Tre milioni e rotti di italiani contro trecentoventicinque deputati. Romano Prodi si è preso una bella rivincita. Il centrodestra non ha nemmeno avuto il tempo di festeggiare la sepoltura del maggioritario che lui gli ha risposto con una valanga di voti popolari squisitamente maggioritari, sia perchè si sono espressi per l’opposizione, sia perché si sono espressi nelle primarie, cioè con lo strumento tipico dei sistemi maggioritari. Al momento in cui scriviamo Prodi viene accreditato di più del 70%, con un Bertinotti a siderale distanza (15%). Ma, per essere onesti, le percentuali contano poco. Da quando è sceso in politica, mai Romano Prodi aveva ricevuto un tale endorsement popolare, nemmeno nelle elezioni del ’96. Allora, più che un leader politico era un amministratore delegato scelto dai partiti. Stavolta, invece, le primarie le ha volute proprio per assumere la statura di leader, divincolandosi dai partiti che lo sostengono. E il risultato parla chiaro.
Ma è difficile non vedere nella dimensione imprevista e clamorosa della partecipazione popolare (ha votato quasi un quinto degli elettori dell’Unione, il doppio che nelle primarie americane) un segno politico più generale. Se tanta gente si è messa in fila è stato per dire che no, il vento non è cambiato; che la ripresa di Berlusconi è un rumour di palazzo, un falò mediatico capace di produrre solo il rogo rituale di Marco Follini. Nel paese ci sono evidentemente milioni e milioni di elettori che non vedono l’ora di liberarsi di Berlusconi, e quelli che sono andati alle primarie non ne sono che l’avanguardia. Il premier farebbe bene a non dileggiarli, come ha fatto ieri, trascurandone il messaggio: il centrosinistra, al momento, gode chiaramente di un vantaggio consistente; e il proporzionale, di per sè, non cambia questa realtà. Ciononostante, l’Unione sbaglierebbe a ritenere che il voto delle primarie non sia che l’antipasto del trionfo. La marcia di avvicinamento al governo è ancora lunga. E l’avversario - questo sì ha dimostrato la battaglia parlamentare - non è rassegnato alla sconfitta, e combatterà con tutte le armi di cui dispone. Meglio dunque analizzare per ora ciò che le primarie certamente dicono, le cose che certamente cambiano, i problemi che certamente non risolvono.
Il primo fatto certo è che, dopo il successo di ieri, le primarie sono destinate a restare nel panorama politico italiano. Testimoniano di una disponibilità ai limiti dell’entusiasmo da parte di una grande fetta dell’elettorato a partecipare fin dall’inizio, fin dalla selezione dei candidati, al processo democratico. Ora sarà difficile ignorare questo strumento nelle regioni e nelle città dove non c’è accordo tra i partiti sul miglior candidato. Sicilia e Milano sono i prossimi test.
Il secondo fatto è che Prodi ha ottenuto una valanga di voti in più di quanti siano gli iscritti ai tre partiti che lo sostenevano: Ds, Margherita e Sdi. Dunque il leader può ragionevolmente sostenere che sul suo nome si è mobilitato un elettorato più vasto, in parte schiettamente ulivista, rappresentante cioè di quel popolo che vota centrosinistra senza appartenere a nessun partito del centrosinistra. Proprio quegli elettori che la riforma proporzionale del centrodestra vuole tenere lontani dalle urne e da Prodi, confondendoli in una babele di simboli.
Il terzo fatto è che però, in questo successo di partecipazione democratica, c’è anche la mano dei partiti. I quali non sono solo macchine di potere e clientele, come una certa retorica anti-partitocratica sostiene, ma anche organizzatori di consenso, mobilitatori di opinione pubblica, insediamento territoriale. Senza partiti - e in primo luogo senza i Ds - le primarie non si sarebbero nemmeno potute tenere. Non è un caso che quelle del centrodestra non ci saranno. L’altro polo non dispone nella stessa misura di partiti organizzati e radicati. E, per quanto Follini avesse visto giusto nel chiederle, non aveva visto giusto nel ritenerle possibili.
Questa dualità, questa ambiguità tra democrazia diretta e democrazia delegata, tra partiti e leader, tra Unione e coalizione, fa parte del Dna del centrosinistra, e non è geneticamente modificabile. Per questo ci auguriamo che non si riapra a partire da stamane, passata la festa, lo scontro e la tensione tra queste due polarità, tra i partiti che non vogliono sparire e Prodi che li vuole mettere in riga. Con il risultato di ieri alle spalle, il leader ha la forza per riaprirlo, quel conflitto, chiedendo un passo indietro ai partiti. Ma le primarie gli hanno dato una forza anche maggiore: quella di non riaprirlo. La forza di non dover più chiedere ai partiti quel trasferimento di sovranità che la sovranità popolare gli ha già dato.
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