del Liber Legis, con sei candele da ogni lato, ed altri ammenicoli vari: Campana, Bulino, Spada, Coppa, il Registro dell'Abbazia ed i Pani di Luce. Ad Est del cerchio, di fronte all'altare, c'era il trono della Bestia, e fra il suo trono e l'altare stava un braciere ardente al quale erano appesi i pugnali rituali. Il trono della Donna Scarlatta era posto ad Ovest. E lungo la circonferenza interna del cerchio c'erano scritti i nomi ebraici di Dio. Sulle pareti del tempio, su quelli della camera da letto di Crowley, la Chambre des Cauchemars, e di altre stanze dell'Abbazia c'erano dipinti di Crowley che illustravano il IX grado ed altri riti magici. Lo scopo di questi dipinti era spingere il visitatore attraverso la familiarità, all'indifferenza nei confronti del sesso.
    Un dipinto raffigurava un uomo nudo che veniva sodomizzato dal dio-capra Pan. Il suo seme schiumante spruzzava la Cortigiana delle Stelle, che stava davanti a lui, in atteggiamento seducente, a braccia tese. Un altro dipinto, la Terra di Cockayne, raffigurava un paesaggio con un fiume sul quale navigavano giunche e sampan. Sulla riva c'erano uomini e donne che danzavano, risvegliando la forza di Kundalini. Sullo sfondo c'erano montagne sinistre, attorno alle quali si snodava lentamente un serpente gigantesco, del genere mostro di Loch Ness: era stato destato da quell'allegria e con la sua testa a forma di pene sbirciava sospettosamente quegli esseri umani.


    L'Abbazia di Thelema - Immagine tratta dal sito http://www.inventati.org/amprodias


    - La vita presso l'Abbazia di Thelema

    Al risveglio, la Vegine Guardiana del Sangraal, batteva su d'un gong e proclamava la Legge:”Fa ciò che vuoi sarà tutta la Legge”; e tutti, compresi i bambini, rispondevano: “Amore è la Legge, Amore sotto il dominio della Volontà”.
    Quando i thelemiti si alzavano, la mattina, indossavano i paramenti magici, prendevano gli appropriati strumenti magici (l'uomo una bacchetta, una spada od un pugnale; la donna un calice od una coppa) e, in piedi, volgendosi verso Oriente, recitavano la breve preghiera chiamata Segno della Croce Cabalistico. Il rituale veniva eseguito toccandosi la fronte e dicendo Ateh (Tuo), il petto proferendo la parola Malkuth (Il Regno), la spalla destra dicendo ve-Geburah (e la Potenza), la spalla sinistra dicendo ve-Gedulah (e la Gloria). Poi si giungevano le mani, senza lasciare gli strumenti magici, e si pronunciava in tono vibrante le-Olahm, Amen (nei secoli dei secoli, così sia). Si proseguiva formando un cerchio andando da un angolo all'altro della stanza, da Oriente a Sud, poi ad Occidente ed a Nord, tracciando vigorosamente nell'aria il pentagramma con lo strumento magico, e pronunciando con voce vibrante il nome divino IHVH (Ye-ho-wau) ad Oriente, ADNI (Adonai) a Sud, AHIH (Eheieh) ad Occidente, AGLA (Agla) a Nord. Poi con le braccia tese in croce si diceva: “Davanti a me Raffaele, dietro di me Gabriele, alla mia destra Michele, alla mia sinistra Auriele, perchè davanti a me fiammeggia il pentagramma e nella Colonna sta la Stella a sei raggi”. Poi si ripeteva la Croce Cabalistica, volgendosi verso Sud.
    Prima della colazione veniva pronunciato il Ringraziamento. Incominciava con il battito di alcuni colpi, a seconda della natura dell'opera in corso: tre per Saturno, cinque per Marte, otto per Mercurio, etc. Poi la Bestia, a capotavola, diceva: “Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge”, e Soror Alostrael rispondeva: “Qual è il tuo volere?”. La Bestia: “E' mio volere mangiare e bere.” ”A quale fine?” “Perchè il mio corpo sia fortificato.” “Per quale fine?” “Perchè io possa compiere la Grande Opera. Amore è la Legge, Amore sotto il dominio della Volontà. Così sia.”
    Poi il pasto veniva consumato in silenzio. Lo stesso ringraziamento veniva recitato prima del pranzo, a mezzogiorno. Dopo l'ora del the, si praticava l'Adorazione Serale del Sole; la cena, alle sei in punto, era preceduta dal Ringraziamento thelemico, e dopo cena veniva la lettura di passi del Liber Legis.
    I thelemiti uscivano dall'Abbazia alla mattina, a mezzogiorno, alla sera ed alla mezzanotte, per compiere l'Adorazione del Sole, una breve preghiera (Salute a Te che sei Ra nel tuo sorgere). Ra è il sole che sorge, a mezzogiorno il sole è Hathoor, alla sera Tum ed alla mezzanotte Khephra (lo scarabeo): “Salute a Te che sei Khephra nel Tuo nasconderti, a Te che sei Khephra nel Tuo silenzio, che attraversi il Cielo nella tua Barca nell'Ora Notturna del Sole.”
    Durante il giorno, veniva eseguito il lavoro rituale: i thelemiti compivano varie cerimonie magiche, evocavano diavoli, li bandivano, conversavano con i loro Santi Angeli Custodi, invocavano gli dei, etc.
    Nelle occasioni speciali, come l'ammissione di un nuovo membro all'Ordine, un matrimonio tra un fratello ed una sorella, una nascita od una morte, veniva celebrata la Messa Gnostica di Crowley, Liber XV, che incominciava con le seguenti parole del diacono: “Fai cio che vuoi sarà tutta la Legge. Io proclamo la Legge della Luce, della Vita, dell'Amore e della Libertà in nome di IAO” (IAO è un crittogramma gnostico di Jehovah).
    La regola per i nuovi venuti era rigorosa. Prima settimana: Tre giorni d'ospitalità. Un giorno di silenzio. Tre giorni d'istruzione. Giuramento Magico, seguito da quattro settimane di silenzio e di lavoro. Sesta settimana: Un giorno d'istruzione. Dalla settima alla nona settimana: tre settimane di silenzio e di lavoro. Decima settinama: una settimana d'istruzione e di riposo. Dall'undicesima alla tredicesima settimana: tre settimane di silenzio e lavoro. Ma nessuno degli allievi che arrivavano all'Abbazia da Parigi, Londra o New York accettava questa regola e Crowley, naturamente, non insisteva troppo: con il suo umorismo caratteristico, definiva “superstite” l'ipotetico discepolo che fosse riuscito a completare il corso.


    L'Abbazia di Thelema. Particolari - Immagini tratte dal sito http://www.arcadiaesoterica.it

    - Un mago a Cefalù

    Nei mesi della primavera, Crowley esplorò la campagna circostante e scalò le colline attorno a Cefalù in compagnia di Soror Cypris. Quando cominciò a far caldo, presero a fare i bagni in mare, integralmente nudi.
    Crowley comprò un cane, che chiamò Satan il quale, con grande dispiacere del Mago, fu “assassinato” qualche mese dopo. Crowley si sistemò nell'Abbazia, dipinse e scrisse e dettava drammi, racconti, saggi, inventava nuovi riti magici e portava avanti sperimentazioni relative all'uso di droghe (che alleviavano la sua asma e la dispnea).
    Nelle sere primaverili, mentre il sole tramontava dietro Palermo, Crowley dipinse e guardò il mare color del vino. Era commosso dalla bellezza del mondo, e osservò che ogni sera poteva contare su due ore per dipingere. Lo spettacolo della Bestia con gli orecchini gemmati che spalma colori ad olio sulla tela, o fuma la sua pipa d'oppio sul divano all'interno dell'Abbazia in compagnia di due mogli, si avvicina molto all'ideale borghese del gentiluomo in vacanza, rispettabile ed un po' eccentrico.
    Crowley soffriva d'insonnia, ed era felice di appisolarsi appena gli era possibile.
    Avere due sole mogli che spesso diventavano furiosamente gelose l'una dell'altra era un problema che l'assillava. Quando una si ammalava, l'altra doveva fare anche la sua parte. Il Corano, permettendo quattro mogli, aveva trovato la soluzione ideale; perchè, pensava Crowley, con due donne sei costretto a giustificarti continuamente con una per quello che fai con l'altra. Se le mogli sono tre, due si scambiano confidenze mentre tu sei con la terza; ma quattro sono tante e possono venire ignorate.
    Alla fine di maggio, quando faceva ormai caldo, Leah si ammalò. Crowley riferisce che aveva la febbre, la diarrea, delirava e vomitava. Diagnosi: dissenteria. Tre giorni dopo, mentre la Bestia stava scrivendo una poesia nel cuore della notte, la malattia di Soror Alostrael arrivò alla fase acuta. Per un'ora, la donna urlò orribilmente: il medico prescrisse del laudano.
    Il 21 Giugno, Crowley andò in treno fino a Palermo in compagnia di Leah, che si era ristabilita. Andava spesso a Palermo, per comprare quello che non trovava a Cefalù, per cambiare aria, per trovare una prostituta, o per andare al cinema. Poi salutò Leah e s'imbarco per Tunisi dove avrebbe dovuto incontrare Jane Wolfe (piccola attrice di Hollywood) che non si fece trovare: dipinse un suo ritratto ed eseguì due operazioni di magia con l'arabo Mohammed Tsaida per poi ritornare all'Abbazia.
    Tempo dopo Crowley ebbe notizia di Jane: l'aveva atteso a Bou Saada, in Algeria, ed adesso era arrivata a Palermo. Andò ad incontrarla, presso l'Hotel des Palmes, con Leah Hirsig, e la sera del giorno seguente la condussero a Cefalù. La sua ammissione nell'Abbazia fu annotata su una pagina bianca del Registro il 23 Luglio 1920. Qualche giorno dopo, Jane fu iniziata ed assunse il nome magicodi Metonith, incominciando il suo primo mese di istruzione. Le vennero dati alcuni libri da leggere ed un rasoio con il quale doveva farsi un taglio sul braccio ogni qual volta avesse detto “io”. Crowley e Leah partirono per Napoli e Jane rimase presso il Tempio con Ninette.
    Nel complesso, l'estate 1920 passò senza troppi sconvolgimenti e preoccupazioni per i thelemiti. Qualche volta la Bestia raggiungeva vertici di intensità dionisiaca, correva urlando nomi barbarici nel tempio, gridava i nomi divini e strillava incantesimi: in preda all'estasi compiva atti di magia sessuale per i fini desiderati.
    Intanto le grida che provenivano da Villa Santa Barbara sgomentavano i passanti, contadini siciliani che si facevano il segno della croce e correvano in casa.


    La rocca di Cefalù - Immagine tratta dal sito http://www.skyhighway.com



    - Poupée

    La salute di Poupée era preoccupante tanto che fu chiamato un medico e, sul piano magico, Crowley consultò l'I-Ching. La salute della bambina peggiorava: non riusciva ad assorbire il cibo e si stava letteralmente consumando.
    Il cuore della Bestia si inteneriva al pensiero della piccola: si direbbe che lei sia stata l'unica creatura femminile veramente amata da lui. Mandò un telegramma a Napoli per ordinare un farmaco e consultò nuovamente l'Oracolo Cinese che non diede un responso incoraggiante circa le possibilità di guarigione della bambina.
    Venne in seguito portata in un ospedale di Palermo dove stava con Leah. Crowley decise di andarla a trovare. Il giorno seguente era il 12 Ottobre: il più triste dei suoi compleanni (il quarantacinquesimo). Tornò a Cefalù e cercò di dipingere per superare lo stato di depressione. Il giorno 14, mentre stava lavorando al quadro “L'imperatore morto”, Alostrael arrivò da Palermo a testa bassa: Poupée era morta quella mattina. Condusse nel tempio Leah che piangeva ed agitò la bacchetta magica, suonò la campana per benedire lo spirito della sua bambina. Dal registro dell'Abbazia: “La prima bastarda della Bestia e di Alostrael, ha lasciato la città di Panormus, avviandosi per la Sua Via, e i suoi veli corporei non verranno più veduti da noi attraverso i nostri sensi corporei. Possa Ella guidare la Sua nave fra le stelle, Sue sorelle, nei mari dello spazio! Coloro dai quali Ella aveva preso in prestito la Sua carne, sono stati colpiti da una sofferenza paurosa, inesprimibile per mezzo delle parole, e perciò in silenzio hanno sopportato il Tempo ed il suo carico di dolore”.
    Leah stava male ed aveva abortito sei giorni dopo la morte di Poupée. La perdita della figlia e l'aborto di un feto maschio al terzo mese di gestazione condusse Alostrael ad una sorta di follia temporanea. La sua diffidenza e la sua gelosia nei confronti di Soror Cypris riafforarono più violente che mai. Leah aveva perduto due figli e Ninette aveva ancora la sua creatura, era incinta di otto mesi. Per due settimane, Alostrael aveva insistito ininterrottamente per convincere Crowley che era tutta opera di Ninette: lei aveva perpetrato terribili stregonerie contro la Vergine Guardiana del SanGraal. La Bestia prese il diario di Cypris e cominciò a leggere le annotazioni più recenti ed alla fine si convinse: entrò nel tempio ed incominciò ad esorcizzare le forze ostili per mezzo della quali Ninette aveva operato i suoi malefici, bruciò l'assefetida per allontanare le potenze maligne. Consegnò a Cypris una copia dell'esorcismo dove le veniva intimato di trasferirsi in paese. Una vecchia contadina che viveva nei pressi condusse via Ninette.


    - Thelema va avanti

    Il 21 Novembre, Cecil Fredrick Russell, un giovanotto che durante la guerra era stato infermiere in un ospedale della Marina, arriva all'Abbazia. Aveva già incontrato Crowley a New York nel Giugno 1918. Russell, poco dopo il suo arrivo, pronunciò il giuramento ed assunse il nome magico di Genesthai. Crowley criticava gli esperimenti di Russel con l'etere ed i suoi modi di fare, spettava a lui portare alla luce le sue qualità migliori.
    Alostrael era già a Palermo. Crowley procedette a dare avvio alle Orge (come egli stesso definì questa serie di importantissime operazioni magiche) insieme a Leah, all'Hotel de France. Il giorno seguente vi partecipò anche Genesthai, ma il rito non andò come sperato. Quando tornarono all'Abbazia, due giorni dopo, per prima cosa pranzarono. Poi la Bestia si rase, si dipinse il volto e mandò a chiamare Frater Genesthai perchè partecipasse all'Orgia.


    Mussolini. Volle l'espulsione di Crowley - Immagine tratta dal sito http://www.kjoe.at



    - Fine di un sogno

    Il suo soggiorno ebbe una fine repentina quando fu espulso dall’Italia su ordine di Mussolini nel 1923.

    Dal sito http://www.inventati.org/amprodias - Pagina Web http://www.inventati.org/amprodias/t...andebestia.htm

  4. #4
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    Villa Palagonia - Immagine tratta dal sito http://www.cercaturismo.it/

    Psicopatologia ed arte: la villa del Principe di Palagonia
    di Giovanni Zampato

    Intervento al Convegno: "Psichiatria ed Architettura" organizzato da Club '74 - Club socioterapeutico, culturale, ricreativo - Mendrisio, 5 e 6 novembre 1992

    "Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa"


    Felicità e sofferenza dello spazio vissuto

    Gaston Bachelard nella sua "poetica dello spazio" ci espone la sua concezione di spazio vissuto, inteso sia come spazio vuoto sia come spazio pieno, concreto e qualitativo, come lo spazio che gli uomini abitano e percorrono, amano o detestano. Egli pensa che le cose del mondo racchiudano un potenziale immaginativo che gli esseri umani possono far sprigionare, investendole con la forza della loro immaginosità soggettiva, in particolare tramite il linguaggio del mito e della poesia.
    Esplorando i valori immaginativi connessi alla casa, a partire da un ricordo di Dumas sulla sua casa d'infanzia, Bachelard giunge a definire la casa come un corpus di immagini che forniscono all'uomo ragioni o illusioni di stabilità, ipotizzandola come un "essere concentrato".

    La casa richiama ad una coscienza di centralità. Al contrario dell'immagine di felicità dello spazio di Bachelard, lo psichiatra Binswanger, interpretando i materiali clinici dei propri pazienti, propone un'immagine del tutto opposta: lo spazio vissuto come sofferenza, lo spazio trasformato in inferno sotto la spinta della sofferenza psichica, del catastrofico.

    Da Bachelard a Binswanger, tramite l'immaginazione, nell'uno poetica e sognante, nell'altro sofferente e psicotica, lo spazio si trasforma da culla a tomba.
    La moderna psicologia ambientale affronta il tema del luogo con l'intento di approfondire la questione dei legami affettivi che le persone stabiliscono con l'ambiente fisico circostante - la topofilìa, la familiarità, il senso del luogo, l'attaccamento ed il radicamento e la rappresentazione sociale del luogo con le sue traduzioni comportamentali.

    La villa del Principe di Palagonia, apparecchio finzionale, appare a posteriori come un dispositivo ambiguo e perturbatore, atto ad accostare, tramite un espediente metaforico, i rapporti tra immaginario e spazialità, tra psicologia, psicopatologia ed estetica, tra norma ed eccezione.


    Villa Palagonia, particolare - Immagine tratta dal sito http://www.museum-bagheria.it/

    La villa

    Villa Palagonia, conosciuta ancora come "Villa dei mostri", sorge a Bagheria, la contrada della "Bagaria" del '700 del poeta epigrammatico Giovanni Meli, ad oriente di Palermo.
    Fu voluta e fondata da Ferdinando Francesco Gravina e Bonanni, per usufruirne come luogo di svago e di villeggiatura al pari dell'antica nobiltà palermitana che, fin dalla metà del '600, con il Branciforte, aveva eletto la conca bagherese, per la sua bella posizione di fronte al monte Catalfano, a tale scopo. Testimonianze ora per lo più fatiscenti dell'universo barocco in Sicilia e di una civiltà ancora ad impronta feudale, caratterizzate dallo scalone a doppia rampa coronato dallo stemma aulico familiare, le ville della zona (citiamo Villa Cattolica, Valguarnera, Trabia) sono oggi inserite in una trama urbanistica anarchica ed asfissiante che ha reso Bagheria triste suburbio palermitano, privandola del contesto arcadico settecentesco.
    Villa Palagonia, da documenti d'archivio, fu progettata dall'architetto domenicano Tommaso Maria Napoli, ed iniziata nel 1715; fu terminata, nell'arco di un secolo, dai nipoti di Ferdinando Francesco, tra i quali l'omonimo Ferdinando Francesco II, detto "il Negromante", cui si devono i famosi "mostri" scolpiti nel tufo che coronano i corpi delle dipendenze, nonché l'arredamento bizzarro. Le statue pare che fossero vicine alle duecento, ma ne rimangono oggi 62, ed ornavano tutto il vialone di accesso che iniziava da un arco trionfale oggi inserito nella trama viaria di Bagheria.
    La villa del Principe di Palagonia, con il suo intricarsi di stili che attraversano il tardo rinascimento ed il barocco nell'impianto, ed il rococò, sino a manifestazioni neoclassiche, nell'ornato, non mancò di meravigliare profondamente i visitatori dell'epoca (tra i quali Goethe) e, anche per il costo di molto superiore a quello di qualsiasi altra villa del Palermitano, contribuì a creare attorno alla personalità del Principe una discreta aneddotica ed un'aura di stravaganza, o meglio di follia.

    L'impianto architettonico della villa si organizza attorno ad una dialettica serrata tra il casino centrale e la corte, con un palleggio di forze insolito nel panorama suburbano di Palermo. Appare uno stretto rapporto consequenziale tra l'edificio centrale, l'abitazione del Signore, e le dipendenze del recinto, riservate alla servitù ed ai servizi. Questi due nuclei vivevano in funzione l'uno dell'altro, in maniera organica, armonica, compenetrabile, e si creavano a vicenda lo spazio di cui avevano bisogno. Si trattava peraltro di uno spazio barocco in cui il blocco del palazzo, nel suo insieme monolitico pur addolcito dalle facciate bombate, si opponeva all'apertura scenografica della corte con le ampie e ripetitive curve barocche che sembravano aprire le braccia per accoglierlo e nel contempo chiuderlo al mondo esterno. Ma il palazzo stesso muove la sua struttura per chiudere la scala a tenaglia, rideterminando lo spazio esterno. Il movimento dall'interno verso l'esterno supera la delimitazione dei corpi bassi con sorprendenti effetti spaziali di apertura e di chiusura d'immagine, pur trattandosi di un esempio di architettura chiusa di tipo mediterraneo.

    A voler ben vedere, la Villa, con il suo impianto architettonico a volte contraddittorio per il movimento continuo di richiamo interno/esterno, si articola, come articola il nostro discorso, attorno ad alcune principali polarità: la cinta, coronata con la grottesca ornamentazione antropozoomorfa, i mostri, in materiale friabile, rivolti quasi nella loro totalità verso l'interno, i sognatori di pietra del giardino ed il salone degli specchi, a cui conduce lo scalone principale dopo il vestibolo.


    GOETHE ED I VISITATORI DEL SETTECENTO

    Manicomio, assurdo, diavoleria, leggende di parti mostruosi avvenuti a donne che avevano visto le statue: questi i giudizi e le notizie riportati dai viaggiatori settecenteschi.
    All'entrata del salone vediamo la scritta: "Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa". Seguendo le descrizioni dell'epoca, il soffitto a volta era completamente rivestito "da grandi specchi, particolarmente congiunti assieme, con una angolazione studiata al fine di produrre uno specchio moltiplicatore, cosicché quando tre o quattro persone passeggiano sotto pare che ce ne siano tre o quattrocento...inoltre porte e finestre sono ricoperte con specchi tagliati nelle fogge più ridicole ed inframmezzate da cristalli di ogni sorta". (Brydone, P.: Viaggio in Sicilia ed a Malta nel 1770, Longanesi 1970). Si può ipotizzare quindi un effetto volutamente caleidoscopico e di frammentazione inserito proprio nella struttura centrale. La Villa inoltre era arredata in un modo per lo più inconsueto con sedie zoppe a piedi diseguali sotto i cui velluti si celavano spuntoni, candelabri cinesi che ad una attenta valutazione si rivelavano cocci incollati alla bell'e meglio, un affastellato bestiario che invadeva ogni spazio nella camera da letto del Principe, sculture bizzarre che simboleggiavano la vita e la morte (per esempio una testa graziosa che si rivelava nel suo rovescio un orribile teschio), ed inoltre un crocefisso dal cui ombelico pendeva una catena che a sua volta fissava la testa di un penitente sospeso per aria...

    "L'interno di quel castello incantato corrispondeva in tutto e per tutto con l'esterno...la folla stupefacente di statue che circonda la casa sembra a distanza un esercito posto a sua difesa, ma appena li accosti ciascuno assume il suo vero aspetto e ti pare di essere capitato nel paese dell'illusione e dell'incantesimo...il palazzo è attorniato da un recinto circolare di casette basse sui cui tetti è sparsa una accozzaglia curiosa di spagnoli e mori, di mendicanti deformi e nani, musicisti e pulcinella, idre e soldati...teste d'uomini innestate su corpi di pesci o di cavalli, draghi, scimmie e serpenti con più teste..." (Houel, J.: Viaggio pittoresco nelle Isole di Sicilia, Malta e Lipari nel 1782, S.E.I. 1977).

    Goethe giunse a Palermo nell'aprile del 1787 e, recandosi a Villa Palagonia, ne riportò nel suo "Viaggio in Italia" un giudizio per nulla positivo, descrivendo una disarmonica mancanza di fantasia ed una perdita dell'euritmia e soffermandosi ad enumerare gli elementi della stramberia del Principe. Questo è il Goethe classicista di Weimar che ripudia il Werther e comincia a pensare al Faust. Egli però non dimenticò, al pari degli altri viaggiatori, la villa siciliana, che diventerà per lui un luogo simbolico, ove la follia ed il demoniaco possono all'improvviso prorompere, scardinando l'armonia e le leggi della natura. Il Principe farà, all'inconsapevole Goethe, un dono: un gruppo diabolico della sua cinta approderà alle rime di Faust nella notte di Valpurga.

    Il gioco barocco "machina" si articola quindi su di un effetto di frammentazione caleidoscopica e di atmosfera da capogiro, con perdita della visione centrale e proiezioni esterne che cadono su figure difformi o mostruose che cingono d'assedio la casa. L'Altro, il mostruoso, si manifesta cangevole e friabile, con una certa pregnanza oggettiva che risponde alle moltiplicazioni delle ricomposizioni per assurdo della figura centrale, la quale a sua volta condensa ed accorpa in sé le forme inquietanti presenti nell'oggettistica bizzarra della cornice della volta. PROIEZIONE FANTASTICA E PATOLOGICA DETERMINATA DALLA MALATTIA PSICHICA DEL PRINCIPE, CAPRICCIO BAROCCO, GABINETTO ALCHEMICO CABALISTICO, PROGETTO SPERIMENTALE PSICOLOGICO? In ogni caso, notiamo che l'intero edificio, dalla disposizione dello spazio alla ornamentazione ed alla figurazione, appare sottostare ad un unico progetto, ad una intenzione. Dalla disarmonia, dal disordine volutamente organizzato, dalla rigatteria, proviene una perdita del senso di stabilità e di centralità, e tramite il rovescio delle cose ed i filtri colorati e speculari si perviene a costruzioni diverse della realtà.


    Villa Palagonia, particolare - Immagine tratta dal sito http://www.coloridisicilia.it/


    Analogie

    Se consideriamo la Villa nella sua dimensione di "machina" barocca, ossia di progetto intenzionale, e non come conglomerato anarchico di fantasie malate, non mancheremo di reperire analoghi esempi sia nella cultura contemporanea e viennese come la dimora del "capriccio" di Giuseppe II nel parco di Laxenburg, in Moravia, dove compare il rococò più sfrenato, sia nelle dimore di campagna di Federico il Grande, ai confini della Slesia, o nella villa del conte Höditz, a configurazione burlesca con presenza di veri nani. Ville assurde continuarono ad esistere in età romantica, fino ai castelli fiabeschi di Luigi II di Baviera; troveremo poi antecedenti nel bosco sacro di Bomarzo, giardino della villa di Vicino Orsini, paragonabile nella sua espressione mostruosa, esotica e labirintica al teatro di pietra di Palagonia. Per quel che concerne le arti figurative non dimentichiamo gli antesignani Bosch, Brueghel ed Arcimboldo; vale infine la pena di ricordare che il secolo dei lumi fu percorso da una molteplicità di inserzioni antirazionaliste (dal decano Swift con i suoi Gulliver's Travels, a Cagliostro, al fiorire di automi, carnevali, festivals dell'inconsueto). Nel 1782 appare "L'incubo" di Füssli, oggettivazione dell'onirismo. Ricordiamo ancora l'immaginario fantastico settecentesco dei teatri di marionette di casa Borromeo all'Isola Bella, con il suo repertorio di mostri mitologici ed infernali, i gabinetti di cose rare e curiose, le Wunderkammern, la catalogazione barocca e gesuita di un mondo esterno miniaturizzato e di un mondo interno accuratamente descritto in ogni sua manifestazione. Ma le composizioni della villa di Palagonia precedono anche il surrealismo: la donna con testa equina seduta a giocare a carte con un uomo dalla testa di grifo prelude a Savinio e si accosta alle esperienze dell'art brut. E che dire, tra i moderni, dell'opera pittorica di Enrico Baj e dell'inquietante produzione figurativa di uno scrittore come Dino Buzzati, con i suoi esseri mostruosi e sadici e le sue donne a quattr'occhi?



    Villa Palagonia, particolare - Immagine tratta dal sito http://www.slowfoodsciacca.it/


    IL PRINCIPE E LA FOLLIA

    Della Villa del Principe di Palagonia si sono interessati all'inizio del nostro secolo due psichiatri amburghesi, Fisher e Weygandt, mettendo in relazione l'uomo alle immagini da lui create ed individuandone una connessione artistica a carattere patologico. Lo stesso Emil Kraepelin si interessò alle sculture di Villa Palagonia, rilevandone della affinità con i disegni dei catatonici ed esemplificandole in una fotografia inserita nel primo volume del suo trattato di Psichiatria. Era l'età del fervore scientifico positivista, l'epoca delle grandi classificazioni sintomatiche descritte in assenza di una chiara visione eziologica delle malattie mentali. La rivoluzione freudiana era agli inizi e l'inconscio era ancora costretto dagli argini coscienziali. Era anche il tempo in cui stava per essere pubblicata l'opera di Prinzhorn sull'attività plastica dei malati di mente, sulla specificità della Gestaltung schizofrenica riassunta nelle seguenti caratteristiche formali: gioco sfrenato, monumentalità ornamentale, ambiguità, frammentarietà della figurazione. Le caratteristiche individuali, e la spinta dell'art brut di Dubuffet orienteranno poi all'analisi dei dipinti di Wölfli, ove risaltano il riempimento totale dello spazio figurativo, l'orrore del vuoto. Tali aspetti però non appaiono peculiari della figurazione psicotica, ma compaiono in età diverse della storia dell'arte e nelle produzioni primitive. La sostanziale differenza tra il creatore psicotico e l'artista sano si configura nel riflesso del mondo autistico nel primo, nel riflesso permeabile al mondo esterno del secondo, oppure seguendo il motto di Salvador Dalì: "L'unica differenza tra me e il matto è che io non sono matto!". Tuttavia i surrealisti non mancarono di identificare l'arte moderna con l'arte psicotica nella ricerca delle radici dell'atto creativo. Prinzhorn tendeva a concludere che "l'arte delle persone mentalmente malate è tanto simile all'arte moderna perché corrisponde alle aspirazioni più segrete dei nostri tempi".

    Era un folle il Principe, come ipotizzarono i viaggiatori settecenteschi e gli psichiatri di inizio secolo? É lecita l'individuazione di una entità morbosa dall'analisi e dai tratti psicopatologici ravvisabili nell'opera progettata? Gli archivi storici non ci aiutano molto. Le notizie ivi raccolte ci dicono però che egli, come già il nonno, rivestì importanti cariche pubbliche in seno al Regno, ciambellano personale del Re di Napoli e grande di Spagna. Nella senescenza si dedicò ad opere misericordiose. Al contrario di quanto ipotizzavano i viaggiatori settecenteschi, era sposato; di lui qualcuno disse, non senza meraviglia, che, udendolo, pronunciava cose sagge per nulla paragonabili con la stramberia della sua opera. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1788, fu spunto per impersonificazioni fantastiche in vari romanzi.

    Per quel che riguarda la Villa, alcuni elementi potrebbero indirizzare l'osservatore a vederne una operazione di ricostruzione bizzarra incomprensibile, risultato monoidetico di una personalità morbosa. Ma l'analisi storico-culturale indirizza anche verso l'individuazione di un significato diverso, ravvisabile nell'ambito di un progetto ironico, di un dispositivo finzionale, avente l'obiettivo di sovvertire l'ordine, meravigliare lo spettatore, indurre in lui uno stato di coscienza particolare, predisponente il punto d'innesco di un eventuale processo creativo. Artificio architettonico-figurativo, quindi, progettato per giungere all'inconoscibile, al meraviglioso, con il recupero dell'immaginario, tramite il pensiero mitico-simbolico.

    Oggi, la casa del Principe porta le conseguenze di una dementificazione progressiva e disadorna, attanagliata com'è da residenze da incubo, da rottami, da un traffico caotico. L'edificio resiste ancora ma del dispositivo metaforico inventato dal Principe ben poco rimane. Gli specchi oscurati tacciono, come spenti sembrano il sognatore ed i mostri. La macchina mostruosa dell'urbanistica palermitana sta velocemente attualizzando la profezia della distruzione della Villa, travolta dal caos, formulata nel dialogo immaginario proposto da Giovanni Macchi tra il Principe ed un nobile veneto, della terra del Palladio ("Il Principe di Palagonia", Mondadori, 1978).

    In "Requiem per la follia", Michel Thévoz riporta una osservazione di Roland Jaccard tratta da "L'exil intérieur":
    "Ogni società ha i pazzi che si merita; la nostra produce psicotici spenti, invischiati nelle loro miserie psicologiche, tagliati fuori dal mondo allo stesso mondo in cui produce individui "normali" spenti, invischiati nelle loro miserie psicologiche, tagliati fuori dagli altri".

    Difficile al giorno d'oggi trovare le meravigliose "cattedrali" deliranti di un tempo, difficile trovare altre Ville di Palagonia.

    http://www.geocities.com/Athens/Styx...palagonia.html

    Dal sito http://www.geocities.com/Athens/Styx/7684/index.html

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Goethe giunse a Palermo nell'aprile del 1787 e, recandosi a Villa Palagonia, ne riportò nel suo "Viaggio in Italia" un giudizio per nulla positivo, descrivendo una disarmonica mancanza di fantasia ed una perdita dell'euritmia e soffermandosi ad enumerare gli elementi della stramberia del Principe.
    In alcune sue lettere, Goethe ricorda: "Quanto di esorbitante dal naturale, anzi quanto di non naturale possa concepire un cervello anomalo, si collocò nel recinto e nella parte interna di essa, la quale avrebbe potuto essere delizia e fu invece nausea a quanti vi si recano. Uomini con teste di donne, donne con teste di uomini, cavalli con zampe di cani e rostri di uccelli rapaci, bestie tricipiti camuffate alla moda di Parigi, bipedi senza piedi, esseri con la bocca nella fronte e nasi all'ombelico, soldati, pulcinelli, turchi, spagnuoli e mostri delle più stravaganti forme; e con essi nani, gobbi, sbilenchi, sciancati, figuracce orride per composizioni non mai sognate, per atteggiamenti sinistramente contorti, per ininfrenabili corruzioni del gusto: tutto vi venne impostato". Avvezzo per generazione e cultura al gusto neoclassico, Goethe provò ripugnanza per quella grottesca esasperazione del genio barocco e soprattutto per quelle isolenti trasgressioni dei canoni formali dell'architettura classica: ”Oltre che i cornicioni delle casette circondanti il palazzo sono tanto in un senso quanto in un altro oblique - ricorda con disgusto il visitatore - confondendo ogni idea dello scolo, della linea perpendicolare, base della solidità e dell'euritmia […] quei cornicioni sono ornati d'indre, di teste di draghi, di piccoli busti, di figure di scimmie che suonano strumenti musicali e di altre stramberie con figure di divinità tra le quali quella di un Atlante che invece di un globo sorregge un barile".

    Il giudizio di Goethe, così categorico nei confronti della dimora dei Gravina, attribuiva un duplice valore negativo all'essenza della costruzione. Il primo riguardante il gusto, senz'altro pessimo, delle figurazioni ornamentali, non giustificate - a parer suo - da alcuna finalità simbolica. Il secondo - forse più severo - sottolineava come, nella composizione di Villa Palagonia, non apparisse un'arte fondata sui principi della geometria, come non fossero, cioè, stati applicati quei rapporti proporzionali capaci di conferire all'edificio una matematica armonia. Ma la ragione profonda delle bizzarre effigi di Villa Palagonia rimane a tutt'oggi un mistero. Il principe Gravina, riguardo le effigi mostruose, ammetteva di aver tratto ispirazione dall'Egitto, terra di misteri, "dove, secondo Diodoro Siculo, l'azione dei raggi solari sul limo del Nilo è tanto potente da far scovare ogni sorta di animali".



  6. #6
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    Il mago Eliodoro e l'elefante di Catania



    Una domanda alla quale la maggior parte dei catanesi non saprebbe rispondere è quella relativa alla origine del nome Liotru o Diotru, che dir si voglia, attribuito da antichissimi tempi all'elefante di pietra lavica che adorna la monumentale fontana di Piazza Duomo. Perchè mai, dunque, il vetusto pachiderma, elevato al massimo onore di simbolo della Città, viene indicato, ancora oggi, con tale nome? Gli storici riferiscono che esso esercitò sempre nella fantasia del popolo uno strano e misterioso senso di suggestione. Anzi, la più attendibile tradizione, lo fa ritenere, originariamente, oggetto di culto in un tempio di riti orientali della Città. Precipitato dal suo altare ai primordi del Cristianesimo, venne portato fuori le mura, dove rimase per più secoli. Chi tentò, invano, di conservare al vetusto idolo gli onori di un tempo, fu, nella seconda metà dell'VIII secolo, un famosissimo mago: Eliodoro, altrimenti detto Diodoro, Liodoro, Lidoro, ed anche Teodoro.

    Egli, con i suoi incantesimi (...vir magica arte imbutus, miranda prestigiorum machinatione...), secondo la leggenda, tramutava gli uomini in bestie e faceva apparire le cose lontane improvvisamente presenti.
    Essendosi, però, burlato anche degli esponenti della Città, questi decisero di condannarlo a morte. Ma, inutilmente, giacchè egli, grazie ai suoi diabolici poteri, riuscì a scampare dalle mani del carnefice: si fece portare velocemente dagli Spiriti per aria in Costantinopoli e, con la stessa celerità, restituire in Catania. Ingannato dal prodigio, il popolo gli tributò onori quasi divini, che ottennero l'effetto di renderlo ancor più temerario.
    Di Eliodoro o Teodoro (...Theodorus, aspectu deformis, natione Iudaeus e post Simonem magum nulli in arte magica secundus...) la tradizione popolare ha tramandato il ricordo di altri mirabolandi fatti.
    Una volta, per esempio, vuolsi che egli offrisse ad un giovinetto un velocissimo cavallo, per fargli ottenere la palma nei giochi circensi. Ma, dopo la vittoria, il destriero disparve, non essendo che un demonio in quelle sembianze.
    Eliodoro venne per tale ragione condotto in carcere, ma, anche questa volta, riuscì a riguadagnare la libertà, corrompendo le guardie mediante l'offerta di tre false libbre d'oro: una grossa pietra, cioè, dall'apparenza d'oro, che, poco dopo, riacquistò la sua forma naturale.
    Tale frode non fu la sola che egli commise: alla stessa maniera si videro portar via tanta roba molti venditori della città.
    Reso edotto dei gravissimi e continui fatti che turbavano la quiete dei catanesi, l'imperatore Costantino decise allora di far partire per Catania il suo ministro Eraclio, con l'incarico specifico di condurgli il mistificatore. Ma, quando Eraclio giunse alla mèta ed inviò i suoi armati per arrestare il mago, questi, con i suoi tanti raggiri, li indusse a prendere un bagno: -"Andiamo, dunque, al bagno - disse loro - affinchè ritorniate alle navi con forze rinnovate". Appena i soldati si immersero nell'acqua avvenne un altro grande prodigio: tutti quanti, lui compreso, si trovarono istantaneamente a Costantinopoli, nel bagno dell'Imperatore.
    Condannato a morte da Costantino, nel momento in cui stava per eseguirsi la sentenza, egli domandò in grazia una catinella d'acqua: vi tuffò la testa e sparì misteriosamente, dicendo: - " Chi mi vuole, mi cerchi in Catania ! ".
    Al colmo del furore, l'Imperatore ordinò allora ad Eraclio di ripartire subito, affinchè, con ogni mezzo, riacciuffasse il prigioniero. Ritrovato, quest'ultimo non oppose alcuna resistenza: docile e silenzioso, s'imbarcò, insieme all'inviato dell'Imperatore, su di una nave, da lui stesso costruita per via d'incantesimi, la quale, in un giorno e senza aiuto di remi, li trasportò a Costantinopoli, svanendo subito, appena approdata.
    Avvertita dell'arrivo, la moglie di Eraclio mosse, ansiosa, ad incontrarlo, ma, quando scorse l'infame mago, accesa di sdegno, lo apostrofò:- " Uomicciolo sporchissimo, tu sei quello che hai fatto viaggiare mio marito in Sicilia con tanto travaglio?! ". E in ciò dire gli sputò in faccia.
    Eliodoro ebbe un ghigno satanico: - " Ti farò ben presto pentire di avermi ingiuriato, e con tua somma vergogna ! " - la minacciò. E mantenne, infatti la promessa: in quel momento stesso, in tutta la città e vicinanze, per un raggio di oltre venti miglia, si estinse ogni fuoco, senza che alcuno riuscisse a ottenere nemmeno una scintilla. La confusione, come è da immaginarsi, fu enorme, ma grande fu altresì la meraviglia, quando si vide il fuoco generato solo dalle parti posteriori della moglie di Eraclio.
    Per tre giorni consecutivi, fu d'uopo che essa rimanesse nella pubblica piazza, affinchè ognuno si provvedesse della necessaria fiamma. Nuovamente ricondotto dinanzi al carnefice, Eliodoro, mentre stava per ricevere il colpo di grazia, si rese straordinariamente piccolo: entrò per la manica destra del carnefice e ne uscì dall'altra, gridando: " Scampai la prima volta; questa è la seconda. Se mi volete, cercatemi a Catania! ". E disparve ancora, facendosi trasportare dagli spiriti nella inquieta città.
    Ma a liberare quest'ultima dai suoi sortilegi, accorse, finalmente, il vescovo Leone detto il Taumaturgo (...sed tandem à Leone Catanensi Episcopo divina virtute ex improviso captus, frequenti in media Urbe populo, in fornacem igneam injextus, incendio consumptus est...).
    Egli, infatti, dopo avere effettuata la distruzione del tempio consacrato alle due grandi divinità muliebri, Demetra e Cora, fino a quei tempi tanto venerate a Catania, decise di stroncare definitivamente la magìa giudaica di cui era esponente Eliodoro. Convocati perciò i fedeli nelle vicinanze delle Terme Achillee, dinanzi alla cappelletta eretta in onore di Maria Vergine, celebrò una solenne messa propiziatoria.
    Si vuole che, oltre a molti Giudei e Gentili, si mischiasse tra la folla anche il temerario Eliodoro, il quale si mise a disturbare il sacro rito in tutti i modi: ingombrando la mente dei fedeli con allucinanti visioni; facendo apparire i calvi improvvisamente capelluti, e viceversa; altri con corna di cervo, di bue, di caprone, oppure con orecchie d'asino, con barba di montone, con rostro di uccello, con denti di cinghiale e altre stravaganti sembianze, in modo da generare il riso. Per ultimo, pretese di provocare il santo vescovo al ballo. Ma le sue nefande arti a ciò non valsero: terminata la messa, San Leone gli si avvicinò e gli gettò al collo la stola: "... Per Christum Dominum meum,nihil hic valebunt magicae artes tuae: deduxitque ad locum, cui nomen Achilleus, ibique flammis ad urendum dedit. Nec manum tuam, quae illaesa cum orario, mansit, ante subduxit, quam miser ille in cineres redigeretur. Sic itaque mos vir factissimus praesenti ope ab illius importunissimi magi periculis eripuit". Eliodoro, infatti, così esorcizzato, venne da S. Leone attratto nell'ardente fornace approntata in una fossa vicina alla chiesa. E mentre il Santo "...se ne uscì illeso, senza che il fuoco bruciasse, né denigrasse la stola e le vesti ", il mago divenne un mucchio di cenere, in men che non si dica. Il giusto castigo inflitto a Eliodoro è ricordato, ancora oggi, da due piccole tele che si conservano, rispettivamente, nella sacristia della Cattedrale e nel nostro Museo Civico (sala 28, terzo scomparto): la prima, dovuta al pittore trapanese Vincenzo Errante (sec. XIX); la seconda, proveniente dal monastero dei Benedettini, attribuita, da taluni, a Giuseppe Patania (pittore palermitano della fine del Settecento - inizio dell'Ottocento), da altri, al Velasques siciliano.
    Quanto all'elefante che - sempre secondo la tradizione popolare - aveva servito ai prestigi del mago, quale portentosa cavalcatura per i suoi rapidissimi viaggi da Catania a Costantinopoli e viceversa, dopo essere stato lungamente dimenticato, venne ricondotto in città dai padri Benedettini del monastero di S. Agata e posto ad adornare un antico arco o porta, detta, appunto, "di Liodoro" o "di lu Liòduro".

    Nel 1508, però, essendo stato completato il vecchio Palazzo di Città, la porta predetta, che si trovava alla sua destra, venne abbattuta e l'elefante posto sull'alto del prospetto della parte nuova dell'edificio, a settentrione, quale glorioso emblema della città, con la seguente iscrizione: Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario - MDVII
    Dopo il terremoto del 1693, l'elefante giacque ancora in abbandono, finchè, nel 1727, l'olandese Filippo d'Orville, trovandosi di passaggio da Catania, sollecitò che esso venisse riinnalzato, insieme all'obelisco egizio che adesso lo sormonta.
    Il voto si compiva nel 1736, ad opera di Giambattista Vaccarini, il quale, con la visione berniniana di Piazza della Minerva di Roma dinnanzi agli occhi, realizzò con essi la monumentale fontana di Piazza Duomo
    Una iscrizione, a tergo del monumento, ricorda ai catanesi: " D.O.M. - Vetus Catanae insigne - elephas - ab aequitate prudentia docilitate - Urbem clarissimam eiusque cives - commendat - hoc ut lateret neminem eiusdem - ex aetneo lapide simulacrum - Heliodori olim praestigys celebre - S.P.Q.C. - Docto oneri substratum voluit - Anno MDCCXXXVI".
    Oggetto di frizzi e motti, non sempre benevoli, fin da quando gli venne assegnato l'attuale posto, al "Diotru" o "Liotru", ancora ai tempi nostri, i poeti dialettali della città rivolgono invocazioni e preghiere di un genere tutt'affatto differente da quello usato ai tempi del mago Eliodoro.
    In conclusione: astraendo dalla leggenda, nella figura di Eliodoro si può anche vedere l'ultimo sprazzo di quel pensiero filosofico che nella nuova dottrina ravvisava i germi che furono causa del decadimento delle antiche virtù.
    E se, come si crede, l'elefante, rovesciato fuori la cinta delle mura, continuò a essere oggetto di culto da parte degli abitanti del bosco, assurgendo a simbolo della restaurazione dell'antico pensiero religioso tentata da Eliodoro, non v'è dubbio che fra quest'ultimo e le ancora paganeggianti popolazioni si sia stabilita quella corrente spirituale comune per la quale il popolo, scomparso Eliodoro, continuò a ricordarne il nome in quello che fu l'emblema della vecchia fede: il "Liotru".

    Fonte: Salvatore Lo Presti - Fatti e Leggende Catanesi - Edizione SEM Catania 1938.
    Altre informazioni si possono trovare sulla rivista "JU, SICILIA" organo ufficiale del Centro Studi Storico-Sociali Siciliani.

    (tratto da Centro Studi Storico-Sociali Siciliani - Catania)


    http://www.cataniatradizioni.it/stor...9;ELEFANTE.htm

  7. #7
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    Il terremoto del 1693


    A questo terribile cataclisma sono legate due leggende catanesi quella di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa.
    La prima di queste due leggende narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale, e con la sua vociaccia gridò a Don Arcaloro di affacciarsi subito, perché gli doveva dire una cosa di grande importanza: ne andava di mezzo la vita! Don Arcolaro, conoscendo il tipo, ordinò che la facessero salire. La vecchia strega allora confidò al barone che quella notte gli era apparsa in sogno Sant'Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua amata città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi, aveva rifiutato di concedere la grazia, ed aggiunse la terribile profezia "Don Arcaloru, Don Arcaloru, /dumani, a vintin’ura, /a Catania s’abballa senza sonu!", e cioè "Don Arcaloro, don Arcaloro, domani, alle 14, a Catania si ballerà senza musica!". Il Barone capì subito di quale ballo la vecchia parlasse, e si rifugiò in aperta campagna, dove attese l’ora fatale, e puntualmente all’ora indicata dalla strega il terremoto si verificò.
    Un vecchio quadro settecentesco, riprodotto da Salvatore Lo Presti, rappresenta il barone catanese con l’orologio in mano, in attesa della funesta ora.
    La seconda leggenda relativa al terremoto del 1693 è quella che riguarda il vescovo di Catania Francesco Carafa, che fu a capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua cara città il terribile terremoto. Ma nel 1692 egli morì, e l’anno dopo, venute meno le sue preghiere Catania fu distrutta. Nell’iscrizione posta sul suo sepolcro, che si trova nel Duomo di Catania, si legge infatti: "Don Francesco Carafa, già Arcivescovo di Lanciano poi Vescovo di Catania, vigilantissimo, pio, sapiente, umilissimo, padre dei poveri, pastore così amante delle sue pecorelle, che poté allontanare da Catania due sventure da parte dell’Etna, prima del terremoto del 1693. Dopo di che morì. Giace in questo luogo. Fosse vissuto ancora, così non sarebbe caduta Catania...
    (Tratto da "A Sicilia")

  8. #8
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    I giganti Ursini e il paladino Uzeta
    Il più insigne monumento medioevale di Catania è il poderoso castello Ursino, fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia dal 1239 al 1250, nello stesso luogo dove sorgeva un castello che dominava il porto e il golfo di Catania, che perciò latinamente si denominava castrum sinus, cioè "castello del golfo", da cui per corruzione si ebbe "castello Ursino".
    Per spiegare la denominazione di "Ursino", la fantasia popolare ha immaginato l’esistenza di giganti saraceni, chiamati appunto, e non si sa perché, Ursini, che il conte normanno Ruggero avrebbe sconfitto nell’XI secolo, impadronendosi del loro castello sulla spiaggia di Catania. Naturalmente, questa leggenda non ha alcun fondamento storico, ed è evidente la sua analogia con la leggenda normanna di Messina, in cui il conte Ruggero sconfisse i due giganteschi castellani saraceni Grifone e Mata, ne occupa il castello e li costringe ad assistere al trionfo cristiano; come non ha alcuna consistenza storica l’altra leggenda relativa ai giganti Ursini, secondo la quale essi sarebbero stati sconfitti e uccisi dal paladino catanese Uzeta (Questo paladino dalla nera armatura , sebbene sia stato eternato nel bronzo di uno degli artistici candelabri di Piazza Università, è frutto della fantasia di un giornalista catanese dei primi del novecento, Giuseppe Malfa, che lo immaginò figlio di povera gente, divenuto cavaliere per il suo valore: e come in tutte le favole belle, egli uccide i suoi nemici, tra cui i giganti Ursini, e finisce per sposare la figlia del re.
    (tratto da "A Sicilia")

  9. #9
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    Aci e Galatea

    La ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea, venne dai Greci spiegata con il mito di Aci e Galatea.
    Aci, era un pastorello che viveva, pascolando il suo gregge, lungo i pendii dell’Etna. Di lui era innamorata la bella Galatea che aveva respinto le proposte amorose di Polifemo. Questi, accortosi delle preferenze date da Galatea al pastorello Aci, uccide il suo rivale, nella speranza di conquistare la bella Galatea, una volta eliminato il suo concorrente! Ma, ahimè, l’amore di Galatea per il suo Aci continua sino a dopo la sua morte, lasciando Polifemo sconsolato. La bianca Nereide, sconsolata, con l’aiuto degli Dei, trasforma il corpo morto di Aci in sorgive di acqua dolce, che scivolano giù, lungo i pendii dell’Etna, mormorando suoni melanconici di struggente nostalgia.
    Non lontano dalla costa, vicino la località chiamata oggi "Capo Molini", in un luogo poco accessibile da terra e più facilmente dal mare, esiste una piccola sorgiva ferruginosa chiamata dalla gente locale "il sangue di Aci" per il suo colore rossastro.
    Notare quale soave spiritualità pervade questa storia che non spiega nient’altro che un fenomeno geologico. Nella località chiamata oggi "Capo Molini" esistette un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello del mito greco, Aci. Nell’XI° sec. d.c.d.C.D.C. un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti, i quali fondarono altri centri nei dintorni. In memoria del nome della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci, al quale fu aggiunto in seguito un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro: così Aci Castello (per un castello costruito su di un faraglione prodotto da un’eruzione sottomarina che poi fu raggiunto da una colata lavica nell’XI sec., trasformandolo in un promontorio); Acitrezza (per la presenza di tre faraglioni antistanti il Paese); Aci Bonaccorsi, Aci Catena, Aci S. Antonio, Aci Platani, Aci Sanfilippo.
    (tratto da "A Sicilia")

  10. #10
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    Grazie per gli eccellenti contributi, cari amici are(a)zione e Frescobaldi...

    Solo a titolo informativo aggiungo che esiste un altro thread sui misteri e gli aspetti insoliti della Sicilia. Fra un paio di giorni provvederò a unirli l'un l'altro, onde evitare spiacevoli "dispersioni"...

 

 
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