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Discussione: Il punto su Indymedia

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    Iterum rudit leo
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    Talking Il punto su Indymedia

    Scopro che su Indymedia, il sito dei centri sociali, si parla molto di Maurizio Blondet. Qualcuno mi apprezza, i più mi insultano; e poi si insultano a vicenda.
    Cose loro.
    Il fatto che in uno di questi alterchi online, un tizio che si firma «Blodet» posta per mail la seguente frase, lasciando credere che l’abbia scritta io: «sono stato cacciato in malo modo da Avvenire e da allora non posso più scrivere su nessun foglio cattolico. Non so più io stesso se sono ancora cattolico».
    Ebbene, questa frase non è mia.
    Sfido l’anonimo idiota che usa falsamente il mio nome (fortunatamente sbagliando l’ortografia: questi no-global sono davvero coltissimi) a dire dove mai ha trovato questo passo a mia firma.

    E’ vero che sono stato licenziato (in tronco) da Avvenire, perché ho scritto che il direttore non è adeguato, e non ho chiesto scusa con la testa coperta di cenere come si usa fra clericali: altrimenti avrei potuto, offrendo le mie dimissioni, avere un vantaggio economico.
    Non so se è vero che non posso scrivere su altri fogli cattolici, perché non ci ho nemmeno provato.
    Per ora, non ci tengo: ho bisogno di una vacanza dai sagrestani e dai campanari.
    Ma soprattutto, non ho mai scritto né pensato la frase «non so più se sono cattolico». Credo nella Resurrezione di Cristo e nella Sua presenza reale nell’Eucarestia: questo fa di me un cattolico, e cattolico resto.
    Sul resto rivendico la mia libertà di giudizio e di opinione di cristiano che, in quanto cristiano, è libero.
    Comunque sia, non vado a raccontare ad Indymedia i fatti miei.

    Una rapida scorsa a quel sito mi conferma che - salvo eccezioni - è frequentato da una canea di dementi sbavanti odio gratuito, di larve sub-umane che si atteggiano a dittatorelli e a censori delle idee, di invocatori di repressioni e di massacri e, soprattutto, di «io» incompiuti e malfermi che credono di esistere perché sbavano, urlacchiano, ridacchiano, esprimono violenza pura.
    Lo spettacolo di questo formicolio sub-umano è, bisogna dirlo, sconfortante, ma non ci stupirà.
    Si esprime là nel suo modo il detrito sociologico senza prospettive che è rimasto sul fondo, dopo tutte le rivoluzioni fallite: da quella marxista a quella sessuale e delle droghe.
    Sono «giovani» in eterno, perché la gioventù è la categoria dell’irresponsabilità.

    Un «quinto Stato» sub-proletario nutrito a Nutella e Coca Cola, che si è fumato quel pochissimo cervello con spinelli ed ecstasys, e che sogna l’ «utopia» come il luogo dove la Nutella scorrerà gratis e la Coca sarà abbondante come in un esproprio proletario perpetuo.
    Non sono utilizzabili per nessuna rivoluzione, perché anche per la rivoluzione bisogna sacrificare le pulsioni immediate per assoggettarle a uno scopo: loro sono quelli del «godere subito» e del fumarsi le meningi.
    Perfetti conformisti nel loro specifico ambiente.
    Perfetti consumisti per le multinazionali, se solo avessero denaro in tasca.
    Non ne hanno perché sono, per loro infima natura, dei marginali perenni: marginali per incapacità di reggersi all’interno della società, a rispondere alle esigenze minime del vivere comune.
    Non sono disoccupati, sono inoccupabili.

    Campano fra il ciarpame dei Centri sociali, si affollano senza speranza nelle zone basse della società dello spettacolo, fra chitarre elettriche e «ritmi» pre - registrati, fra bombolette spray con cui «fare arte» sui muri, per sentirsi creativi del nulla.
    Questa frangia antropologica non è affatto «nuova».
    Benchè non sia mai stata in grado di emergere alla storia, si addensa da secoli nella penombra ai suoi margini.
    Talvolta sono serviti come massa di manovra per movimenti ereticali o radicali.
    Nel XVII secolo per esempio, attorno a Cromwell e ai suoi decapitatori si radunarono tipi umani del genere: si chiamavano «lollardi» (ciondolanti), «ranters» (chiacchieroni), «diggers» (sterratori), «patarini» (straccivendoli).
    Tutte le personalità borderline che oggi si agglutinano nei Centri sociali erano già esistenti, come si vede: fissati, vaneggianti, mentitori coattivi, paranoici, maniaci che fondavano le comuni anabattiste di Thomas Muntzer (1488) e la «nuova Gerusalemme» dedita alla poligamia, alla perversione sessuale e alla divisione ferrea dei beni e delle donne, di Giovanni di Leyda (1534).

    I capi rivoluzionari più acuti hanno spesso usato questa formicolante sub - umanità come massa d’urto, utilizzandone le esplosioni di odio gratuito per intimidire le classi dirigenti da abbattere.
    Pacifisti e culattoni, ecologisti e pauperisti, cultori di yoga, vegetariani e animalisti, vaneggiatori, sognatori mistici di palingenesi assurde fecero comparsate nella prima rivoluzione bolscevica come alla nascita del nazionalsocialismo (i Wandervogel, giovani omo che vivevano nelle foreste germaniche, passarono alle SA) .
    Li abbiamo visti, sempre uguali a se stessi, anche nel leggendario ’68.

    Ma passata la necessità di provocare il caos, i capi del progetto - i «rivoluzionari di professione», i freddi tecnici del potere e della sua presa e i loro superiori occulti per lo più massonici, banchieri o satanici - ributtarono invariabilmente queste larve nelle cantine della società da cui erano rigurgitate.
    Tutti i sognatori di una utopica «società dell’amore» dove non ci sarebbe stato bisogno di leggi, i teorici dello «scambio delle femmine» come parte della «vita secondo natura», finivano in qualche Gulag: dove, da Kapò, godevano nell’angariare i degni prigionieri politici, gli onesti intellettuali che soffrivano per la verità e la giustizia.

    Questa è la massa che frequenta Indymedia: gente che non vive, ma è vissuta da pulsioni formicolanti, momentanee e inconcludenti.
    Agli altri, pochi, che la frequentano e tentano pateticamente di far ragionare una massa la cui sola forza è «la forza della sragione», suggerirei di astenersi.
    Per loro c’è di meglio da fare.
    Li lascino a cantarsela e a suonarsela come vogliono quei poveri diavoli non immortali.

    Maurizio Blondet

    tratto da http://it.novopress.info

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