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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Thumbs up I Ds che attaccano la Devolution tradiscono se stessi (G. Oneto)

    Fassino tuona contro la devolution perché mette in pericolo l’unità d’Italia. Al capezzale della Patria in pericolo di dissoluzione accorrono premurosi comunisti, ex comunisti, post comunisti, rifondaroli, incappucciati, girotondini, tutti i figli e gli orfani del marxismo.

    La sinistra italiana di scopre super patriottica e nazionalista, tira fuori dagli armadi le icone di Mazzini e di Pisacane, e si infiocchetta di tricolore.

    E si dimentica di una grossa fetta del suo passato, nel quale il suo atteggiamento è stato su questo tema ambiguo e ondivago.

    Si va dal deciso (e a volte anche piuttosto greve) antimeridionalismo dei socialisti padani, di Camillo Prampolini (“L’Italia si divide in nordici e sudici”) e di Filippo Turati (“il forzato e antifisiologico accoppiamento del decrepito mezzodì coll’acerbo settentrione”), ai socialisti repubblicani che nel 1895 prendono un sacco di voti (e di fucilate) chiedendo la creazione di uno Stato della Città di Milano separato dal Regno. L’ambiguità del federalismo è perfettamente espressa da Gramsci che si affanna nel 1919 a difendere il “ruolo nazionale” contro ogni movimento indipendentista, ma che – 7 anni dopo – teorizza un governo operaio e contadino su base “federativa-soviettista”, una ispirazione che porta, al Congresso di Colonia del 1931, ad auspicare la “costituzione di Repubbliche socialiste e soviettiste autonome del Mezzogiorno d’Italia, della Sicilia e della Sardegna, nella Federazione delle Repubbliche Socialiste e Soviettiste d’Italia”. Altro che devolution!

    Delle aspirazioni autonomiste e separatiste che affiorano alla fine della guerra si prende cura Togliatti. Cresciuto nell’ambiguità stalinista della Grande Guerra Patriottica di un paese che aveva (solo al mondo) stabilito il diritto di secessione nella propria Costituzione, torna in Italia con l’ordine preciso di stroncare ogni separatismo e di sostenere con forza l’unità centralista dello Stato italiano. Lo fa con decisione e con linguaggio degno dei fascisti. Ce n’è bisogno: col Vento del Nord soffiano infatti forti aspirazioni all’autonomia, cui la Carta di Chivasso ha dato dignità ideologica.

    I Comunisti fanno gli unitarismi ma anche gli antinazionalisti, con un acrobatico equilibrismo che mantengono per decenni. Va bene lo Stato ma guai a parlare di Patria! Ma il federalismo autonomista è una pianta difficile da soffocare anche fra il popolo comunista: nel 1975 il primo presidente della Regione Emilia-Romagna, Guido Fanti, definisce “improcrastinabile” l’accordo fra le Regioni padane per formare una “Lega del Po” in funzione anticentralista. Lo cosa fa ovviamente gioire Miglio ma – ça va san dire – non piace a Botteghe Oscure, che a Fanti stronca la carriera. Piace però alla base che ha evidenti, antiche e lodevoli propensioni autonomiste: non è un caso che il popolo della Sinistra abbia sempre guardato con simpatia tutti i movimenti indipendentisti europei, dai Baschi agli Irlandesi, e che gran parte di tali movimenti fossero marxisti. Si delinea una voragine fra la base che è concretamente federalista (e che, non per nulla, in alcune aree ha scelto il voto leghista) e i vertici super centralisti, ormai totalmente presi dal Palazzo romano e dai suoi vantaggi. Aveva scritto Samuel Johnson che “il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”: è una constatazione che non vale evidentemente solo per i dittatorelli sudamericani. Anche su questo tema nodale, oggi il linguaggio della politica italiana è confuso: non si distingue più Tremaglia da Violante, i Ds sventolano tricolori (quelli che bruciavano nel ’68) con lo stesso entusiasmo di Forza Nuova. L’afflato patriottico ricopre tutti, come lo shampoo di una nota canzone di Gaber. Qualche anno fa Mussi aveva concluso un suo accalorato discorso in appoggio alla missione in Albania con la maschia esortazione “a salvare l’onore d’Italia”. Come un qualsiasi paracadutista repubblichino. Come Dario Fo.

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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito The Chart of Chivasso (1943)

    Testo della DICHIARAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DELLE POPOLAZIONI ALPINE redatta a conclusione di un convegno clandestino tenutosi in Chivasso il 19-12-1943 e firmata dai resistenti Emile Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, M. A. Rollier, Osvaldo Coisson, meglio conosciuta come: "CARTA DI CHIVASSO".


    Noi popolazioni delle valli alpine

    CONSTATANDO

    che i venti anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di "Roma doma" hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

    a) OPPRESSIONE POLITICA attraverso l'opera dei suoi agenti politici ed amministrativi (militi, commissari prefetti. federali, insegnanti), piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti distruttori;

    b) ROVINA ECONOMICA per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali ed agricoli, per l'interdizione della emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l'effettiva mancanza. di organizzazione tecnica e finanziaria dell'agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per la incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi; condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;

    c) DlSTRUZIONE DELLA CULTURA LOCALE per la soppressione della lingua fondamentale locale, laddove esiste, la brutale e goffa trasformazione dei nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini della emigrazione temporanea all'estero;

    AFFERMANDO

    a) che la libertà di lingua come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

    b) che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l'avvento di una pace stabile e duratura;

    c) che un regime Federale repubblicano a base regionale e cantonale eè l'unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul paese; Fedeli allo spirito migliore del Risorgimento

    DICHIARIAMO

    quanto segue:

    a) AUTONOMIE POLITICHE AMMINlSTRATIVE.

    1) Nel quadro generale del prossimo stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici, alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale;

    2) come tali ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali;

    3) l'esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali (compresa quella giudiziaria) comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali;

    b) AUTONOMIE CULTURALI E SCOLASTICHE. Per la loro posizione geografica di intermediarie tra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica consistente nel:

    1) diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana, in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale;

    2) diritto all'insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie nei concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento. L'insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo o alla direzione di un consiglio locale;

    c) AUTONOMIE ECONOMICHE. Per facilitare lo sviluppo dell'economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, sono necessari:

    1) un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate alpine, e ciò indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate;

    2) un sistema di equa riduzione dei tributi, variabile da zona a zona, a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura foreste o pastorizia;

    3) una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:

    a) l'unificazione per il buon rendimento dell'azienda, mediante scambi e compensi di terreni e una legislazione adeguata della .proprietà famigliare agraria oggi troppo frammentaria;

    b) l'assistenza tecnico-agricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi ad esempio delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali di cui alcune potranno avere carattere agrario;

    c) il potenziamento da parte delle autorità della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo;

    4) il potenziamento delle industria e dell'artigianato, affidando all'amministrazione regionale cantonale, anche caso di organizzazione collettivistica, il controllo e l'amministrazione delle aziende aventi carattere locale;

    5) la dipendenza dall'amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico. Questi principi, noi rappresentanti delle Valli Alpine vogliamo vedere affermati da parte del nuovo Stato italiano, così come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono e potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico straniero.

  3. #3
    PADANIA NEL CUORE
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    Predefinito

    Fassino al capezzale della patria dà l'immagine di un becchino che inchioda la bara davanti al malato.
    Questa riformicchia non mette a repentaglio l'unità più di quanto già non lo sia per sua natura.
    Che possa essere gente di questo tipo ad alterarne i destini è semplicemente ridicolo, direi comico.
    TIOCH FAID AR LA'

 

 

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