Crisi capitalistica e crisi di civiltà
La catastrofe di New Orleans induce a ripensare lo stato attuale dei
problemi mondiali, della loro percezione e della loro coscienza; l'antinomia
tra cultura politica ed ecologia; l'origine dei rischi connessi; il pericolo
rappresentato per l'intera umanità dalla strategia aggressiva degli Usa
La fragilità della storia
Il mondo, intendiamo il complesso natura-cultura entro il quale si svolge la
storia umana, si trova in questo passaggio intergenerazionale in una
condizione del tutto inedita, che per più motivi ci sembra impreparato ad
affrontare. Se fino a questo passaggio la fragilità dell'esistente e la
paura del futuro hanno lasciato segni forti di rivelazione nelle religioni e
nei miti e di riflessione nelle filosofie e nelle letterature di tutte le
culture e di tutte le epoche, ora esse trovano agganci scientifici e laici
che affermano l'effettiva concretezza dei rischi di annientamento biostorico
universale. Si può ipotizzare che potrebbe non trattarsi di annientamento,
ma di una transizione ad altra condizione complessiva del vivente sulla
Terra; resta il fatto che anche nel caso più "favorevole" si tratterebbe di
un vulnus che inciderebbe a tal punto nella consistenza dell'ambiente e
nella vita dell'uomo da dividere nettamente in due parti l'era antropozoica
e da avviare la nuova storia verso un destino completamente ignoto, un
"dopo" del tutto indesiderabile.
Quella nuova storia non ci apparterrebbe più; rotta ogni continuità con la
storia "nostra" - anche con quella che prevede o ha preso atto dell'
esistenza d'una fascia di discontinuità e imprevedibilità - essa potrebbe
precipitare in una condizione di barbarie pre-contrattuale nella quale si
annullerebbero quelle che abbiamo fin qui considerato come conquiste
faticose, ma definitive nel loro orientamento generale. In un recente
articolo Timothy Garton Ash[1] ha scritto: "Lasciate quindi perdere lo
'scontro di civiltà' di Samuel Huntington. [.] A rischio qui è semplicemente
la civiltà, la sottile crosta che stendiamo sul magma ribollente della
natura, quella umana inclusa". Siamo d'accordo, anche se Garton Ash
insistendo più sul regresso soggettivo dell'uomo che sulla concreta
oggettività della problematica ecologica mostra di sottostimare il carattere
sistemico e politico della "decivilizzazione".
Quello che invece non si può concedere a chi voglia discutere con serietà e
coraggio di questi problemi è la sottovalutazione implicita nell'accusa di
catastrofismo, che tante volte è stata rivolta anche alla linea di analisi
di "Giano". La catastrofe è presente nel nostro tempo e ci accompagna
quotidianamente - come la morte individuale nella partita a scacchi filmata
da Ingmar Bergman o nel mito di Samarra riferito da Enzo Tiezzi[2] - in
ogni passo che compiamo, e specialmente in quelli che affrontiamo con
maggior sicurezza in una direzione di progresso che ci appare sperimentata e
garantita. Nella trasmissione radiofonica Prima pagina del 7 settembre
scorso un giornalista e intellettuale di prestigio, Enrico Deaglio, non ha
esitato ad iniziare la propria rassegna quotidiana con la notizia dei gravi
turbamenti che la vita sul nostro Pianeta potrebbe subire dall'accresciuta
attività di macchie solari. Citiamo il fatto perchè Deaglio ha osato
superare quella soglia convenzionale di reticenza che custodisce l'
ineffabilità dell'éschaton, cioè la sua scorrettezza sociale, ma vogliamo
chiarire che non condividiamo lo spostamento delle nostre inquietudini a
livelli extraterrestri.
Il senso della catastrofe va rigorosamente fondato dentro il perimetro della
prassi umana; su questa e sulla sua tipologia caratterizzante deve vertere e
mantenersi il discorso. Gli anni 1945-1970 - da Hiroshima alle rivelazioni
dei "limiti dello sviluppo" - ci hanno reso coscienti della fragilità della
costruzione umana della storia. E' in quel perimetro della prassi - sul
quale gli studiosi delle "due culture" esercitano il loro lavoro di
ricerca - che dobbiamo mantenere e sviluppare la consapevolezza apocalittica
e il dovere di aver paura teorizzato da G. Anders[3] (e solo parzialmente
accolto, ma anche fortemente limitato da Norberto Bobbio[4]) e comunicarlo
ad altri, come condizione di ripensamento critico della storia umana sia sul
piano della politicità sia per quanto riguarda le sue radici antropologiche
profonde.
Prassi come storia e come costruzione di civiltà: ma quale civiltà? T.G. Ash
conclude il proprio intervento proiettando nel futuro la previsione che
"intorno all'anno 2000 il mondo raggiunse un apice nella diffusione della
civiltà cui le generazioni future guarderanno con nostalgia e invidia".
Colpisce, nel discorso, l'uso indifferenziato del termine "civiltà" - uso
che è legittimo a certi livelli di astrazione, ma che in un'analisi
approfondita ha bisogno di specificazioni. E' difficile pensare che le
generazioni dell'Africa subsahariana o dell'Ecuador o della striscia di Gaza
potranno trovare simili motivi di nostalgia. La civiltà alla quale si
riferisce l'autore - pur consapevole en passant delle ragioni materiali dei
grandi rischi - è infatti con tutta evidenza quella stessa al cui impianto
strutturale viene da molti attribuita la genesi del disastro americano e di
tutto un trend a vocazione apocalittica.
Ash non è ovviamente il solo a giudicare la civiltà occidentale e la sua
forza diffusiva come un "apice" storico. In un intervento sul tema dell'11
settembre Ernesto Galli della Loggia[5] parla di contrapposizione tra "due
tipi di forze" - quelle unificanti "dell'economia e del mercato" e quelle
"immateriali della religione, del costume, della tradizione" - tra le quali
è perfin troppo facile cogliere un giudizio dicotomico progresso -
conservazione e impedimento. Scritto certamente prima di New Orleans, l'
intervento è centrato sull' "immenso impatto visivo simbolico" che ha fatto
dell'11 settembre "una sorta di apice riassuntivo e di reagente di una
generale condizione di ambiguità e insieme di precarietà e di rischio che
molti altri ambiti e indizi annunciavano da tempo". Giudizio che a maggior
ragione vale per New Orleans, perché in Katrina non è presente solo la
componente guerra-terrorismo, ma tutta la "generale condizione", con i nessi
che ne collegano i molteplici elementi. Ma, da quando?
Era necessario l'"evento-frattura" delle Twin Towers perché gli storici
percepissero quella condizione del mondo? Non rimandano quegli "altri ambiti
e indizi" ad una serie di "eventi-frattura" che limitano l'11 settembre a
conferma, certo fortemente significativa, di ulteriore "rivelazione" d'un'
apocalisse già avvenuta, di un movimento di forze storiche in senso
catastrofico? Ricordare i bombardamenti atomici dell'agosto 1945 e l'
implicita condizione terminale universale - l'imminenza del pantoclasma di
cui scriveva Franco Fornari - è a questo punto d'obbligo; lì è l'apocalisse
e lì è una periodizzazione macrostorica che alla sua volta rimanda ad
"ambiti e indizi" che nell'arco diacronico unitario imperialismo-"guerra dei
trent'anni" avevano preso corpo in modalità sconvolgenti di relazioni
internazionali e di unificazione mondiale, di supremazie di civiltà, di
tecniche di uccisione di massa, di uso biopolitico di avvenimenti
programmati, finanziati e militarizzati della ricerca scientifica e della
tecnologia di guerra.
Ad una visione del genere invita Gian Enrico Rusconi anticipando anch'egli
un intervento al Convegno dell'Istituto storico italo- germanico di
Trento[6], che si riferisce alla rivalità franco-tedesca e specialmente alla
cultura del 1914, ma che s'allarga alle "'piccole guerre'
imperiali-coloniali [.], fucina di uomini, di idee, di tecnologie. Sono
guerre 'asimmetriche' e 'interminabili' [come] le guerre di oggi dell'
iperpotenza americana". Se si accetta questo background il discorso diventa
enormemente più ampio e più complesso di quello che possa farsi se si limita
il proprio campo di osservazione al potere magnetico sprigionato dall'11
settembre. Per non dire che su quello stesso evento gravano interrogativi
pesanti che rimandano ad intrecci, sovrapposizioni, cospirazioni,
compresenze che lo rendono molto più intricato della sua riduzione a
maraviglioso avvenuto nientemeno che a New York. E se veramente vogliamo
ridare attenzione alla "filosofia della storia" - io direi più moderatamente
ad una teoria della storia - che includa il complesso, il sussultorio, l'
ironico, il casuale, definendoli in un rinnovato tentativo di unificazione
concettuale, allora dobbiamo veramente fare un grande salto al di là dell'
euristica storiografica fin qui condivisa.
In primo luogo, è necessario porsi domande che riguardano non la pura
storiografia professionale, ma l'intero "mestiere" e l'intera deontologia;
non la sola interdisciplinarità umanistica, ma la capacità introiettiva e
metabolica della cultura storica e i limiti che essa rivela non appena
elementi che essa ritiene estranei alla propria stoà - la natura
chimico-fisica, la termodinamica, la climatologia, l'accelerazione
artificiale dell'entropia, la tipologia dello ricerca scientifica e se essa
fosse inevitabile - facciano irruzione nel proprio convenuto fenomenologico.
In altre parole, piuttosto che di "filosofia della storia" io propongo che
ci si interroghi sul sapere generale del ricercatore di storia e sui
rapporti tra saperi speciali frammentati e non più riconducibili ad uno se
non, appunto, con uno sforzo di ricomprensione e ridefinizione di quanto ora
ci appare in conoscenze parcellari e segmenti incomunicabili.
Non sarà possibile, io penso, pervenire a questo - forse neppure avviarne il
corso - se non attraverso un'autocritica della civiltà occidentale. Non già
per una sorta di masochismo dell'"apice" raggiunto, ma perché è chiara (e
indiscussa, oppure imperfettamente e vanamente rimessa in discussione) la
sua primazia, e quindi la sua responsabilità nella creazione dei grandi
rischi e nello sprofondamento verso la barbarie.
La violenza sul vivente
Vorremmo fosse chiaro che non si sta qui facendo un discorso "di partito",
ma che siamo consapevole della portata politica rivoluzionaria d'una presa
di coscienza del carattere ambivalente della tipologia di sviluppo imposta
al mondo, e della prevalenza in essa dell'aspetto degenerativo e
distruttivo. A ciò aggiungiamo l'imminenza del rischio pantoclastico, dovuta
alla crescente velocità dei fenomeni entropici e alla sempre più ardua
possibilità di accordarli con i tempi della natura. Tra le molte voci
critiche degli Usa, alcune hanno significativamente attraversato lo stesso
ceto politico-militare di Washington e messo alle corde una presidenza fin
qui militaristicamente baldanzosa, profondamente ignara non solo dei
problemi sociali interni ma perfino dei nessi tra questi e le dimensioni
globali delle politiche ambientali. Una presidenza che ha rifiutato Kyoto e
che vuole sostituire i guasti della tecnocrazia con una robusta aggiunta di
tecnica; che al posto di una regolamentazione degli investimenti vuole
investire in nuovi artifici tecnologici; che anche ora pensa, più che alla
catastrofe come tale, ai vantaggi d'una ricostruzione orientata secondo i
rovinosi principi del capitalismo neoliberista e gli interessi concreti di
marca Halliburton.
Questi aspetti centrali che hanno determinato la genesi e la natura del
disastro di New Orleans sono stati tempestivamente colti da Jeremy Rifkin,
presidente della Foundation on Economic Trades e ben noto studioso di
questioni globali:
Gli Stati Uniti - ha detto Rifkin - sono stati colpiti dall'effetto serra e
non da un semplice uragano. In queste ore la Casa Bianca sta nascondendo all
'opinione pubblica mondiale ciò che la comunità scientifica internazionale
ha previsto da anni, cioè che il surriscaldamento del pianeta è dovuto allo
scellerato modello di sviluppo neoliberista. [.] Il vero nome di Katrina, e
della maggior parte dei cicloni che hanno investito la costa del Golfo, è
'global warming'. Si parla di una sfortunata calamità naturale, e non si
vuole riconoscere che questo è un prodotto dell'uomo. [.] Adesso stiamo
imparando sulla nostra pelle tutto quello che non abbiamo fatto finora: non
abbiamo risparmiato energia, non abbiamo usato energie rinnovabili, non
abbiamo tassato la benzina, non abbiamo firmato gli accordi di Kyoto. Non
abbiamo nessuno da incolpare. Noi siamo responsabili di New Orleans, e con
noi la nostra classe politica[7].
L'approccio ecologico-politico apre varie direzioni di discorso, che sono
del più alto interesse per lo storico. Teniamoci aderenti a Rifkin. Lo
"scellerato modello di sviluppo neoliberista" chiama in causa pesantemente
la storiografia; e non si tratta di storia economica nel senso tradizionale,
giacché questa riguarda una consecuzione, anche segnata da crisi profonde,
di lunghissime durate, mentre la scelleratezza è collegata a una visibile e
dimostrabile soglia escatologica, il cui approssimarsi procede a ritmi
accelerati che sono pertinenti all'economia politica. Qui il "modello di
sviluppo" coinvolge l'intera strategia del sistema e la prassi antropica
nella sua totalità, ivi comprese quelle dimensioni di cultura, mentalità,
realizzazione individuale che sembrano innocue all'ambiente di vita, ma che
incidono in esso in quanto consone alle decisioni di investimento e alle
conseguenti spinte selettive e manipolate ai consumi di massa. Le leve
strategiche sono del politico, il comando è delle istituzioni, e mai questo
è stato tanto chiaro come negli ultimi decenni (dagli anni 1980 in qua), in
relazione paradossale con i processi di aziendalizzazione e privatizzazione
del pubblico.
Il processo del rischio ecologico conosce picchi fattuali impressionanti -
da Bophal a Harrisburg, da Cernobyl a New Orleans, le catastrofi sono ormai
innumerevoli - ma si svolge con una gradualità tanto più insidiosa in quanto
manca la continuità dell'informazione e la sua promozione a cultura
complessiva e alternativa. Là dove collidono con gli interessi alla
funzionalità del sistema informazione e cultura cessano, oppure vengono
distorte e capovolte. Su questo punto si innesta una possibile funzione
della ricerca critica, nel senso non già della controcultura minoritaria ma
della grande costruzione intellettuale e politica.
Il dovere del realismo, e la stessa ormai lunga esperienza di "Giano" ci
portano a dire che ciò non sta avvenendo; che non c'è un vero movimento
intellettuale di rifondazione; che nessuno dei compartimenti disciplinari
riconosciuti è fino a questo momento caratterizzato dalla nuova
"rivoluzione copernicana" della coscienza escatologica; che l'ecopacifismo
"verde" si limita ad operazioni di piccolo cabotaggio che sono il frutto d'
un moderatismo pericoloso; che la stessa stampa che si dichiara comunista,
rivoluzionaria, alternativa ignora la priorità del dato nuovo rispetto al
grigiore delle coerenze ortodosse e si nutre ancora di quello che già una
volta ho definito "progressismo quantitativo"; che le stesse formazioni di
origine operaia la cui denominazione rivela un legame storico con la ricerca
di una nuova civiltà e di una vera storia sono pervase d'un riformismo tutto
interno alla logica del progresso distruttivo, dominata dall'ideologia della
crescita economica generatrice di consenso estorto; che la politica ut sic
si sottrae all'ecologia perché teme le conseguenze rivoluzionarie del suo
impatto conoscitivo.
Scoperchiando la contraddizione tra la naturale "dimora di tutti i bioti"[8]
e il sistema del capitale, New Orleans ha rotto per qualche giorno o qualche
settimana la coltre delle sicurezze e delle rassicurazioni; ha innescato una
tendenza critica di massa che ha fortemente avvertito l'essenza della
violenza ecologica e i suoi nessi d'acciaio con la violenza politica, la
repressione civile, la natura classista del razzismo, la guerra. Nell'
opinione pubblica il fatto è stato inteso come globale, e il suo esplodere
negli Stati Uniti d'America come allusivo a responsabilità globali di questo
Stato e di una tradizione politica che l'amministrazione in carica
rappresenta al peggio. Ma la strage di vite umane e le immani distruzioni
saranno inutili se non concorreranno a promuovere un nuovo movimento
politico e culturale nel senso che abbiamo cercato di indicare. E riteniamo
che gli storici di buona volontà abbiano molto da dire in proposito;
basterebbe, intanto che essi dimostrassero nei confronti della violenza
ecologica la stesse sensibilità che viene trapelando in materia di violenza
guerresca[9].
Quello della violenza sui viventi è un aspetto del problema ecologico la cui
gravità sfugge agli stessi studiosi dell'età contemporanea. E' un aspetto
macroscopico che tuttavia non trova spazio nei nostri libri di storia. Ha
richiamato l'attenzione sulla questione il pur moderato McNeill, in un passo
(peraltro dedicato al solo inquinamento dell'atmosfera) che merita d'essere
ripreso ampiamente:
[.] calcolerei - egli scrive - in 20-30 milioni le vittime dell'inquinamento
dell'aria nel periodo compreso tra il 1950 e il 1997. Se si considerasse il
XX secolo nel suo complesso, il dato non varierebbe granché, perché la
popolazione urbana era in precedenza più ridotta, anche se, almeno nel mondo
occidentale, produceva un maggiore inquinamento atmosferico. Tenendo conto
di tutto, una stima molto ipotetica del tributo pagato all'inquinamento
atmosferico nel corso del XX secolo potrebbe oscillare tra i 25 e i 40
milioni di morti; cifra assai vicina alla somma dei morti nei due conflitti
mondiali, e parimenti vicina al totale delle vittime dell'epidemia di
influenza scatenatasi nel biennio 1918-19, ossia quella che si può
considerare la malattia infettiva del XX secolo dalle conseguenze più
catastrofiche[10].
Si può supporre che la maggior parte delle vittime dell'inquinamento sia
morta in età più avanzata rispetto alle vittime delle guerre come
infanticidi differiti; ma insomma la causa della loro morte è pur sempre
dovuta alla violenza (e ad una forma nuova di violenza di massa) come vero e
proprio istituto politico del mondo attuale. Non sarebbe il caso di riunire
le due forme di violenza sistemica e di impegnarsi ad affrontarle in un
unico grande sforzo di elaborazione, organizzazione interdisciplinare della
ricerca, divulgazione dei dati e della sensibilità dei rischi, mobilitazione
etico-politica? "Giano" cercherà di prendere l'iniziativa in questo senso,
rivolgendo preliminarmente ad un certo numero di storici e studiosi un
invito alla discussione.
*********
Ho annunciato di voler parlare dell'origine immediata e politica dei rischi
globali e della tragedia di New Orleans. Sono stato abbondantemente
preceduto da molti analisti, studiosi e scrittori, americani e non, e
usufruirò quindi dei loro commenti aggiungendovi mie considerazioni. Ma
penso sia opportuno partire dall'articolo che Marco Blatero ha dedicato al
"dopo Katrina"[11], e che individua "tre vicende tragiche, emotive, epocali"
per gli Usa e per il Presidente in carica: i problemi che entrano in
movimento sono la crisi dell'alleanza tra destra religiosa, destra
tradizionale e neocon, dovuta ai dissensi in materia di politica fiscale e
di politica estera, lo spettro di una dominazione "bigotta" nella Corte
Suprema, una praticabile exit strategy in Iraq dopo l'approvazione della
Costituzione. Tutto giusto, ma troppo strettamente congiunturale e tutto
interno ad una condizione di crisi che Blatero trascura, quella cioè della
scelta di politica economico-sociale che va sotto il motto "più mercato,
meno Stato". Questa è invece la matrice e il punto centrale della crisi
americana esplosa a New Orleans; e, a un quarto di secolo dalla reaganomics
i dubbi e gli interrogativi al riguardo sono numerosi e radicali.
Più mercato, meno Stato
Che significa, in primo luogo, quella formula ormai sacralizzata se non una
intrusione forte dello Stato nella vita economica e sociale? A noi pare che
lo Stato non sia mai tanto presente e pesante in quanto soggetto economico
come quando annuncia la sua autoriduzione, o perfino la rinuncia al potere d
'intervento, e l'ideologia della "classe politica" proclama l'apoteosi del
libero mercato. Il liberismo o neoliberismo è un complesso di modalità della
politica di Stato. D'altra parte, proclamare "più mercato" in condizioni di
sempre più accentuata concentrazione dei poteri economici e finanziari e
delle relative reti di distribuzione significa un ulteriore rafforzamento di
identità monopolizzatrici del mercato, in concreto "antimercato". L'
ideologia della neutralità del mercato è una pura immagine; l'esperienza
storica ci insegna che solo la formazione e l'organizzazione di un
contropotere economico e politico - basti pensare al movimento operaio
occidentale nel 1900, alla rivoluzione russa e anche al ruolo mondiale, pur
prevalentemente passivo e deficitario sul piano teorico, dell'Unione
Sovietica - possono orientare l'intervento pubblico ad un riequilibrio del
meccanismo di mercato e, presumibilmente e sperabilmente, ad un riequilibrio
di natura ed economia. Se questa forza non c'è, o attraversa una crisi
storica, gli investimenti sbandano verso la spesa militare e la sua
crescita continua, oppure verso il superfluo e l'inutile; e se una tale
condizione dura a lungo le conseguenze al livello storico-antropologico
possono diventare preoccupanti.
Un solco profondo separa a questo punto due concetti di democrazia: quello
della partecipazione diretta e cosciente del popolo e quella indiretta e
passivizzante del sondaggio dall'alto che preceda, prepari e imponga la
decisione dei poteri. La scelta è politica, la politica decide; e alla fine
basta il 25% dei voti per legittimare il tutto. Così si spiegano la fame, la
miseria, la nuova povertà metropolitana, la diseguaglianza insostenibile tra
proprietà miliardaria e morte di massa per fame; e così si spiega come il
concorso delle condizioni di base meteorologiche naturali e della politica
economico-sociale capitalistico-liberista crei - oltre ad altri fenomeni
ormai noti - uragani di inusitata frequenza e intensità e li doti di una
forza distruttrice supplementare che mette a nudo quella politica.
Ho fatto cenno alla spesa militare crescente; in concreto essa agisce da
lubrificante dell'intera economia statunitense[12] e spiega le dottrine
strategiche che poi i politologi spacciano come farina del loro sacco e
frutto di coscienze democratiche pensose dei destini del mondo. Asse del
male, rogue States, guerra infinita sono i sintagmi dietro i quali sta la
proclamata volontà dei neocon di riplasmare la geopolitica mondiale secondo
gli interessi americani. Mosche cocchiere ben riuscite, essi hanno trovato
un gruppo politico disposto a mettere a soqquadro il mondo con il pretesto
di una minaccia terroristica universale alla quale prestano un volto, un
nome, una strategia unitaria, un disegno di potenza concorrenziale a quello
degli Usa e quindi da debellare. Sul terrorismo come non guerra ma portato
della guerra ci siamo più volte espressi[13]; per non dire che sugli stessi
singoli atti di terrorismo il cittadino del mondo, e meno che mai l'
americano, sono in grado di avere quelle idee chiare che provengono solo da
una documentazione ineccepibile e non manomessa. Sono in gioco appunto i
destini del mondo, e l'establishment statunitense spinge in direzione dello
scontro tra civiltà e dell'"ultima guerra della storia", quella che
servirebbe a impiantare la perfezionatissima "democrazia" dei consumi
(distorti) e del sondaggio in ogni angolo del Pianeta.
Negli stessi Stati Uniti sono state e sono numerose le voci di protesta
contro le responsabilità dell'amministrazione Bush e le proposte di una
svolta interna e internazionale; l'insistenza sul nesso che collega la
politica economico-sociale e le guerre esterne è uno dei dati
caratterizzanti il dibattito, e forte è la tendenza a trasformare la lezione
di New Orleans in movimento sociale e politico. "Molto prima di Katrina,
New Orleans è stata colpita da un uragano di povertà, razzismo,
disinvestimento, deindustrializzazione e corruzione. [.] Ora [.] è
fondamentale che i progressisti colgano questa opportunità per una
ricostruzione in cui vi sia giustizia" - scrive Jordan Flaherty[14]. Michael
Moore ha contrapposto al taglio dei fondi e alla mancanza di un'
organizzazione di assistenza la pretesa, con relativi giganteschi storni
finanziari, di "costruire la democrazia in Iraq"[15]. Secondo Gore Vidal
non abbiamo più una repubblica ma un paese in mano ad una banda di
malviventi" che accumula le provocazioni interne a quelle internazionali :
"[.] ci troviamo di fronte agli stessi comportamenti in Iraq, agli stessi
comportamenti in Afghanistan, e assisteremo agli stessi comportamenti in
Iran quando scateneranno anche lì la loro guerra. Sono le malefatte di una
congrega di teppisti che non nutrono alcun interesse per il loro paese, ad
eccezione naturalmente per pochi super-ricchi[16].
Lo storico inglese Simon Schama presenta una posizione più articolata.
Riferendosi all'11 settembre, egli richiama l'attenzione sulle "enormi
differenze tra le due calamità, tra ciò che ci comunicano sull'America, ma
soprattutto su coloro che sono alla guida"; la risposta a Katrina, che pure
"è stata la catastrofe più prevista della storia americana moderna" è stata
"un inganno senza scrupoli".
Oggi New Orleans è diventata un compendio delle inquietudini che agitano la
società statunitense e, sfortunatamente per la supremazia dei conservatori e
dei loro miti, simboleggia anche tutto ciò che più fa infuriare i cittadini
americani. Sulle paludi della Louisiana, ma anche sull'amministrazione
repubblicana, aleggia ormai un debole ma nitido odore di morte.
Schama ricorda l'impegno elettorale di G.W. Bush alla "imparziale e vigile
protezione dei suoi cittadini; e così commenta:
Ora l'infondatezza di questa affermazione è stata resa più evidente a tutti,
non tanto dalle vicende della lontana Bagdad, ma dalle contee allagate della
vicinissima Louisiana. L'assurda fuga dalle responsabilità del presidente -
simboleggiata dalla comica e autoassolutoria promessa di guidare un'
inchiesta sulle spettacolare fallimento dei soccorsi - sta per essere
sommersa da un uragano di ripugnanza, disgusto e rabbia, che covano ormai
nel cuore di milioni di cittadini americani[17].
E se la crisi fosse tutta intrinseca al sistema statunitense e alla sua
cultura, che riflette un declino strutturale ormai molto avanzato? E se
tutto dipendesse dal rinsecchirsi del dinamismo e anzi, classicamente,
"americanismo" che riscossero l'ammirazione di Lenin e di Gramsci in uno
"schema di predazione" ormai sostanzialmente improduttivo? E' questa, e non
da oggi, l'interpretazione prognostica di Emmanuel Todd[18], che si spinge
ad "ipotizzare a medio termine la possibilità di una crisi 'alla sovietica'
degli Stati Uniti simile a quella che ha travolto l'Urss"[19]. Una
prospettiva terrificante, perchè quel sistema di predazione e di potenza
tecnologico-militaristica non accetterebbe mai (già non sta accettando) di
crollare "alla sovietica", ma trascinerebbe con sè, come Sansone, tutto
questo mondo di Filistei.
La nostra scelta di commenti è parziale e partigiana, ma crediamo rifletta
fedelmente l'impatto del tragico evento e la sua valenza critica più
profonda. Cerchiamo di trarne alcune conclusioni.
La politica: una crisi irreversibile?
Forse in nessun altro Paese è visibile il nesso organico tra politica
interna e politica estera come negli USA; obbligati dal ruolo di guida del
mondo capitalistico - ruolo ormai storico, che può infatti essere datato
dall'intervento nella seconda guerra mondiale - gli Stati Uniti hanno
proceduto, da Truman in poi e con più forte determinazione a partire dalla
presidenza Reagan, ad una completa sottoposizione della politica sociale e
ambientale a quella imperialistico-mondiale. Scomparso il movimento operaio
come autonomo polo politico, nel corso dei decenni è stata resa
impraticabile un'alternativa che possa definirsi propriamente "democratica";
le esperienze salienti del partito democratico, le amministrazioni Kennedy e
Clinton - non sono state in grado di rovesciare la deriva verso una
uniformazione della "classe politica" e della cultura politica americane; il
disegno di mantenere una politica interna entro i limiti dello Stato di
diritto e del Welfare State mentre veniva riconfermata e perfino rafforzata
la condizione di impero mondiale degli USA appare sgretolato dall'enorme
potere di schiacciamento della loro funzione internazionale, in un periodo
storico che ha visto ridursi fortemente le possibilità di una concorrenza
interimperialistica e affermarsi il riconoscimento della loro leadership del
sistema capitalistico mondiale.
Al momento attuale una possibilità di cambiamento sul piano internazionale,
sia pure graduale, della leadership statunitense e soprattutto della cultura
politica. Il dissenso franco-tedesco sulla guerra in Iraq e quello europeo
in tema di politica economica sono solo pallide sembianze d'un'alternativa
politica che non esiste. Basti pensare all'incapacità propositiva in materia
di ONU e al condominio USA-Europa delle organizzazioni economiche
internazionali. Dalle grandi Potenze asiatiche può venire - in tempi ormai
prevedibili, in ogni caso entro il secolo in corso - una contrapposizione
non più fondata su proposte di rivoluzione sociale, e neppure su una
strategia ambientale che diventi l'asse di nuovi modelli economico-politici,
ma su uno scontro militare tra Stati-guerra. Di fronte alla concretezza e
alla gravità dei rischi di perdita del mondo - che anche senza che ci si
affidi a modelli matematici inducono a guardare con angoscia al futuro
storico - la politica versa in una crisi profonda, per certi aspetti
irreversibile.
In questa situazione, quali sono le centralità politiche americane? Esse,
maturate diacronicamente ben prima del 2001, hanno però trovato nella
distruzione delle Torri Gemelle una conferma e un punto di aggrappo che
hanno condotto ad una teorizzazione e pratica dello "stato di eccezione" di
cui -- è simbolo la transizione dal primato del politico sul sociale al
primato del militare sul politico. G.W. Bush si presenta come Commander in
chief of the Army, con tutte le conseguenze sostanziali e formali del
caso[20].
Voglio qui introdurre un'osservazione critica sull'eccellente libro di
Agamben ora citato. Lo "stato di eccezione" - scrive l'autore, è il nucleo
dell' "arca" del potere; una "macchina" che "ha continuato a funzionare
quasi senza interruzione a partire dalla prima guerra mondiale, attraverso
fascismo e nazionalsocialismo, fino ai nostri giorni. Lo stato di eccezione
ha anzi raggiunto oggi il suo massimo dispiegamento planetario"[21]. Non
poteva meglio definirsi l'attualità del problema giuridico-politico posto
dall'a. Ma Agamben non colloca questa deriva politica nelle condizioni
specifiche del post-1945, cioè non l'accompagna e non la definisce nell'oggi
e nella condizione atomica che coinvolge tutto il mondo, incidendo in modo
caratterizzante nei rapporti tra diritto e politica e nell'essenza stessa
degli Stati - siano essi (già) atomici o non. Di "Stato atomico" si è
parlato molto, ma non potrei indicare una trattazione scientifica e
filologica del problema. Quella che Agamben chiama appunto "arca" del potere
è la valigetta con chiavi, formule e pulsanti che i capi di Stato si portano
appresso anche a tavola o a letto. Il resto, l'americano (ma universale)
Patriot Act dell'ottobre 2001, la limitazione dei diritti e il potenziale
annichilimento del diritto, la violazione dell'ordine giuridico a tutti i
livelli, infine la condizione globale di "guerra infinita", è concomitante e
contestuale. La condizione atomica richiede infatti una dilatazione inaudita
dei poteri dello Stato e dello "stato d'eccezione". Ma appartiene ad una
situazione storica che non è più quella del 1914-45, anche se lì sono le sue
radici.
Io non credo ad un approccio alla politica estera degli States per
tipologie fisse, che discendono dalla filosofia della politica estera
condotta dalla fine del secolo XVII in qua da alcuni presidenti e grandi
ministri; mi sembra un approccio artificioso, che produce risultati
schematici e nsoddisfacenti. Una sorta di scoop, una trovata storiografica
che non individua un oggetto preciso, e che non spiega nulla[22]. C'è senza
dubbio una continuità imperialistica e non può sfuggire l'enorme crescita
del "complesso militare-industriale" e la sua trasformazione di una
oligarchia organica e unico[23]. Ma la critica del presente ha bisogno di
fatti recenti e presenti; e a mio giudizio è fondamentale l'individuazione
del terrorismo come il pilastro d'una prassi politica di intervento ed
espansione che era stata preparata di lunga mano dalla elaborazione dei
"neoconservatori" e aveva radici nell'esperienza del periodo reaganiano[24]
Come abbiamo già detto, il terrorismo è il figlio delle guerre condotte
dagli USA e dall'Occidente (e dal giovane e incontinente Israele) nel Medio
Oriente e, alla lunga, delle tensioni che da quasi due secoli, e in misura
crescente nell'ultimo, l'imperialismo ha esportato nell'area, portandovi,
stragi, distruzioni catastrofiche e un vero e proprio deragliamento storico.
In più, il terrorismo serve come strumento mediatico dello "stato d'
eccezione", che anticipa l'atto, e spesso ne predice gli obbiettivi e le
modalità; che sottopone il cittadino occidentale ai contraccolpi d'una
disperazione materiale e culturale d'altra area di civiltà, nella quale lo
si trascina ad essere parte perlopiù inconsapevole.
Non stiamo sottovalutando o irridendo, ma non possiamo sottacere né l'enorme
pressione esercitata sulla nostra vita né il silenzio che si stende su una
guerra che è ancora in corso e che non è stata vinta da chi l'ha inventata.
Il terrorismo è una minaccia? Certo, ma Bush e Blair (e, nella pochezza
della sua capacità politica, Berlusconi) hanno piazzato nei nostri paesi il
magnete che l'attrae. La paura di questi grandi della politica e degli
affari è ora la bomba "sporca", la piccola nuke di qualche chilotone che
venga deposta - o sia già presente - a Wall Street o nella metropolitana di
una grande città dell'Occidente o in qualche altro luogo che viene suggerito
dai "servizi" nel telegiornale dell'ora di cena: perfino a San Pietro.
Grandi virtuosi del terrorismo di Stato, quello che schiera eserciti di
disoccupati trasformati in supermen da fumetto e tecnologie di guerra e di
eccidio che vietano agli altri, essi ora temono le rappresaglie delle loro
frange estremistiche, che non arretrano di fronte alla possibilità di ferire
nel modo più atroce le società occidentali. La minaccia è quella non solo di
un boomerang inaccettabile, ma di una riapertura del capitolo
nucleare-militare che l'Occidente non ha veramente mai chiuso. (Nel quadro
va compresa anche l'Italia, come Paese nucleare "passivo" che ospita basi
aeree e navali con ordigni atomici e si appresta a diventare la principale
piattaforma di proiezione nucleare del Mediterraneo verso il Vicino e Medio
Oriente. Che farà il centro-sinistra? Che faranno i nostri clintoniani? Che
faranno quegli eterni ragazzini che baldanzosamente "ci provano" col sigaro
in bocca?).
L'incubo e la realtà della bomba "sporca"
L'incubo della bomba "sporca" grava da anni sulle società occidentali sature
di "bombe pulite", tecnologicamente e politicamente corrette. Ma la cultura
ancora e sempre nazionalistica e imperialistica del loro personale
politico - imbevuta d'una modernità cruenta e disastrosa - dimostra l'
incapacità di mettere al primo posto l'imminenza dei rischi totali e di fare
della consapevolezza del trend catastrofico la sostanza di una politica
nuova; proprio quella decrepita cultura moderna impedisce loro di rendersi
conto che appunto qui noi stiamo fabbricando le bombe "sporche" che
esploderanno intorno a noi.
Katrina è la bomba "sporca" dei neocons, del neoliberismo, della "banda di
malviventi" e "teppisti" dei quali G.W. Bush è l'espressione; non solo per
la politica che essi fanno in Medio Oriente, ma per la loro politica e
filosofia globale[25]. L'effetto serra, la temperatura delle acque del golfo
del Messico, sono questioni politiche, l'intensità e la forza dei tornados
è una questione politica, come lo sono la smobilitazione della Guardia
Nazionale, l'inettitudine della Federal Emergency Management Agency (Fema),
il taglio dei fondi sociali, il mancato intervento sulla diga; come è
questione sociale ancora irrisolta il classismo razziale che non viene
certo smentito dalla pacchiana eleganza personale da parvenue della
signorina Rice, diventata il sex symbol dell'orrore.
La paura del terrorismo non è che la reintroiezione della proiezione
persecutoria e ossessiva enormemente cresciuta dal 1990 in qua verso il
mondo arabo-islamico; solo assumendo una posizione autocritica e depressiva
l'Occidente potrebbe "vedere" l'altro e lo spazio dell'altro, il suo vero
volto, la sua civiltà e il contributo che questa ha dato alla nascita e allo
sviluppo dell'Occidente stesso, e quindi i suoi motivi di rancore e i
meccanismi di ritorsione. L'acquisizione per via depressiva e autocritica
del reale volto dell'altro è la condizione per una presa di coscienza e
responsabilità che investa problemi secolari di rapporti tempestosi, la
dissennatezza delle guerre e dei pregiudizi religiosi di copertura; che dia
luogo ad una nuova elaborazione culturale generale, in particolare politica
e biopolitica.
Sarà un lavoro difficile, che dovrà riclassificare sulla realtà attuale del
mondo l'anacronismo d'una politica estera ancora orientata lungo la linea
che nei secoli ha tempestosamente accompagnato la formazione e lo sviluppo
dei grandi Stati-nazione e trascinato il mondo nella sismologia dei loro
interessi. Alcuni dei commentatori che abbiamo citato all'inizio accusano
con grande forza l'amministrazione attuale; altri non hanno mancato di
segnalare aspetti di continuità tra Bush padre, Clinton e Bush figlio.
Certamente c'è continuità (del che appunto pare non rendersi conto il nostro
centro-sinistra), ma è ancor più serto che mai la cultura politica
statunitense ha toccato tali livelli di cieco fanatismo. Per un paradossale
e tragico anacronismo, la mente del governo rincorre gli esempi imperiali
del passato e un immaginario di eroismo e di estetica militare che ha in
G.W. Bush il suo campione. Abbiamo già indicato altre volte il pericolo che
per l'intera umanità rappresenta il possesso di armi pantoclastiche da
parte di un uomo il cui immaginario, la cui ideologia sono preatomici e
preecologici.
Al di là del fallimento del capitalismo come sistema mondiale di governo e
del fallimento degli USA come alfieri del sistema stesso, ed anzi proprio in
ragione di questo duplice fallimento, si aprono orizzonti cupi e si fa più
concreta la possibilità che lo "stato di eccezione" globale generi nuove
terribili guerre. Sulla prospettiva che la crisi capitalistica sbocchi in
una generale crisi di civiltà, e sulla inaccettabilità di nuove guerre,
"Giano" ha sempre richiamato l'attenzione di chi si degna di leggerlo; e ad
essa continueremo a dedicare ampio spazio nei prossimi fascicoli. (luigi
cortesi)
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[1] L'uragano Katrina che cancella la civiltà, "la Repubblica", 8 settembre
[2] Il racconto in E. Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici. Presentazioni
di Barry Commoner e Laura Conti, Milano, Garzanti, 1984, p. 31. Un soldato,
per evitare la Morte da lui incontrata a Bassora, fugge a Samarra, dove
appunto la Morte sapeva che l'avrebbe trovato la notte successiva.
[3] G. Anders, Essere o non essere, p. (e passim).
[4] Al riguardo, mi permetto di rimandare al mio necrologio: Per Norberto
Bobbio: un saluto, una testimonianza, "Giano", n. 45, dicembre 2003, pp.
7-9. N. Bobbio
[5] Manhattan, dall'Apocalisse rinasce la filosofia della storia, "Corriere
della sera", 7 settembre.
[6] Lo scontro di civiltà? Nato in Europa un secolo fa, "La Stampa", 11
settembre
[7] Sara Farolfi, Jeremy Rifkin: "L'avevamo detto, sarà sempre peggio", "il
manifesto", 3 settembre.
[8] John R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell'ambiente
nel XX secolo, Torino, Einaudi, 2002, p. 242.
[9] La letteratura sulla violenza di guerra nel '900 è ormai molto fitta, e
ad essa non posso qui accennare; ma voglio segnalare in particolare l'
importante volume di S. Audoin - A. Becker, La violenza, la crociata, il
lutto. La Grande guerra e la storia del Novecento. Introduzione di Antonio
Gibelli, Torino, Einaudi, 2002, che considerando la guerra come "messa in
scena del politico" ma anche sul piano della "antropologia del
combattimento" (cfr. pp. 5-7) indica quelli che mi sembrano i due poli del
problema della violenza dello Stato-guerra.
[10] J. R. McNeill, op. cit., Cap. IV, pp. 131-132.
[11] Le spine nel fianco del Presidente, "Il sole-24 Ore", 5 settembre? CTR
[12] Si vedano, ad es., gli interventi di Massimo Pivetti, Vanno oltre il
petrolio le ragioni della guerra, e di Enzo Modugno, Nota sul keynesismo in
versione neoliberistica, "Giano", n. 43, settembre-dicembre 2002, risp. pp.
19-22 e 75-79.
[13] V. ad es. L. Bonanate, Sul terrorismo: considerazioni preliminari,
"Giano", n. 46, aprile 1904, pp. 21-26.
[14] I veri criminali di New Orleans, "il manifesto", 6 settembre.
[15] Caro Bush, la vacanza è finita, ivi, 3 settembre.
[16] J.A. Manisco, La rabbia di Gore Vidal, ivi, 8 settembre. La posizione
di Gore Vidal, che è saggista geniale e coraggioso, è fortemente radicata
nella storia americana e pone problemi che vanno molto al di là della pura
passionalità politica. Si veda ad es. il recente G. Vidal, L'invenzione
degli Stati Uniti. I padri: Washington, Adams, Jefferson, Traduzione di
Marina Astrologo, S.l., Fazi Editore, 2005: "[ .] la corruzione
pronosticata da Franklin è ormai istituzionalizzata nella Repubblica-impero
americana, il cui dispotismo - esercitato nel nome della sicurezza
nazionale - è fondato sull'anticostituzionale Patriot Act del 2001 [. ]. La
domanda che ci poniamo è: forse che tutto questo è implicito da sempre
nelle nostre origini?" (p. 43). Contemporaneamente lo stesso Fazi ha
ristampato tre saggi politici di Vidal (stampati originariamente nel 2001,
2002 e 2004 ) in unico volume: G. Vidal, Trilogia dell'impero. La fine della
libertà - Le menzogne dell'impero e altre tristi verità - Democrazia tradita
con una nuova prefazione dell'autore. Traduzioni dall'inglese di Marina
Astrologo, Giuseppine Oneto, Laura Pugno, Luca Scarlini e Stefano Tummolini.
I tre saggi danno conto dell'elaborazione politica dell'autore dopo l'11
settembre.
[17] S. Schama, Caro Bush, Katrina non è l'11 settembre, "Corriere della
sera", 13 settembre, da "The Guardian".
[18] Mi riferisco in particolare al suo Dopo l'Impero, Catanzaro, Tropea,
2003.
[19] Così Todd in un'intervista a "Le Figaro" riprodotta in Italia da"
Internazionale", 30 settembre-6 ottobre 2005.
[20] G. Agamben, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Torino, Bollati
Boringhieri, 2005, p. 32.
[21] Ivi, pp. 110-111.
[22] Mi riferisco in particolare a W. Russell Mead, Il serpente e la
colomba. Storia della politica estera deli Stati Uniti d'America, Milano,
Garzanti, 2001; l'a. distingue la politica estera degli Usa dalle origini ad
oggi, cioè in più di due secoli (e anche nei secoli venturi...), in quattro
tipologie, o "scuole", o "modi fondamentali": quelli degli Hamiltoniani, dei
Wilsoniani, dei Jeffersoniani, dei Jacksoniani (v. in part. p. 17). La
politica dell'amministrazione di G.W. Bush risulta tesa tra la linea
jacksoniana e quella jeffersoniana ; sarebbe come se noi italiani dicessimo;
un po' di Mussolini e un po' di Visconti Venosta.
[23] A. Paradisi, Alla base del potere globale statunitense: le nuove
oligarchie politico-militari-industriali, "Giano", n. 45, dicembre 2003, pp.
15-28.
[24] Sull'evoluzione della politica internazionale americana prime e dopo la
"guerra fredda" attraverso i dibattiti che l'hanno accompagnata si veda ora
il volume di S. Minolfi, Tra due crolli. Gli Stati Uniti e l'ordine
mondiale dopo la guerra fredda, Napoli, Liguori Editore, 2005.
[25] Per una curiosa associazione, George Friedman ha scritto in una sua
analisi geopolitica segnalatami dall'amico Isidoro Mortellaro che "nature
took out New Orleans almost as surely as a nuclear strike. Hurricane
Katrina's geopolitical effect was not, in many ways, distinguishable from a
mushroom cloud" ("Stratfor", 1 settembre 2005 in http://www.stratfor.com).
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