Il partito democratico
Per prima cosa vanno distinti i riformisti dai massimalisti
I repubblicani sono azionisti, mazziniani, liberali, magari anche anarchici. Non diremmo la verità se nascondessimo che quando sentiamo parlare di riformismo, ci si drizzano le orecchie e tantomeno possiamo essere indifferenti quando sentiamo parlare di partito democratico, dati i legami storici che si sono tenuti in questa casa con Giovanni Amendola.
Un partito democratico è una formazione che esce da una concezione ideologica della politica e si pone il problema dello sviluppo e della crescita della nazione nel suo complesso. Il suo compito è quello di trovare gli strumenti adatti per portare avanti il paese, senza preoccuparsi necessariamente di infrangere tradizioni consumate, se queste si dimostrano uno ostacolo ai miglioramenti di vita che l'intera popolazione può conseguire. Nel partito democratico convivono identità e credi diversi, ma la propria individuale specificità si sacrifica volentieri per un obiettivo comune, e c'è una naturale disposizione fra i suoi appartenenti nel cogliere l'interesse nazionale come la principale delle priorità. Il partito democratico è qualcosa che in Europa non abbiamo mai visto, nel Nord America ha invece avuto successo. Potremmo discettare a lungo del perché di questa situazione. Ma accettiamo pure la spiegazione, semplicemente geografica, offerta dall'onorevole D'Alema il quale, in un'intervista alla "Stampa", ritiene per lo meno difficile fondare qui in Italia un partito americano. In sintesi egli ha perfettamente ragione: un conto è pensare e proporre un tragitto che veda nel tempo radunarsi i riformisti, un altro pretendere di colpo scarti ed abiure. Diamo atto all'onorevole D'Alema di una riflessione meditata. Se gli obiettivi coincideranno anche nel tempo è possibile che le diversità di partenza scompaiano.
Non capiamo però a questo punto la posizione di Fassino e Veltroni, anch'essi impegnati nel descrivere il percorso del partito unitario dei riformisti. Per entrambi sono i diversi che si tengono insieme. Ma se sono diversi, che cosa li tiene insieme, piuttosto che dividerli? A Veltroni, gentilmente, non ci stancheremo mai di chiedere un maggiore garbo nei confronti della storia. Come fa ad accostare Olaf Palme e Kennedy, uno che voleva il disarmo e l'altro che iniziava la guerra in Vietnam? Il coraggio democratico, onorevole Veltroni, pretende innanzitutto una lettura corretta e non di comodo della storia. Ed i democratici americani ed i socialisti europei sono profondamente divisi, fino a quando non ci sarà un Blair capace di innovare la tradizione socialista. Se quindi ci si vuole avvicinare al partito democratico statunitense, si abbia il coraggio di innovare quella tradizione, meglio ancora di rompere con la propria, altrimenti si pensi - come pensa D'Alema - ad un altro percorso. Ma non raccontiamo frottole. Quanto all'onorevole Fassino, abbiamo capito che l'Ulivo vuole unire e fondere culture riformiste diverse. E' una vecchia solfa. Ma non abbiamo capito come. E soprattutto come pensa di unirle per poi farle alleare con i massimalisti. L'onorevole Fassino vorrebbe forse coniugare riformismo e massimalismo sul piano politico, quasi che uno non si definisse in contrapposizione all'altro? Vada a lezione da Schroeder, prima che da Clinton. La Spd addirittura governa con i conservatori, piuttosto che con gli estremisti. Bisogna comprendere questo per fare un partito democratico.
Roma, 20 ottobre 2005
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