Obbligati a essere kamikaze

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«Israele ha la responsabilità dell'occupazione ma usa l'idea dei terroristi come esseri feroci e senza volto. Sono persone che arrivano a decisioni estreme in una situazione estrema». Incontro con Hany Abu-Assad , il suo film, «Paradise now» esce sabato

Said e Khaled sono ventenni qualunque di Nablus, lavoro occasionale da meccanici, il quotidiano di violenza dell'occupazione israeliana, nessun punto di fuga, neppure un cinema che l'hanno bruciato anni prima. Ci sono i martiri, gli eroi della resistenza a riempire leggende e immaginari, e ecco che anche loro diventano all'improvviso kamikaze. Pure se la migliore amica, Suha, (Lubna Azabal, vista in Exils di Gatlif ) figlia di un martire della resistenza gli dice che la vita è sempre meglio, che lei avrebbe preferito un padre vivo che un eroe morto, e insieme si possono inventare altre lotte... Paradise now lo dirige Hany Abu Assad (anche sceneggiatore), lanciato dal successo del precedente Rana's Wedding, nato in Palestina ma che vive in Olanda e che nelle sue immagini cerca lo scarto dall'apparenza, il meccanismo profondo del reale, anche quell'imprevedibile che sono ragioni politiche e emotive . Il set è Nablus, una delle tante città-prigione nei territori occupati dove la gente non può uscire mai. C'era anche chi tra i palestinesi non amava questo film colpevole di toccare con dubbio obliquo il martirio kamikaze e la strategia della disperazione, dunque l'uso che ne fanno Israele e Hamas per accentuare gli estremismi opposti e la repressione. Hany Abu-Assad è arrivato a Roma col film, spirito tagliente con pacatezza.

Come sei arrivato a «Paradise now»?

Sono una persona curiosa e mi interessava esplorare questo problema dal punto di vista del cinema che ti permette di andare più lontano e di conoscere più intimamente la realtà. Credo che come me ci sia molta gente che vuole saperne di più, che vuole capire come e perché delle persone arrivano a una simile scelta. Farlo attraverso il cinema mi ha permesso di mostrare aspetti che normalmente restano invisibili, e che invece permettono una diversa consapevolezza. Anche per questo ho voluto girare in tempo reale e nei luoghi della storia. In Palestina esiste una suspence nella vita di tutti i giorni che non c'è altrove. Non è stato facile. Ci siamo trovati davanti all'occupazione in tutta la sua violenza, e a un vissuto dei palestinesi che non sempre si guarda dal punto di vista umano, si preferisce considerarlo come un dato politico. Il cinema però dà spazio a personaggi complessi, che vivono contraddizioni e lotte interiori ... Questo tipo di approccio ha infastidito persino i palestinesi, i nemici non sono soltanto al di fuori, possono essere all'interno. È stato complicato anche trovare i soldi, se in generale oggi i film europei hanno pochi denari per noi che veniamo dal terzo mondo è difficile sopravvivere nei film e come esseri umani.

Dicevi che il tuo punto di vista ha infastidito anche i palestinesi. In che senso?Gli abitanti di Nablus vi hanno boicottati?

Oggi la politica giustifica le proprie scelte usando la lotta tra democrazia e male, tra oriente e occidente. I terroristi sono estremisti pericolosi, da eliminare, e non hanno neppure un volto. Invece sappiamo che ogni persona ha una storia, delle ragioni, dei conflitti. Alcuni palestinesi considerano i martiri come super eroi o santi che non sono, perché appunto sono esseri umani. È chiaro che non possiamo paragonare le due realtà, tra Israele e Palestina il primo ha la responsabilità dell'occupazione. Ma invece di prenderne atto la politica supporta questa idea dei terroristi come animali senza faccia. Ripeto: sono esseri umani che arrivano a decisioni estreme in una situazione estrema. Il caso di Nablus è esemplare, è un enorme prigione dove la gente vive intrappolata nella sua stessa città. Il rapporto è stato molto bello quasi con tutti. La maggior parte di loro non esce da anni, specie gli uomini tra i venti e i quarant'anni. Erano molto curiosi, noi eravamo il mondo esterno, e sul set c'erano centinaia di persone. Qualcuno diceva che stavamo facendo un film contro gli eroi palestinesi. Poi c'era l'esercito israeliano...

Puoi spiegare meglio l'idea del super eroe? I due ragazzi protagonisti accettano subito di diventare kamikaze ...

Se vivi un'umiliazione anche una sola volta dopo stai malissimo, sei arrabbiato con te stesso perché non hai fatto nulla e pensi solo a come reagire, a come vendicarti. Non piace a nessuno sentirsi un debole o un codardo. L'immagine del kamikaze, o del super eroe, è un modo per negare l'impotenza, diventa la sola soluzione per dire la mia debolezza è diventata forza, posso distruggere me stesso e altre dieci persone. È una reazione alle violenze israeliane e anche al silenzio della comunità internazionale. Eppure basterebbe poco per forzare Israele a un rapporto egualitario coi palestinesi. Invece non fanno nulla. Tutto ciò crea un enorme senso di impotenza. Inoltre anche la leadership politica palestinese non cerca una soluzione a questa umiliazione quotidiana esercitata dai militari israeliani.

Si parla molto di cinema in «Paradise now». Da cineasta palestinese senti che la realtà del tuo paese condiziona il tuo lavoro?

Credo di confrontarmi ogni giorno con la situazione che vive la Palestina, e di soffrirne ogni giorno. Soffro perché da palestinese sono diventato un estraneo nel mio paese, se non una persona indesiderata, perché si doveva creare uno stato ebraico anche laddove non ci sono solo ebrei... Ma non sono un politico e neppure un soldato. Sono un artista che vive in questa realtà e la usa per esprimere se stesso. Un film, un romanzo, una poesia sono un modo per entrare nel cerchio della guerra e dire che si può cambiare la rabbia in bellezza.

Cosa pensi del ritiro israeliano da Gaza?

Temo che sia un trucco, nella realtà la maggior parte dei palestinesi vive in una prigione che sta diventando sempre più grande. Gli insediamenti sono lì e per questo i palestinesi diventano sempre più poveri ... Il ritiro serve a far credere al mondo che il governo israeliano sta facendo passi enormi nella ricerca di una soluzione al conflitto. Invece non c'è soluzione finché i palestinesi non avranno gli stessi diritti degli israeliani. Cosa che dipende solo da Israele, sono loro i responsabili in quanto occupanti che controllano il paese. E devono capire che o non può esistere un stato solo ebraico o devono darci una parte del paese che diventerà il nostro stato indipendente. Ma non se ci comportiamo bene, in assoluto, perché gli esseri umani devono avere gli stessi diritti.

Nel film tu sembri essere più vicino al pensiero di Suha che a quello dei due ragazzi.

Razionalmente sì, sul piano emotivo non so. È chiaro che per liberare se stessi si devono trovare delle alternative alla violenza. Ma è anche vero che quando si vive in uno stato di continua umiliazione se non ci sono altri mezzi per rispondere si usa la violenza. È una situazione terribile, l'ho vissuta in prima persona, dopo due ore coi soldati israeliani sei furioso, vorresti uccidere chiunque. Anche se si devono cercare sempre delle alternative per resistere. Creare una solidarietà, convincere il mondo a boicottare Israele, forse un a pressione economica potrebbe essere utile. La violenza è solo prova di debolezza.

Hai visto «Private» di Saverio Costanzo?

Non ancora ma voglio farlo al più presto... Ci sono molte voci sulla Palestina e questo è importante. Perché la maggior parte dei palestinesi non usa la violenza, lo fa un piccolo gruppo e può accadere se vivi una simile oppressione. La cosa davvero disgustosa è che gli israeliani devastano ogni giorno la Palestina e per giustificare l'occupazione continuano a dire che la colpa è dei palestinesi.

Cristina Piccino
Fonte:www.ilmanifesto.it
13.10.05