IL CORPO DI NOI DONNE
Nel suo nuovo libro Eve Ensler dà voce a un diffusissimo disagio femminile
L´autrice dei celebri "Monologhi della vagina" ha visitato mezzo mondo e scovato molte testimonianze esemplari
Le diete che spingono all´anoressia, le taglie dei vestiti troppo piccole, il ricorso alla chirurgia
La direttrice di "Cosmopolitan" a ottant´anni si costringe a cento addominali due volte al giorno: pesa 40 chili
C´è chi scopre l´ombelico alle bambole e chi disegna bronci seducenti alle under ten della pubblicità
LOREDANA LIPPERINI
Circola un libro scandaloso: non ha scelto un pedofilo come protagonista, disdegna le confessioni sessuali di minorenni e non contiene anatemi contro alcuna religione. Fa di peggio: ignora la possibilità di affrontare temi terribili e grandiosi (guerra, terrorismo, catastrofi naturali, recessione economica, minaccia ai diritti civili) e sceglie di parlare della pancia delle donne.
Perché? «Forse perché ho sperato che la mia pancia fosse qualcosa su cui ancora potevo esercitare qualche controllo, o forse perché mi rendo conto che ormai occupa gran parte della mia attenzione, e che l´attenzione delle altre donne è così occupata da pancia, glutei, cosce, capelli o pelle da non avere più spazio per la guerra in Iraq».
Bridget Jones non c´entra nulla (o forse sì, ma in modo diverso da quello immaginabile): l´autrice in questione non è una levigata signora da chick lit, ma Eve Ensler, poetessa, drammaturga, femminista radicale, autrice dell´ormai celeberrimo I monologhi della vagina, portato in scena nei teatri di mezzo mondo. Questa nuova pièce, Il corpo giusto (Marco Tropea, pagg.92, euro 10,00) tenta l´impossibile e combatte la lotta femminile contro il corpo imperfetto.
Il proprio. Scrive Ensler: «Ho visitato più di quaranta paesi diversi negli ultimi sei anni. Ovunque ho visto l´insidioso e dilagante veleno al lavoro: creme per schiarire la pelle vendute come se fossero dentifricio in Africa e in Asia, madri americane che fanno rimuovere chirurgicamente le costole delle figlie di otto anni in modo che non debbano più preoccuparsi delle diete, bambine di cinque anni a Manhattan che assumono rigorose posture yoga per non mettere in imbarazzo i genitori in pubblico con il loro aspetto troppo paffuto, ragazzine che vomitano e digiunano nelle isole Fiji e in ogni angolo del mondo, donne coreane che cancellano l´Asia dalle loro palpebre».
Scandaloso, il libro, e cattivo. Perché, scendendo nell´inferno dei centri salutisti americani e raccontando la lotta per la conquista del tapis roulant nelle palestre indiane, Il corpo giusto basta a sciogliere ogni residua esitazione nell´affermare che il femminismo è morto. E non per le sconfitte legislative e le umiliazioni lavorative, non per le minacce che si addensano sulla possibilità di ricorrere all´aborto. Ma perché le donne hanno perso una delle battaglie più importanti: e se per anni si è giustamente sostenuto che il corpo femminile è il luogo dove si esprime il potere e dove il potere, assumendone il controllo, esercita la maggior repressione, va detto che questo continua ad avvenire. E che avviene non solo nei casi estremi della segregazione religiosa o della patologia medica, ma nella normalità di ogni vita e in ogni luogo del pianeta.
Ensler ha ragione quando scrive che il corpo non appartiene più alle donne, ma a chi decide a quale modello debbano uniformarsi. A chi stabilisce quanto deve pesare. A chi manda a sfilare modelle vagamente più in carne del solito, ma rende assai poco allettanti gli abiti che superano la taglia 46. Ai registi e autori televisivi. A coloro che scoprono l´ombelico delle bambole. A chi disegna bronci seducenti alle under ten della pubblicità. Stilare la lista completa sembra oggi un esercizio futile: eppure, fu osservando i giocattoli e i grembiulini dell´asilo che Elena Gianini Belotti scrisse quel Dalla parte delle bambine che fu indispensabile per le donne, se non per il movimento delle donne.
Eppure, fermarsi a riflettere su banalissime disperazioni da mesoterapia sarebbe forse più saggio del ripensare e confutare gli anni della perduta militanza. Proprio qui punta il dito Eve Ensler, in un´opera forse letterariamente perfettibile ma quanto mai necessaria. Dove incontra Helen Gurley Brown, la direttrice di Cosmopolitan, che a ottant´anni si costringe a cento addominali due volte al giorno. Pesa quaranta chili («altri dieci e mi ridurrò a niente»). Dove ascolta Bernice, minorenne afro rinchiusa in un «campo di concentramento per magri» («il grasso è quanto di più abietto, disgustoso e volgare esista a questo mondo. Come quando vado a fare acquisti in un negozio normale dove tengono sempre le taglie grandi sul retro, come se fossero roba porno»). Dove assiste alla liposuzione di una modella di Rio, Tiffany, sposata ad un chirurgo estetico che ne smonta e rimonta il corpo, nonostante le complicazioni («Mi si è fermato il cuore. Dev´essere stato terribile per Ham. Aveva appena finito di fare il suo splendido lavoro e avrebbe dovuto rovinare tutto comprimendomi il petto»). E c´è Nina, la ragazza italiana che si fa tagliar via il seno troppo abbondante, e Isabella (Rossellini) licenziata per usura dal ruolo di testimonial per cosmetici («Mi mandarono tanti di quei fiori per il mio quarantesimo compleanno. Mi resi subito conto di essere morta»). E Priya, la signora indiana che si accanisce in palestra («Non c´è gioia nella perfezione»).
Le donne raccontate poeticamente da Ensler richiamano altre narrazioni e altre sofferenze di cui capita di sentir parlare più spesso: altrove, nelle viscere del web, ci sono le ragazzine che accarezzano i trentotto chili come sogno di felicità, hanno una tremenda divinità di riferimento, Ana (per Anoressia), e un braccialetto rosso al polso, per riconoscersi.
Le ha osservate sui blog e i newsgroup la scrittrice Teresa Ciabatti in un racconto-inchiesta pubblicato da Diario, Piccole donne chattano. Dove annota: «Leggendo i vari interventi, le ossessioni si ripetono. Obiettivo comune: 38/36 chili. Il cammino per arrivarci prevede degli step precisi: 1) sparizione seno 2) scomparsa mestruazioni 3) caduta peli / poca ricrescita. Questi momenti rappresentano delle vittorie. Il segnale che sei sulla strada giusta».
Qualcuno, leggendo il racconto su Internet, non ha usato le parole consuete (disturbo alimentare, rapporto con la madre, predisposizione genetica), ma ha citato Gilles Deleuze e la terrorizzante affermazione che vede nel lento suicidio delle anoressiche un gesto di rabbiosa «micropolitica» per sfuggire alle norme del consumo.
Ma se queste comunità mortali fanno paura, fa ancor più paura constatare che non sono realtà lontanissime. Le fanciulle che nel racconto della Ciabatti si descrivono a vicenda «l´emozione del digiuno totale, dello svenire di colpo, dell´effetto di bicchieri di aceto e succo di limone a stomaco vuoto, del correre fino allo svenimento fisico, degli effetti da eccesso di caffeina e chi lo sa, se siete fortunati, anche la morte», sono poi così diverse dalle donne incontrate da Ensler? Ovvero, le ragazze di Teheran che si fanno rompere il naso per sembrare meno iraniane, le fanciulle di Pechino che si fanno spezzare le ossa per sembrare più alte, le texane che si fanno ridurre i piedi per entrare in un paio di Manolo Blahnik? Sono così diverse, infine, da noi?
E´ che, trent´anni dopo, sembra più opportuno voltare all´indietro la coffa della nave, per accarezzare o detestare quel che è stato. Raccontando quel che avviene ora, e ovunque, si rischia la sopportazione che si riserva ai portatori di antiche battaglie, ai vecchi guerrieri che appaiono così noiosi con il loro insistere sulle maiuscole.
Quelle che usa generosamente Eve Ensler quando, nella prefazione a Il corpo giusto, scrive: «Abbiate il coraggio di AMARE IL VOSTRO CORPO. SMETTETE DI AGGIUSTARLO. Non è mai stato rotto».
repubblica.it




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