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    Post Pellico: Europa, coalizione di nazioni cristiane

    Intervista allo storico Aldo Mola, autore di un libro su Silvio Pellico, lo scrittore italiano più tradotto all’estero. Contrariamente all’osannato Mazzini, il saluzzese non ha una visione italocentrica Mette in guardia dalla falsa filantropia che “si strugge in sete di sangue” e mira alla “distruzione, come Satana vagheggia la Morte”: proprio come sono “giottini”, “girotondini” e fondamentalisti di tutti i generi Ne Le mie prigioni Pellico spiega che l’Italia è la grande culla, ma vi sono, care e insostituibili, le Regioni e, nel loro àmbito, le “piccole patrie”, cioè la città natale, la propria terra, con la propria parlata, i costumi, le tradizioni, le memorie del passato: da difendere e vivificare di generazione in generazione Quando rientra in Piemonte dopo 10 anni di carcere duro allo Spielberg, in Moravia, egli eleva un inno al Piemonte e alla sua Saluzzo «che meriterebbe di essere recitato quando l’onorevole Umberto Bossi raccoglie l’acqua del Po sul Monviso»

    Arriva in libreria la biografia di Silvio Pellico: carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa (Bompiani editore, pp. 320, euro 9). L’autore, Aldo Alessandro Mola, ripercorre la vita dell’autore di Le mie prigioni (1832) e pubblica tre saggi “mirati”: perché Pellico distrusse l’Autobiografia, un’indagine sulle radici del Male, condotta sul testo dell’Abele, tragedia pellichiana tuttora inedita, e Spielberg, memento d’Europa. Inoltre ripropone, con introduzione e note essenziali, l’altro celebre libro dello scrittore saluzzese, Dei doveri degli uomini: discorso a un giovane (1834). Completo di bibliografia, cronologia e accurato indice dei nomi, il saggio compare direttamente nei Tascabili Bompiani con un prezzo di copertina accessibile a tutte le tasche.
    Ne parliamo con il professore, autore dell’importante Storia della Massoneria italiana, di una Storia della monarchia in Italia (Bompiani) e di un’accuratissima biografia di Giolitti: lo statista della nuova Italia (Mondadori).
    Anzitutto, professor Mola, perché ha ripescato i Doveri degli uomini? Non le pare un testo vecchio e superato?
    «Al contrario. Quel “discorso a un giovane” in 32 rapidi capitoletti è quanto di più intelligente sia stato scritto in Italia nell’Ottocento (e non solo). Quest’anno, anche per compiacere il presidente della Repubblica, Ciampi, si sono svolti innumerevoli convegni su Giuseppe Mazzini (Genova, 1805-Pisa, 1872), nel bicentenario della sua nascita. I pochi che ne hanno letto o riletto le opere hanno però constatato che Mazzini ha una visione italocentrica dell’Europa e che la sua concezione dello Stato è rigida, opprimente. Ebbe il pregio di contrapporsi ai marxisti e agli anarchici della Prima Internazionale, ma a sua volta anteponeva alle libertà personali e alle tradizioni locali un’ “Italia” imbalsamata, ossessionante. Una sorta di ”suocera” sempre pronta a esigere, senza mai un sorriso. Pellico invece è tutt’altra persona. Nei suoi Doveri, che precorsero di 25 anni quelli di Mazzini, egli predica religiosità, filantropia, amor filiale e fraterno, rispetto degli anziani, amicizia, studio. E prende posizioni molto nette e del tutto attuali».
    Per esempio?

    «Posso citare alcune sue frasi: “L’ineguaglianza delle fortune è inevitabile, e ne derivano mali e beni. Chi tanto maledice il ricco si metterebbe volentieri al suo posto...”. Mette in guardia dalla falsa filantropia che “si strugge in sete di sangue” e mira alla “distruzione, come Satana vagheggia la Morte”: proprio come sono “giottini”, “girotondini” e fondamentalisti di tutti i generi. È nettamente contrario a cospirazioni, insurrezioni, rivoluzioni e violenze, invece costantemente predicate da Mazzini. Con tutto ciò Pellico non insegna affatto la rassegnazione. Secondo lui “il vero patriota non invoca e non suscita dissensi civili. Non cessa d’essere agnello, se non quando la patria in pericolo ha bisogno d’essere difesa. Allora diventa leone: combatte e vince, o muore”. È uno che si batte per la sua terra, la sua gente».
    Ma l’insistenza sul patriottismo non porta a sua volta al nazionalismo?
    «Nel caso di Mazzini sì, in quello di Pellico no. Lo scrittore saluzzese lo disse molto bene nelle Mie prigioni, il cui manoscritto, conservato al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, lo scorso anni pubblicai dall’editore Bastogi (Foggia) in riproduzione fotografica eseguita da Giancarlo Durante, fotografo della S. Sindone, con trascrizione fedelissima. Lì Pellico spiega che l’Italia è la grande culla, ma vi sono, care e insostituibili, le regioni e, nel loro àmbito, le “piccole patrie”, cioè la città natale, la propria terra, con la propria parlata, i costumi, le tradizioni, le memorie del passato: da difendere e vivificare di generazione in generazione. Quando rientra in Piemonte dopo dieci anni di carcere duro allo Spielberg, in Moravia, egli eleva un inno al Piemonte e alla sua Saluzzo che meriterebbe di essere recitato quando l’on. Umberto Bossi raccoglie l’acqua del Po sul Monviso».
    Però dai manuali di storia in uso Pellico appare sempre triste, grigio. Un vinto e un sopravvissuto, insomma. Perché ne ha scritto la biografia? Come si è trovato in sua compagnia?
    «In realtà Pellico fu sempre una persona vivace, comunicativa, brillante. Oltre alle lingue di casa (italiano, francese e piemontese), sin da giovane padroneggiò l’inglese e studiò tedesco, che poi gli servì in prigionia. Naturalmente studiò latino e greco».
    Perché fu condannato?
    «Era carbonaro, vale a dire riteneva che gli italiani dovessero essere liberi dalla dominazione straniera e che i popoli europei dovessero e potessero vivere affratellati ma indipendenti. Tutt’insieme, infine, avevano la missione d’incivilire il mondo. Pellico conosceva molto bene l’incolmabile abisso tra la civiltà greco-latino-cristiana, tipica dell’Europa dall’Atlantico agli Urali e il mondo islamico, per non parlare dell’Asia (Iran, India, Cina). Era anche poco tenero nei confronti degli Stati Uniti d’America. Come cristiano disapprovava la schiavitù e lo sterminio delle popolazioni indigene, spietatamente praticato nell’America settentrionale. L’affiliazione alla Carboneria, che aveva per protettore San Teobaldo e Gesù (“Uomo-Dio”, il migliore “Amico degli uomini”, come egli scrisse) per Presidente ideale, gli costò la condanna a morte, commutata in quindici anni di carcere duro, senza che avesse fatto male a una mosca. Reato di opinione, fa pensare a certe sentenze recenti! Arrestato a Milano il 13 ottobre 1820, tradotto a Venezia, ove fu rinchiuso nei terribili Piombi (torridi d’estate, gelidi d’inverno), condannato nel febbraio 1822, deportato in aprile allo Spielberg, venne graziato il 26 luglio 1830, un giorno prima che a Parigi scoppiasse la seconda rivoluzione francese. Quella volta gli andò bene... Se fossero trascorse altre 24 ore l’Imperatore Francesco I non avrebbe certo firmato l’atto di clemenza».
    Ma poi visse quasi dimenticato in Piemonte...
    «Non esattamente. Le sue opere principali furono le più ristampate in Italia e tradotte all’estero. Dieci volte di più rispetto ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni, per non parlare di Leopardi, Foscolo ed altri ancora. Pellico interpretò i sentimenti universali con serena pacatezza e invitò alla conciliazione anziché all’odio. Perciò contro di lui si scagliarono gli “ultra”, i neogiacobini, gli estremisti di tutte le risme, incluso Gioberti che insinuò che “madamigella Pellico” soggiacesse alla virile marchesa Giulia Colbert di Barolo. Il saluzzese non replicò. Aspettò che fosse la storia a dargli ragione».
    Ed è accaduto?
    «Certo. Ora infatti è chiaro ciò che Pellico aveva compreso centocinquant’anni addietro. In Italia si può governare benissimo senza un partito cattolico, ma non contro lo spirito cristiano che si sostanzia nell’istituto della famiglia e nella libertà dell’insegnamento. Incluso quello della religione. Aveva anche intuito le grandi sfide che ora l’Europa deve affrontare».
    Ma Pellico è ancora conosciuto all’estero?
    «Molto più che in Italia. In Argentina una comunidad porta il suo nome. Del resto una volta Pellico dichiarò di sentire più bisogno di figli che di una moglie. Li ha trovati oltre Oceano. Da noi è stato vittima del linciaggio della cosiddetta critica letteraria di matrice marxista, negatrice di ogni forma di spiritualità. Essa ha vinto nel giro delle cattedre universitarie ma ha perso nel Paese, che sta recuperando i suoi classici. Pellico (Saluzzo, 1789 - Torino, 1854) è uno dei più rappresentativi. Le sue pagine hanno commosso generazioni di scolari e studenti, prima che le cattedre fossero invase da sessantottini in servizio permanente effettivo: nemici del buon senso e dei propri allievi, oltre che di quello Stato dal quale percepiscono lo stipendio. Certo sono indegni di Pellico che dalla collina saluzzese spingeva lo sguardo sino a Torino e all’arco alpino, convinto che quella fosse un’Italia sufficiente al suo orizzonte. Del resto era il territorio che aveva avuto nome di Regno d’Italia con capitale a Milano l’unica nella quale egli si riconobbe, perché era già “europea”».

    Gianluca Savoini
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

    •   Alt 

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  2. #2
    Alvise
    Ospite

    Predefinito

    Interessante, anche se...

    Aldo Alessandro Mola ? Pay attention, please.

    Piedi di piombo.

 

 

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