EDITORIALE
venerdì 14 ottobre 2005
BUCA ELETTORALE.
Mancano sei miliardi
Come volevasi dimostrare





L’avevamo annunciato due giorni fa. Il consiglio dei ministri discute oggi un provvedimento urgente, un intervento in corso d’opera per coprire il buco che si è aperto nel bilancio pubblico. Non è roba da poco, si tratta, secondo le stime di almeno 5 se non 6 miliardi. La nostra previsione non era comunque difficile. Le cifre presentate dal ministro dell’Economia con il varo della finanziaria erano troppo carenti per essere vere. Giulio Tremonti può rispondere che è colpa del suo predecessore. E anche la Corte dei Conti ieri ha sottolineato che il metodo Gordon Brown (limite del 2% per le spese dei ministeri) è fallito.

Ma a chi la scorsa settimana insisteva sul fatto che non c’è coerenza tra il disavanzo del 5,1% stimato dall’Istat per il primo semestre e le cifre di via XX settembre, Tremonti rispondeva sicuro come sempre: vedrete che non è così. Invece è così, eccome. Se ne è accorto anche Silvio Berlusconi che ha chiesto un intervento urgente. Se il buco del 2005 è più ampio, anche la manovra del 2006 va rivista e allora addio «finanziaria equilibrata».

Addio misure accontenta tutti, da Alemanno a Montezemolo. Il rischio è una stangata pre-elettorale.
Lo avevano detto anche quei rompiscatole degli economisti che puntuali come il destino pubblicano le loro meticolose analisi su <+cors>lavoce.info<+tondo>: Tito Boeri aveva scritto il 25 settembre, subito dopo le dimissioni di Siniscalco: «Fuga da Finantraz». Giuseppe Pisauro e Riccardo Faini, hanno commentato così la finanziaria: «Raramente nel passato è stata presnetata una legge dai contorni così incerti». E hanno messo il dito sulla contraddizione di fondo: «Le stime più recenti del Fmi indicano che il disavanzo tendenziale, prima degli interventi correttivi, si attesta al 5,1%, quasi 6 miliardi in più di quelli previsti dall’esecutivo.

Nel 2006, quando anche la manovra avesse pieno successo, il disavanzo si attesterebbe al 4,3% ben al di sopra dell’obiettivo del 3,8%, lasciando al prossimo governo l’onere di scegliere se attuare una manovra assai corposa (ancora 22 miliardi, ma tutti di riduzione del disavanzo) o trasgredire gli impegni con l’Europa». Mancano 6 miliardi, calcolavano i due economisti. Non è vero, replicava Tremonti ai suoi critici (poi confessava agli intimi che nemmeno lui aveva il quadro esatto della situazione). Ebbene, sono i 6 miliardi che oggi il governo dovrebbe recuperare.

Probabilmente con una riedizione del decreto tagliaspese che già una volta ha dato esiti modesti perché, secondo la Corte dei Conti, non taglia le spese, ma le sposta in avanti di un anno. Ma allora ci penserà il prossimo governo. Insomma, un buco elettorale bello e buono, simile a quello che Giuliano Amato lasciò al centrodestra. Per par condicio.

(Figli di m*******a )