Celentano, durante una sua ennesima peregrinazione pedestre lungo la frontiera nord della penisola, ebbe occasione di notare un personaggio che tripudiava carmi politici a ogni piè sospinto, in perfetta solitudine, emettendo pianti e lamenti per ogni passo che effettuava, rimpiangendo un lontano passato, quando gli era stato tolto l’oggetto del suo amore.
Celentano lo salutò, nel generoso tentativo di portare conforto a quella dolente nell’aspetto figura, ed esso subito lo apostrofò così: “Io sono quel contestato Santoro scomparso in triste maniera, cantore che ogni momento eleva carmi per la sua trasmissione scomparsa. Dal momento che io dedico a lei almeno un canto il giorno, e fino ad ora gliene ho scritti ben novecentocinquanta, tenuto conto dell’andazzo della vita umana, che potrebbe concedermi ancora anni di vita, calcolo che, quando anche per me fortunatamente interverrà l'auspicato tramonto, le avrò dedicato almeno ottomilacinquecento tra articoli, manifestazioni, ed accorati comizi.”.
Il molleggiato, commosso da tanto permanente sentimento d’amore, iniziò a parlare con l’uomo, triste e compassato nel volto, e dopo avere ascoltato dalle sue parole che egli aveva preso alloggio presso il famoso parlamento europeo solo per ricevere consolazione dalla Gruber e Agoletto e non certo per motivi di maleducazione, prese a sua volta voce: “Comprendo benissimo, signor Santoro, le ragioni del suo continuo univoco ed uniforme reclamare. Però, a volerle proprio dire il giusto, io penso che, alla maniera di tanti giornalisti della nostra Italia, potrebbe limitarsi a scrivere, non so, tre o quattro articoli per l’amata scomparsa trasmissione, senza appesantire troppo il suo canzoniere funebre.
Guardi ad esempio il grande Ungaretti. Anch’egli ebbe un inimmaginabile dolore, la morte del figlioletto a seguito dell’errato intervento di un medico, eppure lui gli ha soltanto dedicato una commossa poesia, cercando poi rifugio e consolazione in altri temi. Comunque questo è semplicemente un consiglio, un’opinione che può essere sbagliata, però ho sentito il dovere di esprimerle il mio pensiero.
Santoro lo guardò con sguardo apparentemente sconcertato, poi, con un semplice cenno di saluto, si allontanò da Celentano, continuando a passeggiare da solo.
Il molleggiato lo seguì, e notò che l’uomo entrò in un piccolo cimitero arroccato sulla roccia, cosa che lo colpì profondamente.
Incuriosito tornò a parlare con il giornalista e gli chiese come poteva pensare di risolvere le ragioni della sua angoscia proprio in un cimitero. Santoro seppe dargli la spiegazione. Quel camposanto era falso, si trattava di una ricostruzione dovuta alla volontà anche del suo vecchio cast, che non avrebbe potuto vivere in un luogo dove non vi si potesse seppellire il Cavaliere e la sua coalizione di centro-destra almeno una volta a settimana, e che pertanto aveva posto la “condicio sine qua non” che ne fosse creato uno artificiale, altrimenti la sua permanenza sulla penisola sarebbe stata impossibile. Quasi ogni pomeriggio quindi il giornalista Santoro vi si recava, e compiva il consueto itinerario fra i finti avelli dei politici a lui non consoni. Sempre più incuriosito Adriano si aggirò fra le tombe false, e quale non fu la sua somma meraviglia quando si accorse che una tomba…
Ebbene, sul marmo lucido che portava l’epigrafe, lesse questa scritta: “Qui giace Silvio Berlusconi. Pellegrino che di qui passi ed osservi, non far rumore, ma osserva in quieto silenzio, in modo che il defunto non si svegli e debba tornare fuori.” Accingendosi verso l’uscita, e incontrando il mal messo Santoro, Cementano continuò e gli disse: “…comunque, siccome io ho per lei il massimo rispetto, qualora non possa fare a meno di rinunciare al “SUO” microfono, se questo le è di conforto, continui pure quanto le pare. E’ un suo diritto inalienabile. Io, siccome esprimo sempre chiaramente il mio pensiero, senza sotterfugi, gliel’ho voluto significare secondo il mio costume, giusto o sbagliato che sia. Anzi, siccome con le sue circonvoluzioni dialettiche e il suo pianto lamentoso vedo arricchire le menti ottenebrate di chi senza mente si giova dei guaiti degli altri, come il Costanzo e la Maria insegnano, la invito con il suo commiato a lasciare questo luogo infausto dove non v’è più orecchio che la possa ascoltare e spazio che la possa ospitare, e venga nella mia silenziosa dimora ove daremo nuovo lustro al suo lamento e nuova forza al nostro rimpianto, per svelare tutte le colpe di chi essere è già un difetto.
Le prometto calore, le prometto applausi, le prometto spazio, osservanza, ossequio…e un microfono… per renderla memore di quel di in cui era lei stesso a darlo, ma soprattutto negarlo a chi per lei starebbe meglio a riposare in un cimitero
MazingaZ


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