Nel pezzo di ieri, scritto come si dice in gergo “a botta calda”, ho adombrato che i fatti di Milano dovevano essere valutati quale conseguenza diretta del clima di attacco personale contro B. fomentato dal principale partito di opposizione, il Pd, dalla magistratura forcaiola, di cui l’IDV è la sponda politica più immediata, dalle ali estreme della sinistra marxista identitaria e nostalgica, nonché da altri manovratori, certamente i più importanti, di cui non si vede mai la faccia ma si sente costantemente la forza e l’influenza.
Di questa aria fetida di risentimento personalistico è ugualmente responsabile la casta dei cosiddetti poteri banco-industriali, quelli, per intenderci meglio, che si recarono sul panfilo Britannia - insieme ad alcuni politici e uomini delle istituzioni - per siglare il tragico patto di sudditanza con il quale la nazione avrebbe dovuto abdicare alla sua autonomia per diventare provincia disciplinata del nuovo ordine imperiale americano.
Questi dominanti ottusi e retrogradi ottennero di essere risparmiati dagli statunitensi, i quali stavano dando corso al piano di riconfigurazione degli assetti geopolitici in Europa, con rideterminazione delle alleanze tra potenze europee (rispetto al ruolo della potenza uscita vincente dal confronto bipolare con l’URSS) e loro gruppi decisionali interni, ad un prezzo elevatissimo che contemplava la razzia dei gioielli pubblici italiani, attraverso le privatizzazioni, e le copiose dismissioni sul patrimonio pubblico.
Detti drappelli dirigenti (che da allora non dirigono più nulla) sono da noi stati chiamati con l’acronimo Gf&ID (grande finanza e industria decotta), proprio perché rappresentavano la parte più retriva e reazionaria del paese, incapace di agire strategicamente in campo industriale e finanziario senza ricorrere alla stampella dello Stato, che pertanto poteva sopravvivere solo grazie alla depredazione dell’esistente e alla svendita delle risorse nazionali. Quest’ultima ha sempre sbattuto la porta in faccia a Berlusconi e alle sue società - benché costui avesse ripetutamente bussato alla sua porta per ottenere le garanzie necessarie a portare avanti i suoi affari senza avere la magistratura tra i piedi - perché mal tollerava di dover spartire il bottino con un parvenu il quale, per giunta, aveva perduto il proprio sponsor politico.
Ma si tratta solo di una spiegazione minima, mentre le vere ragioni del “grande rifiuto” patito da Berlusconi sono a noi sconosciute. Ma sta di fatto che tutto ciò ha costretto B. ad entrare in politica (dopo un primo tentativo fallito di trovare qualcuno disposto a farlo al posto suo) e a posizionare le sue truppe in opposizione alle schiere dominanti che avevano in mano il paese.
Di conseguenza la politica di B., per motivi di forza maggiore e di contingenze storiche, è stata quasi sin da subito ostile alle storiche famiglie del capitalismo italiano e alle banche d’affari che ne fiancheggiavano gli “spostamenti” economici e industriali, le scorribande borsistiche e anche gli accordi internazionali. Ulteriori sforzi di ammorbidimento delle relazioni con la GF&ID non sono mancati ma B., pur dimostrando di voler seppellire l'ascia di guerra, ha ricevuto come risposta tentativi maldestri di fargli lo scalpo.
L’ostracismo imposto a B. dal gotha banco-industriale nostrano, legato indissolubilmente agli Usa, ha condotto, infine, lo stesso B. ad avvicinarsi all’unica nazione che sembrava disporre dell’ "energia" necessaria a frenare le crescenti ingerenze degli statunitensi sulla sovranità italiana: la Russia. Tale alleanza gli è anche servita per parare gli attacchi dei suoi avversari interni che oggi, et pour cause, continuano a denunciare i legami indicibili del dittatore Berlusconi con l’antidemocratico Putin.
Da quando il Presidente del Consiglio si è messo in affari col gigante dell’est la persecuzione nei suoi confronti si è esacerbata fino al parossismo, è divenuta trasversale agli schieramenti politici, più di quanto non lo fosse prima, si è radicata nei corpi speciali dello Stato, ha attraversato i mari continentali e quelli extracontinentali e da questi lidi atlantici è tornata a scuotere, con più veemenza, la politica italiana. Ma se la bestia sbraita con tanta impetuosità è perché vede smagliarsi gli anelli della catena di dominio grazie alla quale essa aveva potuto sigillare fin qui la sua predominanza nella penisola. Su questi elementi dobbiamo continuare a ragionare per capire la possibile direzione che prenderanno i prossimi avvenimenti i quali, nel bene e nel male, avranno ancora per protagonista B.
RIPENSARE MARX ANTICAPITALISMO E GEOPOLITICA




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