Gentile Direttore,
ho letto la lettera di Fassino al Corriere su kennedismo e socialismo e mi ha molto colpito il passaggio in cui sostiene che l'unione delle "culture politiche" della Margherita e dei DS possono costiture l'"incubatore" e sollecitatore di un centrosinistra europeo.
Certo è dura immaginare che personaggi come De Mita, Andreotti, Violante, D'Alema, fautore dell'italianissimo "inciucio" che peraltro alla "questione morale" tanto poco hanno dedicato la loro vita politica, possano costituire un "faro" per socialdemocrazie che vantano tradizioni di ben altro rango, rigore e coerenza, e dove termini come spartizione, consociativismo, tatticismo, macchiavellismo, e dove le pratiche del tirare a campare fine a sé stesso senza alcun senso progettuale del futuro, del rinviare ogni soluzione fino allo stremo dei loro elettori, debbono apparire come pratiche discutibili di una tribù a loro sconosciuta, abbiano tanta voglia di farsi "illuminare" da questi esempi.
Più che sulle formule vuote, le capriole sintattiche, le furbizie coalizzatorie che all'italiano medio, che oggi fatica ad arrivare alla terza e quarta settimana del mese interessano meno di nulla, sarebbe quanto mai opportuno dedicarsi a recuperare un minimo di credibilità, rendere la finanza e le scalate societarie trasparenti e che le regole ed i controli siano reali, magari pretendendo che chi compra la Telecom o il Corriere della Sera dispongano almeno dei soldi per farlo e che le coop si dedichino di più a salvaguardare gli interessi dei propri soci che fanno la spesa, piuttosto che ambire alla conquista di una banca impiegando per questo enormi risorse accumulate con la fatica ed il lavoro di tutti.
Credo che le socialdemocrazie europee famose per il loro pragmatismo sarebbero d'accordo...
Cordialmente.
Il dibattito sul partito democratico: l'intervento del segretario Ds Dobbiamo essere socialisti e kennediani «Così nascerà un centrosinistra europeo» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
«Kennediani o socialisti» scrive Paolo Franchi sul Corriere della Sera . Ma è sicuro Franchi che quell’alternativa sia così secca? A me pare di no. E per due ragioni.
La prima. Rappresentare la socialdemocrazia europea come qualcosa di datato, statico, novecentesco è assai riduttivo. Il Partito Laburista norvegese - uno dei grandi partiti della socialdemocrazia europea - nel '92 (cioè 15 anni fa!) tenne il suo Congresso sul tema «ripensare l'equità nella società flessibile».
Felipe Gonzales in Spagna è stato il protagonista di una transizione democratica all'insegna della modernità. E così Costa Simitis in Grecia. Gerhard Schröder - e prima di lui Helmut Schmidt - sono l'espressione di un pensiero socialdemocratico capace di misurarsi con il mercato, i suoi vincoli e le sue regole.
Processi resi più dinamici dal fatto che ciascuno di quei partiti ha potuto avvalersi di una pluralità di culture. Il Ps francese nacque ad Epinay dall'incontro e dalla contaminazione della storica Sfio con i cristiano sociali di Delors, i radicali di Mendes France, i repubblicani di Mitterrand. La socialdemocrazia nordica è stata influenzata in modo significativo dall'etica luterana, così come da una robusta sensibilità ambientalista ed ecologica. Il Partito socialista portoghese ha uno dei suoi leader più significativi in Antonio Guterres, uomo di forti ed esplicite convinzioni cattoliche. E Tony Blair ha rigenerato il laburismo inglese aprendosi a una coraggiosa contaminazione con il pensiero liberaldemocratico.
Furono Willy Brandt, Olof Palme e Bruno Kreisky - leader storici del socialismo europeo - a capire per primi che la socialdemocrazia non poteva appagarsi del welfare state europeo, ma doveva allargare lo sguardo al mondo. E oggi l'Internazionale socialista raccoglie 180 partiti di ogni continente, la maggioranza dei quali non vengono da una storia socialdemocratica, dall'Anc di Nelson Mandela al Pt di Lula, dal Partito Liberale colombiano al Partito del Popolo pakistano, dall'Unione Civica Radicale argentina al Partito del Congresso indiano di Gandhi e Nehru.
E allora il problema non è «liberarsi dalle vecchie famiglie», ma lavorare perché la loro identità culturale e politica continui a evolvere, aprendosi continuamente a nuove esperienze e nuove forme verso una sempre più larga aggregazione unitaria delle forze progressiste.
Per venire al dibattito di questi giorni, l'Ulivo - lo si chiami Partito democratico o riformista - nasce più robusto non già se Ds e Margherita recidono i loro legami internazionali, ma al contrario se unendosi nell'Ulivo, Ds e Margherita lavorano nelle rispettive famiglie socialista e liberaldemocratica per favorirne una crescente loro convergenza in Europa. E l'Ulivo italiano diviene così incubatore e sollecitatore di un centrosinistra europeo che veda l'incontro - anche a quella dimensione - delle diverse esperienze e culture riformiste del continente
E quando Prodi, come leader dell'Ulivo, andrà a incontrare i progressisti europei incontrerà prima di tutto leader socialisti e socialdemocratici, perché un campo di forze riformiste più ampio lo si può costruire non contro o senza le grandi forze riformiste socialiste, ma promuovendo e favorendo il loro incontro con culture riformiste provenienti da altre storie.
In questo progetto - ed è la mia seconda considerazione - rilevante può essere l'apporto del pensiero democratico americano. L'America è per antonomasia terra di scoperte, di nuove frontiere e di continue innovazioni, di modernità e di progresso; è società cosmopolita, libera, multietnica. E' il simbolo di una società capitalista, segnata certo da grandi ineguaglianze e spietate marginalità; ma è anche il Paese che più incarna quel dinamismo produttivo, sociale e culturale che è motore della storia e anima dell'innovazione e della modernità. E per questo la democrazia americana sta nel cuore della sinistra molto più di quanto non si riconosca, a partire da quel tratto di identità che segna gli Stati Uniti fin dal loro nascere: il «pionierismo».
D'altra parte, Franklin Roosevelt e il new deal non sono da decenni un riferimento sicuro per chi voglia tenere insieme crescita e giustizia? E Wilson non fu il più tenace assertore della «Società delle Nazioni», primo tentativo - poi consolidato nell'Onu - di dare forma istituzionale a quel multilateralismo per cui si batte chi vuole pace in un mondo libero e giusto? E la «nuova frontiera» di John e Bob Kennedy non è stato un grande orizzonte ideale per una intera generazione? E Benjamin Franklin, Abraham Lincoln, Thomas Jefferson, Martin Luther King, non sono altrettante icone di ogni democratico e progressista?
Insomma, l'Ulivo sarà tanto più solido e forte se saprà unire e fondere culture e esperienze riformiste diverse. Se saprà tenere insieme socialisti e kennediani.
Piero Fassino
segretario dei Ds
20 ottobre 2005
E l'Ulivo italiano diviene così incubatore e sollecitatore di un centrosinistra europeo che veda l'incontro - anche a quella dimensione - delle diverse esperienze e culture riformiste del continente !!!!!!!!!!!


Rispondi Citando
