Maurizio Blondet
23/10/2005

STOCCOLMA - La banca di Svezia, che tiene i cordoni della borsa del Premio Nobel, l'ha elargito quest'anno, per l'economia, a Thomas C. Schelling e a Robert J. Aumann.
Con la seguente motivazione: «i loro lavori hanno contribuito a una conoscenza razionale dei comportamenti umani secondo uno schema applicabile non solo ai negoziati economici, ma altresì politici. Perciò essi hanno contribuito ad avvicinare l'economia alle altre scienze sociali».
A parte il fatale e persistente accecamento di dare dell' «economista» a due matematici dediti alla «teoria dei giochi» (errore fatale: l'economia autentica non è scienza, ma storia, ed è dalla storia che si impara a non ripetere gli errori economici), c'è un involontario umorismo nero nella motivazione del Nobel, che parla di una «razionalità» dei due personaggi che vale «per l'economia come per la politica».



Lo rivela un illuminante articolo di Thierry Meyssan (1).
Per quanto riguarda «la razionalità» di questi due «pensatori», è istruttivo sapere che Robert J. Aumann è un talmudista cabalista, che ha applicato la teoria dei giochi ad uno storico quesito talmudico su cui si sono consumate generazioni di rabbini: la ripartizione dell'eredità alle tre vedove dello stesso marito.
Nel mondo giudaico, Aumann è inoltre famoso per le sue ricerche esoteriche sui codici nascosti che dovrebbero essere celati nella Torah (2).
Aumann ha ovviamente applicato alla politica le sue dottrine talmudiche: è sua invenzione il principio della «cooperazione forzata» attraverso «la paura della sanzione», che Sharon applica ai palestinesi.



Corollario di questo pseudo-principio è l'esercizio della «punizione collettiva» (tutti i palestinesi devono subire la ritorsione ebraica provocata da un singolo terrorista; tutti i tedeschi sono colpevoli delle azioni di Hitler), con cui Israele ha liquidato il processo di pace di Oslo.
Coerente, Aumann
Milita nell'associazione «professori per un Israele forte», un'organizzazione estremista che vuole Eretz Israel (il «grande Israele», dal Nilo all'Eufrate), è contraria alla nascita di uno Stato palestinese e vuole l'annessione di Gaza.



Anche più inquietante è il background dell'altro Nobel, Thomas C. Schelling. Laureato a Berkeley, nel 1945 entra nell'impiego statale al Federal Bureau of Budget. Nel 1948 lo troviamo a Parigi, a fianco dell'ambasciatore americano Averell Harriman, a soprintendere la gestione del Piano Marshall.
Harriman è stato per decenni un personaggio chiave della storia occulta.
Figlio di una famiglia che aveva fatto miliardi negli anni '30 con le ferrovie del Pacifico, banchiere ed avvocato d'affari, Averell è tra i finanziatori dell'ascesa al potere di Hitler: lo seduceva, del nazismo, il programma eugenetico.
Nel 1941 cambia campo: l'espansionismo del Reich minava l'egemonia mondiale anglo-sassone, profetizzata da Cecil Rhodes, incarnata nell' «impero britannico» e continuata nell'impero americano.

Nel gruppo Harriman figuravano, come gestore delle fortune familiari, Prescott Bush (nonno dell'attuale presidente e padre del precedente, nonché membro della società segreta «Skull and Bones») e come avvocato, Allen Dulles, futuro capo della CIA. Costoro concepirono il Piano Marshall per ricostruire l'Europa distrutta secondo i desideri del business americano: rifarne un grande mercato interno per i prodotti USA, e riportare l'Europa alla prosperità perché pagasse i debiti di guerra contratti con i banchieri USA.
Truman più tardi sceglierà Harriman come proprio segretario al Commercio. Schelling segue il suo patrono a Washington, ed entra nello staff presidenziale come consigliere per il commercio internazionale.
La sconfitta dei democratici lo induce a tornare al privato.
Per qualche anno insegna a Yale (l'università della «Skull and Bones»).

Nel 1958, Schelling viene assunto dalla RAND Corporation, la «fondazione culturale» (3) finanziata dalle industrie militari (il complesso militare-industriale), che proprio allora stava cominciando ad elaborare un pensiero strategico da proporre alla Casa Bianca nell'interesse dei suo finanziatori.
Di questi strateghi da tavolino fanno parte gli antenati ideologici dei neocon, come Herman Khan e Albert Wohlstetter (il suocero di Richard Perle).
Qui Schelling incontra anche il matematico israeliano Aumann, con cui mezzo secolo dopo condividerà il Nobel.
Schelling viene inviato a Ginevra nella delegazione americana che partecipa al vertice sul disarmo.
I negoziati sono condotti da Paul Nitze (un altro antenato dei neocon) affiancato da Wohlstetter.

Il problema, come lo vedono loro, è: l'arma nucleare americana non è abbastanza dissuasiva, se l'URSS - che ha da poco la sua bomba atomica - diventa capace di inferire un attacco-lampo atomico preventivo, distruggendo le capacità di ritorsione atomica americane.
Quindi occorre da una parte disperdere nel mondo l'arsenale atomico americano, e dall'altra trattare con Mosca una «riduzione degli armamenti» concordata, per legarla con impegni internazionali e ridurre la sua efficacia militare.
E' a questo punto che la RAND e i suoi esperti vogliono «razionalizzare scientificamente il negoziato» applicando (caratteristicamente) la teoria dei giochi elaborata dal matematico von Neuman (uno dei padri della bomba atomica) e dall'economista Oskar Morgenstern (4).
Nasce da quell'esperienza una delle opere principali di Schelling, «The Strategy of Conflict» (5).

Schelling vi teorizza la dissuasione come un misto di «competizione» e di «tacita collaborazione».
Gli USA possono sfidare l'URSS e vincere su teatri periferici, senza provocare una guerra nucleare totale.
Thierry Meyssan rileva come l'idea sia perfettamente funzionale agli interessi del business militare-industriale USA: i padroni di queste industrie erano assai poco entusiasti della bomba atomica che, in qualche modo, annullava tutte le altre armi e dunque il loro «mercato».
Schelling offre una spiegazione «razionale» di una strategia di risposta graduata e di conflitti locali, grazie ai quali il Pentagono continuerà ad aver bisogno (e quindi a comprare) il più vario arsenale di armamenti convenzionali che il business può offrire.

Ma a quel tempo il Pentagono era dominato dall'idea della «risposta massiccia»: all'attacco di Mosca si risponde con le atomiche che la distruggeranno totalmente. Ma Schelling è amico di John Mc Naughton, che è divenuto consigliere di Robert Mc Namara, segretario alla Difesa.
Mc Namara viene convinto a fare una simulazione della teoria di Schelling: a Camp David, nel 1961, viene organizzato un «gioco di ruolo» (altro fatto caratteristico) in cui «rossi» e «blu» si affrontano secondo il principio della risposta graduale e dei conflitti locali.
Al «gioco» partecipa anche Henry Kissinger.
La guerra del Vietnam consentirà di sperimentare le teorie di Schelling.
E' urgente, anche perché i generali USA, conoscendo quanto la loro armata di terra sia mediocre, premono per la «risposta massiccia», per il bombardamento atomico del Nord Vietnam.
A Schelling e a Mc Naughton viene dato l'incarico di elaborare invece, applicandola al caso vietnamita, la «risposta graduale».



E' dunque Schelling ad elaborare la dottrina pseudo-militare della «escalation»: nel suo scenario, una ben dosata continuità d provocazioni darà la scusa per intensificare la risposta americana, fino a che il Vietnam del Nord si piegherà sotto la schiacciante potenza delle armi USA.
La prima fase della teoria viene applicata tra i 2 e il 24 marzo 1965, l'operazione «Rolling Thunder».
Effetto: nullo.
La volontà combattiva dei vietcong non si flette.
Allora seguono altri «tuoni», in numero infinito.
Una escalation con coinvolgimento graduale (e graduale distruzione) di Paesi vicini, Cambogia, Laos, Birmania.
Ma, dopo 6 milioni di tonnellate di bombe lanciate sul Vietnam e dintorni, due milioni di morti asiatici e 59 mila morti americani, l'escalation sgretola la determinazione non dei vietcong, ma del popolo americano.

Gli USA devono trattare una pace umiliante: ai negoziati partecipa l'ormai decrepito Harriman.
Robert Mc Namara, il responsabile politico del disastro, dà le dimissioni come ministro del Pentagono.
Ma non è costretto, da disoccupato, a friggere hamburger da Mc Donald's.
Viene elevato a capo della Banca Mondiale, dove l'ex ministro della guerra si occuperà del bene dei popoli poveri (6).
Nemmeno Schelling è costretto a lavare i vetri.
Torna ad insegnare le sue teorie ad Harvard; ha inoltre un lucroso contratto con la CIA.
Lì comincia ad applicare la teoria dei giochi alle trattative di commercio internazionale, che condurranno alla nascita della World Trade Organization (WTO). E pubblica altre sue opere: «Micromotives and Macrobehavior» (1978) e «Choice and Consequences» (1984).



Dal 1990, ormai in pensione da Harvard, Schelling entra con tutti gli onori nella «Albert Einstein Institution».
E' questa importante «fondazione culturale» che ha elaborato le strategie di cui la CIA si è servita per portare «la democrazia» in Georgia e Ucraina con «metodi non violenti».
Nel giungo 2002 Schelling scrive su Foreign Affaire (la rivista del Council on Foreign Relations) in cui giustifica «razionalmente» il rifiuto di Bush di ratificare il Protocollo di Kioto sulla riduzione dell'inquinamento mondiale.
Troppo costoso per l'industria, non sarà mai realmente applicato, dice Schelling.
E dalla teoria passa alla pratica applicazione.

L'ONU ha elaborato un ambiziosissimo programma (troppo ambizioso in realtà) per ridurre le miserie del Terzo Mondo, fornire acqua ed istruzione, migliorare l'ambiente, innescare processi di sviluppo: il Millennium Goal.
Il settimanale Economist (dei Rotschild di Londra) raduna a Copenhagen, nella primavera del 2003, un vertice privato, di esperti ed economisti dei banchieri, per «dare un nuovo ordine» alle «priorità» nella scala proposta dall'ONU.
Alcune priorità sono troppo «in alto» per piacere al business.
Schelling, che partecipa al vertice di Copenhagen, contribuisce a rimetterle «nel giusto ordine».
Così il Protocollo di Kioto scende sulla scala delle priorità al numero 17, mentre al primo posto viene messa la produzione su licenza dei farmaci anti-Aids (applaude l'industria farmaceutica), al numero 2 l'imposizione dei cereali geneticamente modificati (OGM) «per combattere la fame nel mondo», al numero 3 l'abrogazione totale delle barriere doganali (applausi dalle multinazionali).

Si crea così quello che viene definito il «Copenhagen consensus», ossia la scala di priorità che guiderà la politica mondiale «contro la povertà» desiderata dai poteri forti.
Probabilmente è questo il vero motivo per cui la Banca Centrale svedese ha elargito il Nobel a questo «scienziato» probabilista.
Conclude Thierry Meyssan, secondo noi giustamente: Schelling ha avuto il raro privilegio di applicare le sue teorie, che hanno fallito clamorosamente, dimostrando la loro inefficacia nel reale.
Ma gli va riconosciuto un merito: ha svelato al mondo che gli USA dell'ultima fase, quella del capitalismo terminale, affrontano il commercio mondiale con gli stessi «strumenti cognitivi» che usano per la guerra. (7)
La guerra, con esiti disastrosi.
Che ne sarà del commercio?



D'altra parte l'altro Nobel, Aumann, il numerologo talmudista, ha «razionalizzato» l'oppressione estrema dei palestinesi, tramutandola in formule matematiche, la fase estrema della de-umanizzazione della sofferenza.
Di questo tipo è il «pensiero» che governa il mondo da qualche decennio.
E che, anziché essere denunciato come il massimo crimine contro l'umanità, viene sacralizzato col Nobel.
Il regno dell'Anticristo non può che essere ormai vicino.

Maurizio Blondet



Note
1) Thierry Meyssan «Les Nobel pour qui la guerre est un jeu», Réseau Voltaire. I neoattolici come Massimo Introvigne sostengono che Meyssan (che presiede il Réseau Voltaire) è un massone, e quindi non gli si deve credere. Ma come massone francese, erede dell'illuminismo, Meyssan ha identificato correttamente nell'irrazionalismo talmudico una regressione oscurantista, disastrosa nelle sue ricadute politiche. Inoltre, è in qualche modo informato dai servizi di Parigi.
2) Questo particolare alquanto «New Age» (l'ordine di idee è quello del «Codice da Vinci») fa di Aumann un emulo, se non un allievo, di Leo Strass, il filosofo di Chicago che è il gran guru dei neocon.
3) Anche Strass, nei suoi studi su Maimonide, insinua che sotto il senso evidente degli scritti (che divulgano luoghi comuni tranquillizzanti per la gente comune) vanno identificati significati nascosti e cifrati, che dicono le dure verità che solo pochi «eroi» possono accettare: la «giustizia» e la «pace», di cui si fa un gran parlare, (o la «democrazia») non sono menzogne tranquillanti per celare la verità che è radicalmente nichilista: non esiste altro che guerra perpetua, sopraffazione e iniquità, e il potere dei più forti. Solo gli eroici «filosofi», che sanno questa realtà, devono quindi governare la politica: praticando la sopraffazione, la menzogna e la doppiezza, e predicando la «democrazia» e la «pace».
4) Le «fondazioni culturali» americane sono, come noto, numerosissime. Per un motivo preciso. Grazie ad una legge speciale che le dichiara «fondazioni senza scopo di lucro», sono non solo esenti da imposte, ma i finanziatori (banchieri e industriali) di tali «fondazioni» possono detrarre dalle imposte i capitali che donano ad esse. Naturalmente, queste fondazioni elaborano filosofie, strategie e azioni di lobby intellettuale concepite nell'interesse dei donatori. La più importante di tali fondazioni (in gergo «think tank», depositi di idee, «pensatoi») è il Council on Foreign Relations, creato e pagato dai Rockefeller, i padroni di Standard Oil e di Chase Manhattan Bank.
5) Inutile sottolineare che tutti questi personaggi appartengono a una nota etnia.
6) Harvard University Press, 1960.
7) Anche Paul Wolfowitz, il numero 2 del Pentagono, neocon e sharonista, che ha provocato l'invasione dell'Iraq definendola «una passeggiata», dopo il disastro è stato ricompensato con la presidenza della Banca Mondiale. Anche lui, compassionevole, si occupa della miseria del Terzo Mondo.




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