C'è molto da scoprire sull'ex Tonino Nazionale, sul suo passato, sulla gestione dell'inchiesta di Milano, sugli addebiti che gli vengono fatti. Ma quanto si sa sullo strano contorno di questo personaggio è di per sé sufficiente a demolire ogni mito e a suggerire amare riflessioni.
Sarà colpevole o innocente. Avrà "sbancato" Pacini Battaglia assieme al suo amico avvocato Lucibello o lo avrà invece "sbiancato", sarà andato in Austria e in Centro-America per rilassarsi o per operazioni inconfessabili. Sarà oggetto di velenose insinuazioni e vi sarà la regia di Craxi con la collaborazione della Guardia di Finanza per "demolirlo". I suoi ex colleghi di Governo e di Magistratura faranno quadrato attorno a lui o invece lo "scaricheranno" con un sospiro di sollievo. Di Pietro potrà persino tornare a fare il moralizzatore ed a capeggiare un partito o a dettar legge sui partiti degli altri. In Italia può accadere di tutto.
Quello che è certo è che all'ombra di Di Pietro, di "Mani Pulite", dietro la facciata della "grande pulizia", attorno al potenziale elettorale e politico del personaggio, al suo improvvisato ruolo di uomo di governo, è emerso un ambiente che non ha nulla da invidiare alle peggiori degenerazioni della Prima Repubblica.
Fare un elenco degli amici di Di Pietro di prima, durante e dopo le sue imprese di "Mani Pulite", con l'indicazione dei relativi ruoli e carriere, delle vicissitudini giudiziarie e degli intrecci sconcertanti di essi è di per sé illuminante. Ed è sconcertante constatare che molti frequentatori di vecchia data del Commissario di P.S. e del Sostituto si ritrovino poi tra gli inquisiti, sono difensori di inquisiti, hanno legami con gli inquisiti. Saranno, magari, inquisiti fortunati.
E gli intrecci, i legami di interessi e di affari non sono semplici e lineari, ma complessi, molteplici, tali da non apparire casuali.
Un capitolo a parte meriterebbero le inchieste trattate in qualche loro fase da Di Pietro. Impossibile, al momento, e comunque ai fini e per i limiti di questo scritto, tentarne la storia. Ma è certo che Di Pietro si occupò dei fondi neri del gruppo FIAT ricevendo l'organigramma della loro gestione con le varie società estere e con precise indicazioni sugli esborsi per tangenti. Quanto acquisito, ad esempio, con l'interrogatorio di Montevecchi è confluito nel procedimento a carico di Romiti? Risulterebbe invece che l'acquisizione al processo Metro-Roma nella capitale non sia stato tempestivo e spontaneo e forse neppure completo.
Ma torniamo agli amici di Di Pietro. Inquisiti o difensori di inquisiti non hanno cessato di essergli amici o di dimostrarsi tali senza mostrargli rancore. Anzi. E poiché abbiamo parlato poc'anzi della FIAT, questa non mostrò rancore contro chi aveva violato il segreto dei suoi fondi neri, se, appena uscito dalla magistratura, Di Pietro ebbe un incarico di editorialista per "La Stampa"; come Luigi Einaudi.
E qui occorre dire qualcosa di un altro aspetto grottesco di quanto è avvenuto attorno a Di Pietro: la piaggeria ipocrita e sgangherata della stampa, delle forze politiche, degli ex inquisiti, degli altri magistrati.
Bettino Craxi nel suo noto libretto "Il rosso, il giallo, il nero, il grigio e lo sporco" ha scritto che neppure in periodo fascista ci si abbandonò a manifestazioni di adulazione ridicola di Mussolini come in questi anni si è fatto nei confronti di Di Pietro.Paragonare gli spostamenti in giro per il mondo di Antonio di Pietro alle "visite pastorali del Papa", dire che il "giudice itinerante" (!!??!!) "traccia la rotta di una nuova reputazione italiana" ed altre cretinerie del genere sono solo qualche esempio del livello cui si sono ridotti gli sviolinatori. E che dire del Di Pietro "sportivo dell'anno", tale proclamato dal Corriere dello Sport?
In questa atmosfera la profferta di un ministero fatta a Di Pietro da Berlusconi appare, più che un incidente di percorso politico, una manifestazione di totale incapacità di comprendere la politica, i suoi valori, le qualità necessarie per assumere responsabilità politiche.
La storia del tira e molla relativo all'"ingresso in politica" di Di Pietro, al di là delle ambiguità e delle furberie da lui dimostrate, è la storia di una classe politica a caccia di espedienti, combinazioni e colpi di teatro di bassa lega, così come è tristissimo episodio quello del ministro dei lavori pubblici offerto a Di Pietro da Prodi "per suggerimento telefonico della nipotina", che ha fatto seguito alla gaffe che ha segnato la sua esperienza di "consulente" della Commissione Parlamentare stragi, carica a lui conferita dall'aspirante garantista sen. Pellegrino.
C'è poi la pagina non meno triste delle adulazioni letterarie ed accademiche. In un paese in cui la cultura ed il mondo universitario avessero avuto una loro dignità ed un loro amor proprio, la cattedra, sia pure dell'incerta università di Castellanza, conferita a Di Pietro avrebbe suscitato manifestazioni di sdegno e di protesta. Ed invece alle prolusioni ed alle lezioni dell'ex vice commissario aggiunto, dell'ex sostituto dall'incerto curriculum di studi occorsero torme di leccapiedi capaci di sfidare ogni senso del ridicolo.
Il capitolo relativo al prosternasi di tanti magistrati, avvocati, ministri al Di Pietro indagato con il conferimento di immunità e garanzie che, estese a tutti i cittadini, farebbero dell'Italia il paese più garantista del mondo, è un capitolo ancora aperto, anche se la parte già esaurita è già sconvolgente.
Forse bisognerà aspettare anni per fare la storia di Antonio Di Pietro, delle sue imprese, di Mani Pulite. Ma, salvo che si vogliano chiudere gli occhi di fronte alla realtà, si può fare benissimo la storia-abbiezione di un'Italia attorno a Di Pietro; storia di affari, di adulazioni, di furbizie cretine, di doppiezze, di mancanza del senso del ridicolo, di inganni vergognosi. Un brutto capitolo della nostra storia nazionale che si svolge sul filo di altri momenti di ristagno e di decadenza. Un momento da non dimenticare e non sottovalutare, ma da capire.
GIUSTIZIA GIUSTA, febbraio 1997




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