| Lunedi 17 Ottobre 2005 - 14:03 | Alberto Fraja |

Smettiamola per cortesia di prendere per i fondelli la gente
raccontandole di quanto è bella la società multietnica, e quanto è
buona la società multietnica, e vedrete vivremo tutti felici e contenti in questa Bengodi dove nei fiumi scorrerà ambrosia, i lupi saranno amici degli agnelli e la Juventus vincerà il campionato senza imbrogliare. Balle. Che vanno immediatamente rispedite al mittente, quella sinistra politically correct la cui utopica Weltanschauung fa più danni di Katrina, Ophelia, Rita e tutti gli uragani a stelle e strisce messi insieme.
La società meticcia, cui peraltro e fatalmente stiamo andando incontro (ma questo è un altro discorso), è qualcosa di assolutamente doloroso per quanti virus conflittuali è capace di incubare. E per alcune ragioni molto semplici: perché gli opposti è raro s’incontrino, perché solo similes cum similibus facillime congregantur, perché la diffidenza verso l’altro da sé è qualcosa di innato, di congenito, di genetico direi, perché la nostra religione è assolutamente incompatibile con la loro (parlo dei musulmani) perché la nostra morale sta agli antipodi dalla loro (senza che necessariamente la nostra morale e la nostra religione siano superiori a quelle degli altri, ovviamente). Di esempi potremmo farne fino a stordirvene ma ne proponiamo solo qualcuno con una amara riflessione che arriva nientepopodimeno che dagli States.
Cominciamo con l’Italia. A Torino c’è un quartiere, San Salvario è il suo nome, in cui la maggioranza dei residenti è costituita da extracomunitari. Ebbene, quel quartiere vive ormai da tempo al di fuori della giurisdizione italiana. Gli immigrati vi fanno il bello e il cattivo tempo, le risse e lo spaccio di droga sono all’ordine del giorno e i pochi cittadini italiani che ancora non se ne sono andati, vivono in una sorta di coprifuoco permanente. Inutile dire che i
continui esposti inviati al Comune e alla Prefettura non sono stati neppure presi in considerazione.
Tanto per darvi il polso di come si vive in quella sorta di enclave musulmana in partibus infidelium: qualche mese fa un cittadino italiano, esasperato dalla presenza massiccia di pusher sotto casa sua, ha sparato con una carabina ad aria compressa ferendone uno alla testa.
Dopo una medicazione in ospedale, il ferito (che peraltro è risultato essere un clandestino arrivato dalla Mauritania) intervistato da un
giornalista, ha dichiarato che lui non è uno spacciatore e che gli
hanno sparato solo perché negro. Ebbene sapete come è andata a finire questa storia? Che l’appartamento da cui è partito il colpo è stato perquisito approfonditamente (e giustamente, aggiungo: non è con i fucili ad aria compressa che si risolve il problema dell’immigrazione incontrollata voluta dai padroni del vapore per avere mano d’opera a basso costo) mentre l’immigrato clandestino se n’è tornato bel bello a spacciar droga con in più l’aureola del perseguitato per motivi razziali.
Passiamo alla Francia. C’è un paesino a circa trenta chilometri da
Parigi, che si chiama Evry e che da qualche anno è diventato il punto
d’approdo di una massiccia emigrazione terzomondiale. Usciti dalla capitale ed entrati in quello strano agglomerato di case, pare si provi la netta sensazione che l’Europa sia lontana anni luce e che un virtuale mezzo di trasporto ci abbia scaricati in un qualche Paese arabo. Niente, lungo queste vie, ricorda infatti la Francia o Parigi.
Tutti sono islamici, dalle botteghe a chi ci lavora dentro, dai cibi
cucinati alle usanze, dai colori alla musica. Nemmeno la bandiera blu bianca e rossa, che dovrebbe sventolare sul municipio, è stata lasciata al suo posto. Ancora non è stata sostituita con la mezza luna, ma poco ci manca. Dei vecchi abitanti che parlavano un dialetto particolare, l’argot, non è rimasto più nessuno: hanno venduto le proprie abitazioni e sono andati via, incapaci di reggere il peso della marea montante degli immigrati maghrebini che rischiava di sopraffarli.
L’occidentale che cammina per strada a Evry è guardato in tralice tal quale un importuno, peggio, un invasore; se entra in un bar, ordina un bicchiere di vino o una qualsiasi altra bevanda alcoolica si sente
rispondere che in quel locale certe cose non si vendono. Se sempre quel famoso occidentale entra in un supermercato e cerca carne di maiale non la trova perché gli arabi, com’è noto (ed è una consuetudine del tutto rispettabile) non la mangiano. Come in uno Stato arabo, appunto.
In Olanda, altro esempio, ogni anno circa trentamila olandesi, sotto la spinta dei nuovi arrivati islamici, sono costretti ad abbandonare la propria terra e ad andarsene in Australia. Ogni commento ulteriore ci pare superfluo.
Ma il riconoscimento del fallimento della società multietnica arriva, incredibile dictu, dagli Stati Uniti d’America, patria d’elezione del melting pot. In un saggio dal titolo “Le culture non sono tutte eguali”, l’autore, l’antropologo David Brooks, al mito del multiculturalismo e del villaggio globale contrappone la realtà della “segmentazione culturale”.
“Ormai da tempo l’America è globalizzata, economicamente integrata nel mondo, ma il processo di convergenza delle sue parti, con la formazione di una cultura omogenea, non si è compiuto - scrive Brooks -; al contrario, la sua carta geografica è la proiezione di vari modelli di comportamento, per quanto riguarda il gusto musicale, il rotocalco, la televisione. Il nostro mondo è un mondo di diversità spinte all’estremo, dove i fondamentalisti islamici rifiutano la modernità, mentre certi ebrei americani emigrano in Israele e si scoprono sionisti radicali”.
Dice, ma anche l’impero romano era una società multietnica. Un ciufolo. Dei popoli soggiogati, Roma rispettava sì usi, costumi, consuetudini e religione ma a patto che i sottomessi s’adeguassero alla pax romana che poi voleva dire integrazione intorno a valori condivisi che erano incontestabilmente quelli dell’Urbe.
Un’integrazione, attenti, che si fondava sulla assimilazione (e
sottolineo assimilazione, non convivenza): tutti cittadini della stessa
patria, d’accordo, ma la patria era quella nata, cresciuta e pasciuta
sui sette colli. Il fattore unificante era in primo luogo politico, la
condivisione della medesima civitas. E chi non era d’accordo, tornava ad essere schiavo. Con buona pace dei progressisti.
Alberto Fraja