Cara società, ecco i giovani che hai allevato
Viaggio fuori dalle scuole milanesi tra “canne”, abiti firmati e tanta voglia di trasgressione

Andrea Indini
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Davanti al Liceo Manzoni, hashish e marjuana non sono poi così difficili da trovare. All’una e un quarto, aperti i cancelli, una fiumana di ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni si riversa per strada. Il clamore è quasi assordante. I motorini sfrecciano da ogni parte, si intruffolano tra le auto in coda, tagliano sui marciapiedi per trovare una scorciatoia. Molti ragazzi si fermano a scambiare due parole: cellulare appoggiato all’orecchio con la mano sinistra, e una sigaretta nella destra. Qualcuno sfoggia il Rocci (il “mitico vocabolario di Greco che ha cresciuto un secolo di generazioni) sotto il braccio, mentre sulle spalle tiene stretto il modello (rigorosamente nero) dello zaino Quechua.
L’istantanea è presto fatta. Fermarsi davanti a una scuola e scambiare due parole con qualche studente è cosa da poco. Giornalisti e televisioni sono sempre bene accetti. Qualche quattordicenne si fa fotografare ammiccante. «Ma queste foto vanno sui giornali di moda o state cercando qualche nuovo volto per la televisione?», chiede divertita Camilla, una ragazza di 16 anni appena uscita dalla «quinta ora di mate» al Liceo Manzoni. Si mette in posa e simula qualche atteggiamento da modella. Si cala gli occhiali da sole sugli occhi e fa scivolare una ciocca di capelli a coprirle parte del viso. I brillantini che sulle bacchette degli occhiali formano la scritta «Dior», brillano sotto i raggi del sole. «Cami, non far troppo la vamp», la spintona Carola. Dopo la foto, si accendono una sigaretta e salgono in due su uno Scarabeo color perla. Caschi non allacciati («altrimenti ci spettiniamo», spiegano le ragazze) e tantomeno omologati («quelli integrali son troppo brutti», ribattono entrambe).
Le mura del Manzoni sono un cimitero colorato di graffiti e murales bombati. Solo al secondo piano si possono vedere gli affreschi che raccontano la Storia di uno dei licei “storici” di Milano. Non ci sono telecamere per controllare le entrate. A pochi passi dal liceo molti ragazzi, non troppo nascosti dai motorini, si fanno le canne. A gruppi di quattro o cinque, c’è sempre uno destinato a «tirar su un trombino». «Lui è il più bravo - mi spiega Marco (nome di fantasia) -, “grema” e “impasta” in due minuti: è un maestro, ti tira su una canna che sembra quasi una sigaretta». Il “maestro” scherza con gli altri. Occhiali da sole “a mosca” (sulle lenti svetta la scritta Richmond), “Aspesino” sbracciato nero, Levi’s e, ai piedi, Merrel blu e gialle volutamente rovinate. Per chi “non è nel giro” sono solo un inutile elenco di marche che vogliono dire poco o niente. Per chi ci sta attento, capisce che il modo di vestirsi è un must imprescindibile, tanto che va a “marchiare” quello che sei. O meglio, quello che vuoi far vedere che sei. «Ci facciamo un cannone e poi ci andiamo a mangiare una piada al Mama Caffè - mi spiega Marco - poi cazzeggiamo un po’». Poi, poi, poi. Mi fa capire che, a una certa ora, bisogna proprio rientrare a casa a fare i compiti. Poi aperitivo. «Ci troviamo alle Colonne, al Magenta o da Morgan, un posto vale l’altro - spiega Marco -: l’importante è esserci». Il tempo di un Cuba o di un Negroni sbagliato. «Magari ci scappa il tempo per un’altra canna», sghignazza Marco. Ma alla domanda «Chi vi vende la Maria?», Marco tergiversa: «Eh, bello, vuoi sapere un po’ troppo».
Passeggio tra la folla. Chiedo una sigaretta a un ragazzino. Un primino, un ragazzino di quarta ginnasio, mi offre una Marlboro Blend. «Non sono le migliori - mi spiega il ginnasiale - ma le comprano tutti, vanno per la maggiore». Poi, uno scatto. Gli scappa una parolaccia: «C’è mia madre». Getta la sigaretta da poco accesa e corre verso un Cherokee nero.
Dopo mezz’ora, davanti al Manzoni, non c’è più nessuno. I motorini hanno lasciato - finalmente - liberi i marciapiedi. I bar che circondano l’Università Cattolica, invece, si sono riempiti. Mi muovo verso via Lanzone e costeggio via Nirone. Davanti al Liceo Tito Livio, si addensano le automobili che aspettano i ragazzi all’uscita da scuola. Lo scenario è molto simile a quello del Manzoni. I muri sono coperti dalle tag lasciate dai graffitari. Le scritte «Silvio come Benito» e «Demorattizziamo la skuola» giganteggiano un po’ ovunque. Alle due escono i ragazzi. Hanno quasi tutti l’Il (vocabolario italiano-latino) sotto il braccio. «Abbiamo avuto il compito in classe», racconta Luca, un ragazzo di prima classico. La giornata soleggiata e la recente tregua dal freddo autunnale fa ricordare l’estate. Si riversano in molti al bar che c’è davanti alla scuola. Escono con una Coca Cola e una pizzetta. «Giusto uno spuntino prima di pranzo - spiega Luca - che poi, oggi pomeriggio vado a farmi un giro da Amedeo e in Ticinese a comprarmi qualche vestito». Mi spiega che da “Amedeo D.”, un negozio in corso Vercelli, «trovi le magliette pettinate, insomma quelle che ci stanno detro». Mi spiega che vuole andare da “Purple”, altro negozietto nei pressi di San Lorenzo, per «comprarmi le Munich». Si tratta di un paio di scarpe dai colori piuttosto scargianti. Gli dico che non le conosco e Luca mi indica i suoi compagni di classe. «Dai un’occhiata - dice indicando alcune persone -, quasi tutti le hanno ai piedi. Altrimenti mi compro le Air Max, però quelle classiche». Mi spiega che son diverse da quelle nuove. «Gli ultimi modelli, li comprano soltanto gli zarri. Loro cercano di copiarci in tutto, però non ce la fanno: vanno a prendersi sempre gli articoli più kitsch». «Se guardi come si veste una persona - continua Luca - puoi capire più o meno dove abita, dove va al liceo e che locali frequenta». I vestiti come status symbol.
Davanti al Tito Livio la situazione sembra più tranquilla: nessuno si fa una canna. Apparentemente. Tutti, in ogni caso, sviano l’argomento ed evitano di rispondere. Solo Maria (nome di fantasia) mi informa di «andarmi a fare un giretto sotto la galleria a destra del bar Lanzone: lì ne puoi trovare quanti ne vuoi». Ma, almeno davanti a scuola, tutto tace. «Tutti non fanno altro che parlare della gangia (la marjuana, ndr) o del fumo (l’hashish, ndr) - spiega Maria - ma nessuno si informa di un altro problema: l’alcol. Molti di noi vanno a ballare il sabato pomeriggio, ma trovi anche ragazzini che già a sedici o diciassette anni si fanno le serate in discoteca. Nessuno gli chiede la carta d’identità: entrano, bevono fino a scoppiare e se ne tornano a casa strafatti, ovviamente in motorino». Le chiedo se non crede di esagerare un po’. «Assolutamente no, anche nei locali all’Arco della Pace o alle colonne di San Lorenzo - continua Maria - puoi entrare in un qualsiasi locale e comprarti un Long island». Niente di più facile. Più si sale con l’età, più è facile che le cosiddette “droghe leggere” vengano sostituite con la cocaina. «In molte scuole gira già - spiega Maria -, ma nessuno lo vuole ammettere: soprattutto nelle scuole private».
Allora voliamo davanti all’Istituto Gonzaga, in via Vitruvio. Il portone è chiuso. È tardi e tutte le classi sono già uscite. Alcuni ragazzi temporeggiano ancora sulle gradinate davanti al portone di entrata. Non vogliono parlare con me: «è un istituto piccolo, si conoscono tutti e va a finire che ci andiamo di mezzo». Allora gli prometto di non mettere i loro nomi. Gli chiedo della droga. «Gira, eccome - racconta un ragazzo del Liceo Europeo -: l’anno scorso eravamo in gita a Firenze e hanno sgamato cinque miei amici con un sacco di roba addosso». E poi? «Uno l’hanno cacciato, mentre gli altri, li hanno sospesi per una settimana; poi è tornato tutto a posto, tant’è che a fine anno sono pure stati promossi».
Non c’è che dire. Questa è la generazione di liceali che riempiono le scuole di Milano. Certamente, si tratta solo di uno spaccato di vita, una ristretta fetta del tessuto della Milano che verrà. Nel frattempo, in molti attendono (a braccia conserte) la venuta di un novembre “rosso”, delle “okkupazioni” e delle manifestazioni in piazza