02-09-2005
I musulmani ringraziano Allah per Katrina
Su alcuni siti islamici il ringraziamento ad Allah per l'uragano Katrina contro gli USA.
Indubbiamente è triste pensare che sia accaduto, ma è accaduto.
Su alcuni siti internet islamici sono comparsi ringraziamenti ad Allah per l'uragano Katrina : lo ringraziano d'aver colpito gli USA.
"Colpiscili ancora, così non potranno pensare agli altri", così è stato scritto in forma anonima sul sito islamico 'al saha'.
"E' chiaramente un test divino. Una punizione per il presidente americano che ha portato tante sofferenze a tanta gente" scrive un altro anonimo
Sgomento e perplessità dunque per affermazioni al limite della follia religiosa.
Ma a chi pensasse che si tratti dello sfogo inconsulto di qualche fanatico va ricordato ciò che è stato scritto invece sul quotidiano del Kuwait Al Siyassa dal direttore del centro di ricerche del ministero per gli Affari religiosi Mohammed Youssef al Malaifi : Il "terrorista Katrina è uno dei soldati di Dio, ma non appartiene ad al Qaida" e continuando "Katrina è stato inviato per combattere al nostro fianco".
Una voce autorevole dunque, non certo un navigatore anonimo e fanatico.
TERREMOTO IN ASIA
Il presidente Musharraf: «Interventi inadeguati» Polemiche nel Kashmir indiano: ignorati perché musulmani. New Delhi prepara tre tendopoli sul confine. Esplode elicottero dei soccorritori
L’Onu: il mondo non risponde al dramma
Pakistan, aiuti insufficienti: «Poca attenzione dei media». E le vittime salgono a 53mila
Da Islamabad (A.E.)
Aiuti umanitari insufficienti, molte polemiche, poche telecamere. Il terremoto in Pakistan, 53.182 vittime e 75.142 feriti secondo l'ultimo bilancio (provvisorio) di ieri, è una tragedia che continua in silenzio. Un dramma poco "mediatico", come si dice, e che, come tale, rischia di diventare terreno fertile per strumentalizzazioni e rivendicazioni politiche.
«Il mondo non sta rispondendo a questa tragedia», denunciano le Nazioni Unite. Il Segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha esortato tutti gli Stati membri dell'Organizzazione perché contribuiscano urgentemente ad aiutare i terremotati, cir ca tre milioni di persone, rilevando che la rapidità degli interventi contribuirà a salvare vite umane. Annan ha sottolineato che le prossime settimane saranno critiche e ha esortato le nazioni e i popoli del mondo a dimostrare «lo stesso senso di solidarietà e impegno globali registrati in seguito allo tsunami», che nel dicembre scorso sconvolse l'Oceano indiano.
Esposti al freddo, alla fame o minacciati dalle infezioni, decine di migliaia di sopravvissuti attendono disperatamente che il mondo si ricordi di loro. Il coordinatore degli aiuti umanitari di emergenza dell'Onu, Jan Egeland ha parlato di un «incubo logistico» e ha chiesto soprattutto l'invio di altri elicotteri per raggiungere i superstiti nelle aree più isolate.
«L'immensità del disastro diventa sempre più evidente ed è colossale il compito che ci spetta per aiutare la popolazione colpita», ha poi spiegato il coordinatore degli aiuti umanitari Onu, Jan Vandemoortele. «Abbiamo bisogno di ogni genere di prodotto, tende per l'inverno, sacchi a pelo, farmaci e molti elicotteri. Sono tutte cose che il denaro può comprare, mentre non è possibile acquistare il tempo», ha sottolineato Vandemoortele. Sinora sono stati versati soltanto 90 milioni di dollari nel fondo di solidarietà attivato dalle Nazioni Unite, che, tre giorni dopo la catastrofe naturale, aveva chiesto almeno 312 milioni sotto forma di ai uti immediati. «È una corsa contro il tempo. Dobbiamo tutti potenziare il nostro impegno a tutti i livelli. Abbiamo bisogno di più, e ne abbiamo bisogno al più presto», ha detto il funzionario delle Nazioni Unite. Michael Zwack, responsabile dell'allestimento degli alloggi provvisori, ha riferito che «servono ancora da un minimo di 330mila a un massimo di 540mila tende» per dare riparo ai senzatetto. Diverse Ong, di cui si è fatto portavoce il gruppo Human Rights Watch, hanno però denunciato che proprio grandi quantità di tende e coperte sarebbero state nascoste da impiegati dell'Amministrazione pachistana (sotto il controllo dell'esercito) impegnati nelle operazioni di soccorso: li avrebbero accumulati in capannoni di Muzzafarabad, la città del Kashmir pachistano dove si è pagato il maggior prezzo in termini di vittime. Il Pakistan ha respinto al mittente le accuse: «È tutto falso - ha commentato il portavoce dell'esercito il generale Shaukat Sultan -: c'è stata un'incomprensione con i volontari».
Non bastasse, ieri un elicottero civile decollato dalla Turchia con un carico di aiuti è esploso in volo e si è schiantato in Azerbaigian. «Tutte e cinque le persone a bordo sono probabilmente morte», ha riferito Sabir Iliasov, vice presidente della compagnia aerea nazionale Azal. Anche sul fronte sanitario la situazione è drammatica. Migliaia di feriti, in particolare nelle zone montuose, sono minacciati dalla cancrena. Fonti ospedaliere hanno riferito di aver già dovuto eseguire numerose amputazioni. E l'organizzazione Medici senza Frontiere ha detto di curare ogni giorno centinaia di persone «concentrandosi in particolare sulle ferite con infezioni e le fratture».
Secondo Vandemoortele, la risposta della comunità mondiale alla immane catastrofe che si è abbattuta sul Pakistan è stata tiepida perché «mancano le testimonianze visive». Vandemoortele ha parlato di «stanchezza dei Paesi donatori», che erano già stati chiamati a dimostrare la loro solidarietà di fronte al le tragedie dello tsunami in Asia e dell'uragano Katrina nella zona del Golfo del Messico. «Con la differenza - ha aggiunto - che del terremoto in Pakistan ci sono molte meno immagini. Questa è certamente una delle ragioni per cui la risposta sinora è stata lenta e inadeguata».
Risposta lenta e inadeguata: la stessa denuncia del presidente pachistano, Pervez Musharraf, che considera «totalmente inadeguati» i 620 milioni di dollari promessi dai Paesi stranieri. Risposta lenta e inadeguta: la stessa denuncia che percorre le aree del Kashmir indiano, le più colpite dal terremoto, dove i ritardi, le difficoltà, la mancanza di attenzione mondiale alimentano la polemica. Non ci aiutano perché siamo musulmani, è l'accusa che sale dalle montagne nelle aree sotto amministrazione indiana.
New Delhi si sforza di dimostrare il contrario. Ha contribuito ai fondi per i soccorsi, consentito ai superstiti della parte indiana di fare telefonate ai familiari delle parte pachistana, ha accolto l'invito di Islamabad di aprire il confine nella regione contesa per consentire il passaggio delle squadre di soccorso. E ieri, ha annunciato l'allestimento di tre tendopoli lungo la Linea di controllo. La Banca mondiale, che ha già stanziato 20 milioni di dollari, ha detto che aumenterà il proprio contributo. Ma il presidente, Paul Wolfowitz ha avvertito: «L'entità del disastro è tale che gran parte dello sforzo consisterà nell'individuare le reali necessità. Altrimenti si finisce per inviare aerei, elicotteri e beni che risultano non necessari».
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