Maurizio Blondet
21/10/2005

NEW YORK - Muhammad Salah è un cittadino americano di origine palestinese, venditore d' auto usate negli Stati Uniti.
Nel 1992 va in Palestina a trovare dei parenti.
Viene arrestato dagli israeliani, e accusato di finanziare dei terroristi.
Lui nega.
Per indurlo a «confessare», prima minacciano di sodomizzarlo; minacciano di morte lui e i suoi familiari; poi lo torturano.
«Quando non mi interrogavano, per lo più di notte», racconta Salah, «mi forzavano a restare sveglio in questo modo: con le mani ammanettate dietro la schiena, mi legavano ad una sedia per bambini su cui mi facevano sedere. In pochi minuti ciò mi procurava un atroce dolore fra le scapole e la schiena, perché mi dovevo bilanciare su quella seggiolina per non cadere. Quando non era la tortura della seggiolina, era il frigorifero: mi chiudevano in una celletta gelida così piccola che non potevo né stare in piedi, né sdraiarmi né sedermi. E per tutto il tempo mi gettavano in faccia sporcizia: un liquido che puzzava di urina, del vomito, sostanze fecali».
Dopo questo trattamento, Salah confessa: lo condannano a cinque anni di galera israeliana.
Nel 1997, libero, torna in USA.

Ma questa è solo la prima parte della storia.
Oggi Salah, 52 anni, è incriminato negli USA come finanziatore di Hamas: inseguito da quell'accusa israeliana e dalla sua «confessione».
Salah vuol dimostrare che gli hanno estorto la confessione sotto tortura.
Perciò, rivela il Chicago Sun-Times (1), chiede a sua discarica un testimone d'eccezione: la giornalista Judith Miller del New York Times.
Già: perché Judith Miller era presente mentre lo torturavano, e può testimoniarlo, scagionandolo.
Altri guai per Judith.



Perché la giornalista più famosa del New York Times, nota per aver vinto un Pulitzer per una sua inchiesta sulle super-armi di Saddam (che non esistevano), è poi finita in galera per non aver rivelato la «fonte» che, alla Casa Bianca, le aveva soffiato il nome di Valerie Plame, un'agente della CIA in missione segreta.
Rivelare il nome di un agente in servizio «undercover», mettendone in pericolo la vita, è un delitto federale.
E la fuga di notizie è stata chiaramente una vendetta della Casa Bianca: il marito della Plame, l'ex ambasciatore Joseph Wilson, era stato fra i primi a smentire che Saddam disponesse delle famose armi di distruzione di massa.



Chi è stato a spifferare?
Lo vuole sapere il procuratore speciale Patrick Fitzgerald, che da mesi, silenziosamente ma duramente, indaga sul caso.
La Miller si è dapprima rifiutata di fare il nome della sua «fonte» alla Casa Bianca. Messa in carcere da Fitzgerald, ha creduto che la stampa USA insorgesse in sua difesa: ecco la vittima orgogliosa della libertà di stampa.
Ma la difesa è mancata.
Anzi gli altri giornalisti hanno detto: una cosa è difendere le proprie fonti, un'altra cercare di coprire i potenti attorno a Bush, che ti garantiscono degli scoop a comando se sei un giornalista loro amico.

La Miller ha fatto carriera proprio per i suoi ambigui legami col potere (2).
Il premiato servizio sulle armi di Saddam ne è un esempio: una notizia falsa che faceva comodo al regime nell'imminenza dell'attacco all'Iraq.
Il New York Times ha dovuto scusarsi: dapprima con un articolo di autocritica in cui non faceva il nome della sua giornalista; poi, subissato dalle proteste indignate, ha fatto il nome di Judith Miller, scusandosi ancora.
Oggi la Miller ha avuto il permesso della sua «fonte» di rivelarne il nome, ed ha capitolato.
Incastrando Lewis Libby detto «Scooter», capo di gabinetto di Dick Cheney, che è stato debitamente incriminato (3).

Ma è in forse anche Karl Rove, l'uomo di fiducia di Bush, che viene interrogato per ore davanti alla giuria popolare, in quanto noto informatore (di notizie false) a giornalisti amici.
E lo scandalo pare proprio allargarsi a macchia d'olio, da McClellan, portavoce del presidente, fino a Dick Cheney, e sfiorare lo stesso Bush.
Perché ad ogni interrogatorio la faccenda diventa più sporca e losca.
Judith Miller, che è un'ebrea sionista militante, non era solo una giornalista politica: faceva parte a pieno titolo, con «Scooter» Libby (ebreo anche lui) del White House Iraq Group (WHIG), la camarilla di neocon che, fra Casa Bianca e Pentagono, fabbricava pretesti per aggredire l'Iraq.
Dunque la Miller non è una giornalista ingannata dai suoi potenti informatori: sapeva fin dal principio che le rivelazioni che riceveva dalla Casa Bianca erano menzogne (4), perché contribuiva a fabbricarle insieme a Libby, a Karl Rove e al loro intimo, Ahmad Chalabi, il bancarottiere sciita iracheno che Wolfowitz ha cercato (invano) di mettere a governare l'Iraq
.
E adesso, il palestinese Salah dice che Judith Miller, che era in Israele per scrivere un suo libro-inchiesta assai premiato («God has 99 names: reporting from a militant Middle East»: un vero gioiello di disinformazione anti-islamica scritto sotto dettatura del Mossad) era presente agli interrogatori dello stesso Salah.
Dunque, è facile dedurre, godeva a tal punto della fiducia dei torturatori israeliani, che questi la facevano assistere alle loro torture.
Il New York Times, noto giornale di proprietà ebraica (famiglia Sulzberger) sta sprofondando nella vergogna: c'è il sospetto che i suoi padroni e direttori sapessero che quelle della Miller erano menzogne totali, ma le abbiano passate con l'autorevolezza del giornale perché l'attacco all'Iraq era desiderato da Israele.



La redattrice capo Jill Abramson (altra ebrea) alla domanda su che cosa rimpiangesse del modo in cui il New York Times aveva gestito l'intera faccenda, ha dovuto rispondere: «tutto».
Diversi amici in America, entusiasti per questo scandalo «Plamegate», sperano che, come il «Watergate», porti all'impeachment di Bush.
E meglio essere meno ottimisti.
E' singolare che il vero colpevole di tutte queste manovre, Wolfowitz, sia lasciato fuori: ora è il riverito e strapagato presidente della Banca Mondiale.
E Fitzgerald, il procuratore coraggioso, scade a fine ottobre (5): lì finirà il «Plamegate», con qualche lieve condanna di personaggi spendibili, come Libby.

Maurizio Blondet

Note
1) Annie Sweeney, «New York Times reporter could testify for suspect», Chicago Sun-Times, 18 ottobre 2005.
2) Anche in Italia è lo stesso. I veri potenti (Fiat, grandi banchieri, e la nota lobby) selezionano un giornalista malleabile: gli concedono interviste importanti, che vengono negate a giornalisti meno pieghevoli, gli danno informazioni da scoop. Così lo fanno salire nella carriera, e amare dai direttori. Anzi, per lo più questi giornalisti diventano direttori nei grandi giornali, o almeno ricevono lo stipendio di direttori «ad personam». Abbiamo sulla punta della lingua due o tre nomi.
3) Alain Salles, «Affaire Plame: l'enquete du procureur spécial menace de plus en plus la Maison Blanche», Le Monde, 18 ottobre 2005. Va aggiunto che Judith Miller ha tentato penosamente di alleggerire la posizione di «Scooter» Libby fino all'ultimo. Sì, ha confessato al procuratore, «Scooter» Libby gli aveva parlato della moglie dell'ambasciatore Wilson, ma senza fargliene il nome. Il procuratore Fitzgerald ha sequestrato il taccuino della giornalista di quel giorno: c'era scritto «Valerie Plame» (il nome dell'agente moglie di Wilson) di pugno della Miller. Se non Libby, chi altro le ha dato quel nome?, ha chiesto il procuratore. «Non riesco a ricordare», ha risposto la Miller.
4) Nella vicenda c'è in qualche modo anche l'Italia, perché i nostri servizi erano stati incaricati di redigere un dossier che «provasse» che Saddam aveva comprato uranio greggio dalla Nigeria. Tali prove sono state «rivelate» da Panorama. False. Nella sporca faccenda italiota c'entra, come al solito, Michael Ledeen, spesso citato da Il Foglio di Giuliano Ferrara.
5) Per questo parecchi dei personaggi dello staff della Casa Bianca coinvolti nello scandalo sono stati mandati in missione all'estero, per lo più in Iraq: per sottrarli agli interrogatori. Torneranno tutti a fine ottobre, quando Fitzgerald non potrà più interrogarli.




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