ORRORE A VALDOCCO IL KILLER ARRESTATO: DICEVA CHE L’AVEVO VIOLENTATA
Un sms alla sua ex
«Ti ammazzerò»
E la sgozza in strada
«Mi aveva denunciato, volevo vendicarmi»
La mamma della ventenne: la polizia sapeva
26 Ottobre 2005
di Massimo Numa
«”Se entro tre giorni non torni con me, ti ammazzo. Saluta la tua famiglia”». Hazika, la mamma di Fatima Ksiss, 20 anni, sgozzata, anzi macellata dal suo ex, Noureddine Kahalil, 31, come si fa con le bestie, vive questo orrore come in tranche. Nella casa di via Biella, a Valdocco, circondata dall’affetto della comunità marocchina della zona, chiede se la morte della figlia, studentessa modello dell’ultimo anno della scuola per maestre d’asilo, poteva essere evitata. «Ha inviato l’sms sul telefono della mia povera figlia qualche giorno fa. L’abbiamo detto alla polizia, ci hanno detto che non si trattava di una “minaccia concreta”. Ieri pomeriggio è tornata in via Salerno, angolo via Biella, proprio nel punto in cui l’assassino ha trafitto con un coltellaccio da cucina la gola di Fatima, morta dissanguata. Disperata, ha chiesto ai titolari del bar all’angolo, gli unici testimoni del delitto: «Perchè non me l’avete salvata?». Giovanni B. («Niente cognome, per favore, ho paura di ritorsioni», dice), 60 anni, ha visto tutto: «L’ha afferrata per i capelli e l’ha trascinata lontana dalla porta. Lei cercava di entrare, lui l’ha bloccata. Gli ho detto: “Lasciala stare, non vedi che le fai male?”. Mi ha minacciato con il coltello e poi mi ha sibilato: “Quella mi ha denunciato per violenza, e deve pagare”. Ho visto quando l’ha sgozzata. Come un animale». Noureddine ha poi asciugato, con disprezzo, la lunga lama sui vestiti di Fatima: ma le sue mani era ancora grondanti di sangue, così, tornando a casa, poco distante, dove è stato arrestato dalla polizia, ha segnato i muri di rosso, passo dopo passo. Orgoglioso del suo gesto: «Portatemi in galera, datemi pure trent’anni di carcere e non mi importa. Mi ha denunciato per violenza e doveva pagare. Ci ho pensato tutta la notte. Aveva offeso me e la mia famiglia». Difeso dall’avvocato Gianluigi Marino, rischia di essere incriminato per omicidio premeditato. Il primo settembre scorso Noureddine, operaio e incensurato, con regolare permesso di soggiorno, era stato arrestato dopo un’aggressione ai danni di Fatima, avvenuta nei giardini di via Livorno. Botte e anche un’odiosa violenza sessuale. Fu immediatamente denunciato. Una ragazza coraggiosa, lei. Ma due giorni dopo era stato scarcerato dal gip, con il solo obbligo della firma in questura. Insiste: «Lei non mi interessava più. Ho una moglie in Marocco. Quella non doveva trattarmi così». L’uomo, da mesi, la tormentava. Sempre nei dintorni, ossessivo. Dopo l’aggressione di settembre, si era persino scusato. Aveva promesso che non le avrebbe fatto più nulla, se lei avesse ripreso la relazione. «Lo perdonammo - spiegano i familiari - sperando che le minacce finissero. Ricominciò subito. Abbiamo presentato quattro denunce. Inascoltate».
Alle 7,30 tutto finito. Il corpo, quasi decapitato (con la stessa tecnica utilizzata dai terroristi iracheni per uccidere gli ostaggi) è rimasto a lungo sul marciapiede, coperto da un lenzuolo, da cui si allargano spessi e contorti rivoli di sangue. La nonna e la mamma piangono, a poca distanza, davanti a decine di persone. Una litania in arabo, disperazione e rabbia. Gli studenti dell’istituto salesiano di via Salerno si affacciano curiosi. Alcuni ridono; si divertono, pare. Fanno il verso al pianto della nonna, sostenuta dalle donne con l’hijab, il velo islamico. Ci vogliono i poliziotti, per restituire rispetto alla famiglia di una ragazza amata e stimata: in Italia da 7 anni, con il sogno di diventare un’insegnante, aiutata con amore da una famiglia di gente onesta. Nella sua casa di via Biella, il Corano nella libreria, i simboli della sua cultura: tappeti, immagini del suo Paese. E Marilyn Monroe, nel ritratto di Andy Warhol, appeso alla parete della sua camera.




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