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  1. #1
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    Predefinito Aiutiamo la popolazione civile irakena

    La Caritas italiana, su indicazione della Conferenza episcopale italiana, lancia una raccolta fondi in favore dei profughi e delle vittime della guerra in Iraq.

    Dopo aver ripetutamente cercato di scongiurare la guerra, la Caritas italiana ora pensa con decisione a far fronte alle conseguenze. Su indicazione della Conferenza episcopale italiana, ha invitato tutte le Caritas diocesane a raccogliere fondi. La stessa Caritas Italiana ha già messo a disposizione 150.000 euro per i primi interventi e provvederà a destinare i fondi raccolti ai profughi e alle vittime del conflitto.

    La rete internazionale della Caritas, operativa da subito, sta ora intensificando gli sforzi. I 14 Centri di Caritas Iraq, sparsi intorno a Baghdad, Bassora, Kirkuk, Mosul, insieme ad 8 piccoli ospedali sono stati dotati di attrezzature sanitarie, ossigeno, medicinali, beni di pronto consumo, letti, materassi, coperte e lenzuola. Per il trasporto dei pazienti sono disponibili nuove ambulanze, con riserve di benzina, barelle e biciclette. Altre attrezzature e medicinali sono stoccati in magazzini a Baghdad e in Giordania e serviranno per far fronte alle urgenze. Un team di emergenza è pronto per entrare nel Paese, appena sarà possibile, per sostenere gli sforzi in atto.

    La situazione dei profughi resta ancora poco definita.

    In Siria, nei giorni scorsi sono riuscite ad arrivare clandestinamente 2000 famiglie, ospitate da famiglie irachene già sul posto. I confini restano chiusi dalla parte irachena, mentre sono stati allestiti campi per l’accoglienza di 20.000 profughi. La Turchia continua a tenere chiuse le frontiere: 10.000 profughi sono già ammassati al nord dell’Iraq e il numero continua a crescere. In Iran per il momento non si segnalano arrivi, ma una missione della rete internazionale Caritas è in partenza per definire insieme alla Chiesa locale le modalità di accoglienza. In Kuwait la rete Caritas è in contatto con il vescovo locale.

    In Libano la Caritas locale ha aiutato Caritas Siria a prepararsi all’emergenza, ha preparato generi di prima necessità e resta in allerta per eventuali arrivi.

    Circa 350 persone si sono ammassate al confine con la Giordania, ma restano strettamente chiuse le frontiere irachene. Sono stati allestiti dall’UNHCR 2 campi profughi a 70 km dal confine per accogliere 25.000 rifugiati e un terzo campo potrebbe essere aperto. La Caritas Giordania si fa carico dell’occorrente per sei mesi (materassi, coperte, cibo, vestiti) per 2000 persone che saranno ospitate in alcuni locali messi a disposizione dalla Chiesa. In collaborazione con la Ong World Vision e in accordo con la Mezza luna rossa, ha già predisposto 8.000 coperte, tre autocarri per il trasporto di vari generi, 10.000 containers di acqua e 16.000 teli di plastica.

    Roma, 21 marzo 2003

    Per sostenere gli interventi in atto (causale: “Emergenza Iraq 2003”) si possono inviare offerte alla Caritas Italiana, viale F.Baldelli 41 - 00146 Roma, tramite:

    - c/c postale n. 347013

    - c/c bancario n. 5000X34 - Abi 05696 - Cab 03202

    Banca popolare di Sondrio, Ag. Roma 2
    - Cartasì e Diners telefonando a Caritas Italiana 06/541921 (dal lunedì al venerdì in orario d’ufficio)

  2. #2
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    Predefinito Caritas e governo

    Aiutare la Caritas che ha dispozione centinaia di miliardi di vecchie lire, nonchè di parte dei circa duemila miliardi di vecchie lire dell'8 °/°° che lo stato italiano ha elargito l'anno scorso, parlare di finanziamenti di poche decine di euro in questo momento mi sembra fuori luogo.
    Invece lo stato italiano nella persona del Ministro Buttiglione ha già preparato oggi stesso un decreto per l'assistenza dei profughi dall'Irak.
    La Caritas potrà usufruire dei finanziamenti da parte di tutto il mondo per i presidi che ha già in Irak, quindi non è lasciata sola.
    Ciao a tutti e grazie a Lepanto che ha inaugurato una buona e fraterna discussione.

  3. #3
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    Predefinito


    ...Da una dichiarazione rilasciata da George W. Bush alla CNN, circa un'ora fa, il numero uno della Casa Bianca ha affermato che entro le prossime 36 ore le forze di coalizione renderanno l'Iraq sicuro per l'arrivo di massicci aiuti umanitari.
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    Il Blog di NUVOLAROSSA

  4. #4
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    Camera dei Deputati martedì 15 aprile 2003

    Intervento di Giorgio La Malfa sulle comunicazioni del Governo in merito ad un intervento di emergenza umanitaria in Iraq

    Signor Presidente, onorevoli colleghi, il 3 aprile scorso, durante un discorso pubblico, l'onorevole D'Alema, presidente del partito dei Democratici di sinistra, ha dichiarato (cito testualmente) che il problema vero sia affrontare i nodi sul tappeto, soprattutto la necessità di aiuti umanitari urgenti a popolazioni che rischiano davvero una catastrofe, non solo per gli effetti diretti della guerra, ma anche per quelli degli assedi (le malattie e la mancanza di acqua).

    Di fronte ad una dichiarazione di questo genere, mi aspetterei (e, in qualche misura, mi aspetto tuttora) che i partiti che fanno capo a questa posizione oggi votino a favore della posizione illustrata dal Governo attraverso il ministro Frattini. Il ministro ha descritto una missione italiana di carattere umanitario estremamente circoscritta anche nei suoi aspetti militari (la presenza dei militari è strettamente collegata alla finalizzazione degli aiuti umanitari).

    Dunque, di fronte ad un'angoscia come quella manifestata dall'onorevole D'Alema e da tanti altri in quest'aula e fuori di quest'aula, non si potrebbe comprendere un voto diverso dal voto favorevole. Mi dicono che una parte dell'Ulivo potrà al massimo astenersi con riferimento alla posizione del Governo e presentare un documento che, invece, pone molte condizione preliminari all'arrivo degli aiuti, ossia un'intesa internazionale ed una serie di altre circostanze. Non ho difficoltà a comprendere il passo avanti e lo sforzo di assumere una posizione di astensione, ma, onorevoli colleghi, debbo dire che ciò mi suscita una certa impressione. Mi sembrano francamente le conseguenze degli errori. Questa difficoltà di ritrovare una posizione è la conseguenza di un giudizio radicalmente sbagliato sugli avvenimenti di queste settimane; giudizio radicalmente sbagliato non certo degli onorevoli Bertinotti e Cossutta che hanno una loro visione dei problemi internazionali che io non condivido ma che ha una sua logica; si tratta di una posizione incomprensibile per chi avuto responsabilità di Governo, come il partito dei Democratici di sinistra, e per chi, come i colleghi della Margherita, ha una tradizione politica che è quella di una forza di Governo e di responsabilità in un paese che appartiene all'occidente e che non è un paese di testimonianza, così come si evince, invece, dal discorso, alquanto garibaldino, testé pronunciato dall'onorevole Fioroni della Margherita.

    Colleghi dell'Ulivo, il problema politico con il quale avrete a che fare per molto tempo sarà di recuperare una posizione politica.

    Questa mattina, l'onorevole D'Alema ha dichiarato che a luglio ci sarà una riunione con Blair. Sarà a Londra? Sarete costretti ad inseguire Blair perché, dopo averlo criticato e aver detto che era una specie discendiletto degli americani, scoprite che rappresenta una posizione di sinistra democratica. Sono errori molto gravi che porteranno delle conseguenze molto profonde del corso degli anni per la sinistra ed uscire da questi errori mi pare molto difficile. Lo stesso modo con il quale volete uscire oggi da questo dibattito con una risoluzione, un'astensione e via dicendo mostra quanto siano profondi gli errori che avete commesso.

    tratto da --->

  5. #5
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    La Nota Politica

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    Diplomazia in movimento

    Alla ricerca di nuovi equilibri tra le potenze dopo la guerra in Iraq

    La settimana che si apre, con il dibattito alle Nazioni Unite sull'Iraq, riveste grande importanza per gli equilibri internazionali. Bisognerà verificare, in particolare, se sarà possibile ricomporre una sostanziale unità intorno alla formula di mediazione che è stata elaborata nelle settimane scorse: missione Onu sotto comando americano.

    Il fronte franco-tedesco-russo, che si era consolidato nello scorso inverno e che sembrava essere sopravvissuto alla sconfitta di Saddam Hussein, si è visibilmente incrinato. Il primo a sfilarsi è stato Vladimir Putin. Durante la vacanza trascorsa in Sardegna, ospite di Silvio Berlusconi, il Presidente russo ha comunicato la propria disponibilità ad accettare la mediazione su cui stava lavorando la diplomazia americana. E nelle settimane successive questa linea è stata ribadita più volte.

    La posizione tedesca sembra traballante. Uno Schroeder indebolito ulteriormente dai risultati delle elezioni in Baviera sembra aver capito di non poter vivere di rendita sull'antiamericanismo e sul neopacifismo. Per governare la Germania ci vuole ben altro. E anche se l'incontro informale con Blair e Chirac non sembra aver dato frutti immediati, è probabile che alle Nazioni Unite la Germania lavorerà per ricucire i rapporti transatlantici.

    E' difficile che la Francia, a questo punto, possa irrigidirsi ancora, con il rischio di trovarsi praticamente isolata. Più facile, semmai, che cerchi intese sulla futura ricostruzione dell'Iraq e sul ruolo che in tale processo dovrà essere riservato alle imprese francesi.

    Diplomazia in movimento, dunque, e cauto ottimismo. Se la formula di mediazione dovesse superare il vaglio delle Nazioni Unite, in Irak si aprirebbe un nuovo scenario. L'intera comunità internazionale si troverebbe impegnata in quel processo di ricostruzione e di democratizzazione del paese che potrebbe modificare in profondità, e positivamente, il futuro del Medioriente. In caso contrario, non crescerebbero solo i rischi per gli angloamericani.

    Andrebbe perduta una grande occasione che investe l'immagine e il ruolo della comunità internazionale e dell'Onu; e negli Stati Uniti ritornerebbe a spirare, e a buona ragione, il vento dell'unilateralismo.

    Roma, 22 settembre 2003

    tratto da --->

  6. #6
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    [color=dark blue]I dati di Bremer sull'Iraq

    Ma la ricostruzione è proprio ancora tutta da avviare?

    Ma è proprio vero che gli angloamericani in Iraq sono isolati? Ed è proprio vero che la ricostruzione del Paese è all'anno zero? Certo, se si leggono i commentatori dall'estero di certi giornali italiani, l'impressione è proprio questa: l'esercito occupante (perché così ormai vengono definite da molti dei nostri mezzi di informazione le truppe che hanno liberato il paese dall'odiosa dittatura di Saddam Hussein) è praticamente sotto assedio, il Paese è allo sbando, lo spettro del Vietnam o della Somalia incombe ogni giorno di più.

    Una visione "catastrofista" che non è nuova. Ha accompagnato, nella scorsa primavera, le mosse degli eserciti sul territorio.

    Dopo alcuni giorni, a sentire certi commentatori italiani, sembrava che l'esercito angloamericano si fosse impantanato nel deserto. E mentre i commentatori così commentavano, le truppe erano già alle porte di Bagdad.

    Cerchiamo allora di attenerci ai fatti. Gli angloamericani sono soli sul territorio iracheno? Non sembrerebbe proprio. Nel Paese mediorientale sono presenti reparti di ventuno paesi, ventidue dopo l'arrivo del contingente turco.

    Molti sono europei: italiani (la presenza più consistente dopo americani ed inglesi, e questo va a merito del governo Berlusconi), spagnoli, polacchi, rumeni, ungheresi, slovacchi, bulgari; altri sono asiatici, come i kazaki e i mongoli; altri sono in arrivo, dal Giappone al Sud-Est asiatico e forse anche dal mondo arabo moderato. Parlare di isolamento sembra, quanto meno, eccessivo.

    La ricostruzione dell'Iraq è all'anno zero? Sarà pure, ma i dati forniti dall'amministratore dell'Autorità provvisoria Paul Bremer - dati reperibili sul sito ufficiale - dimostrano il contrario. Alcuni servizi essenziali, come la fornitura di energia elettrica, hanno già superato i livelli precedenti la guerra; altri, come rete telefonica e produzione di acqua potabile, funzionano per tre quarti. Le università, gli istituti tecnici e 1.500 scuole hanno riaperto, tra l'altro con insegnanti pagati molto meglio di quanto non guadagnassero con Saddam; lo stesso si può dire dei medici che lavorano nelle cliniche e negli ospedali (tutti riattivati).

    Nell'esercito sono stati già arruolati 60.000 soldati, la polizia può contare su 40.000 effettivi, quasi tutti i tribunali sono in funzione (e con una magistratura indipendente). E' in atto la bonifica dei canali di irrigazione. C'è una nuova Banca Centrale, c'è una nuova moneta, il sistema creditizio ricomincia a funzionare.

    Per di più - e non è poco - c'è libertà: di opinione, di culto, di organizzazione e così via. Si moltiplicano giornali, televisioni, consigli consultivi, strutture professionali. Tutto quello che in Occidente è ordinaria amministrazione ma che in Iraq è una conquista.

    Bremer falsifica i dati? Ci sembra difficile. E comunque lo riteniamo più documentato di giornalisti che, proprio sull'Iraq e proprio di recente, si sono rivelati poco attendibili. La nostra impressione è che, sia pure lentamente, il Paese si stia riprendendo e riorganizzando: certo, con i tempi, con le difficoltà e con i problemi che sono propri di ogni dopoguerra.

    Gli ultimi attentati - che, si badi bene, sono ormai soprattutto attentati contro membri del Consiglio governativo o ministri del governo provvisorio, e quindi contro iracheni - sono diretti ad indebolire il fronte che lavora per ridare al Paese un futuro. Un futuro non solo di sviluppo economico ma anche di democrazia e di libertà: che è proprio quello che la cosiddetta "resistenza" vuole impedire.

    Ma la "resistenza" rappresenta solo il colpo di coda di un regime già morto. E l'Onu, che stenta a trovare l'accordo su una nuova risoluzione, rischia di arrivare a cose pressoché fatte. Anche su questo dovrebbero riflettere quei Paesi - come Francia, Germania, Russia - che ieri si sono opposti alla guerra (di liberazione) e oggi finiscono per rallentare la pacificazione o per arrivare quando di loro non ci sarà più un gran bisogno.

    Roma, 15 ottobre 2003[/color]

  7. #7
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    La Nota Politica

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    Bush a Londra

    Confermati gli obiettivi in Iraq, si discute di una nuova strategia

    Non sappiamo ancora quali siano nel dettaglio le proposte che Americani ed inglesi intendono formulare per l'Iraq dopo gli incontri fra Bush e Blair. Condividiamo nei suoi tratti essenziali il discorso che Bush ha tenuto a Londra su quello che gli alleati hanno fatto finora e intendono fare coerentemente in futuro per rispettare gli obiettivi che si erano posti.

    La guerra è una dolorosa "extrema ratio" degli Stati democratici contro chi non rispetta le risoluzioni delle Nazioni Unite e minaccia civili inermi, come Saddam ha sempre fatto. Non si fugge da questa realtà, come se non esistesse.

    Molti hanno dimenticato infatti che Saddam Hussein ha avuto dieci anni di tempo dall'invasione del Kuwait per dimostrare alla comunità internazionale di essere ormai privo di quelle armi di distruzione di massa impiegate ai tempi della guerra in Iran e che si ritenevano ancora in suo possesso. Non lo ha mai fatto, giocando su questa possibilità. Gli ispettori dell'Onu - prima ammessi, poi cacciati, poi nuovamente ammessi all'interno dei confini iracheni - non riuscivano a trovare la famigerata pistola fumante, ma nemmeno una prova che essa non esistesse. E semmai induceva a ritenere che queste armi ci fossero anche l'atteggiamento protervo di Saddam, che lasciava abbondantemente credere - forse anche solo per ragioni di prestigio - di possederle o di volersele comunque procurare, come ha rivelato il suo ministro Tereq Aziz agli agenti americani addetti al suo interrogatorio in prigionia.

    Non solo. Se l'Europa intera fosse stata coesa con gli anglo americani, forse questa determinazione dell'Occidente sarebbe bastata ad evitare il conflitto e a far ricredere Saddam dall'idea che non ci sarebbe stata una nuova guerra contro di lui. E comunque speriamo proprio che, a fronte dell'ennesima dimostrazione omicida del terrorismo integralista, nessun Paese democratico si tiri indietro dalle sue responsabilità. Proprio l'Italia ha tracciato la strada, come ha detto André Glucksmann sul "Corriere della Sera". I soldati italiani "hanno fatto sbarramento a una barbarie nichilista dotata di una forza devastante", cadendo "nel campo della libertà". E di questo dobbiamo essere, una volta tanto, orgogliosi.

    Roma, 19 novembre 2003

  8. #8
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    Il contributo della Fgr per la battaglia contro il terrorismo/Necessario combattere le dittature e assicurare ai popoli sicurezza e benessere

    Occorre ripensare alla struttura dell'Onu

    Era il 1945. L'Europa fumava ancora mentre il Pacifico stava per assistere al proiettarsi dell'ombra atomica sulle sue limpide acque. Il 26 Giugno a San Francisco 51 Paesi firmavano lo Statuto delle Nazioni Unite, la forma più evoluta mai raggiunta di organizzazione internazionale. Ed il 24 ottobre lo Statuto venne ratificato dalla maggioranza dei firmatari, sancendo ufficialmente l'entrata in vigore dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha come fine primo il mantenimento della pace attraverso un ordine internazionale ispirato ai principi di sicurezza e giustizia tra i popoli.

    Tutti conoscono le circostanze in cui nacquero le Nazioni Unite e in quale scenario si trovarono poi ad operare. Finita la seconda guerra mondiale, si viveva in un clima di guerra fredda in cui i principali attori erano gli Stati, tutti consapevoli di ciò che dalle loro azioni poteva scaturire: erano note le condizioni per il mantenimento della pace ed erano visibili le parti in gioco nella scacchiera internazionale. Si parlava di mantenere le "condizioni permanenti della pace", il che voleva dire pacifiche relazioni tra Stati attraverso l'equilibrio dei due blocchi politici ed economici contrapposti al fine di non compromettere il precario stallo di "pace armata" in cui versavano le potenze nucleari in grado in pochi minuti di estinguere la specie dell'homo sapiens sapiens.

    Per cinquant'anni l'ONU, nonostante alcuni limiti, è apparso strumento idoneo ad affrontare le crisi internazionali.

    Dieci anni fa uno dei due blocchi è imploso, i muri sono caduti in Europa e l'ombra dell'arma atomica si è allontana. Alcuni hanno pensato che non ci saremmo più dovuti preoccupare della pace. Invece con il "crollo del muro" è caduta anche quella precaria sicurezza che il mantenimento dello status quo garantiva.

    Le condizioni per il mantenimento della pace sono semplicemente mutate, fino quasi a non essere più del tutto chiare. Guerre etniche, dittatori caduti lasciandosi alle spalle un pericoloso vuoto di potere, altri ancora saldamente al comando del loro Stato, l'inasprirsi dei rapporti tra Israele e i palestinesi, il pericolo delle armi di distruzione di massa, Bin Laden e la cieca ferocia del terrorismo internazionale, le "guerre per la pace e la sicurezza" degli Stati Uniti e degli Alleati che hanno diviso il mondo occidentale: come bisogna agire in questo quadro per mantenere e garantire la pace?

    Di una cosa si può essere sicuri: perseguire la pace e la sicurezza oggi vuol dire creare una società dove ogni singolo individuo possa sviluppare appieno la propria personalità, dove siano riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell'uomo. È questo l'obiettivo che deve avere una moderna organizzazione internazionale. Non solo far sì che si mantengano buone relazioni tra Stati per scongiurare una guerra, ma anche separare nettamente i Paesi in cui i diritti civili e politici sono riconosciuti da quelli in cui esistono ancora tremende dittature.

    Spesso si sente dire, da falsi profeti, che la globalizzazione determina uno stato di cose per cui il Nord del mondo tende ad essere sempre più ricco mentre il Sud tende ad essere sempre più povero e che è tale effetto di polarizzazione a causare l'instabilità internazionale.

    Purtroppo è vero che la fame, l'analfabetismo, la disperazione sono causa di instabilità; non è vero però che il sistema capitalistico sia la causa dell'aumento di povertà. Dove non vi è libertà non ci può essere progresso economico e sociale. E senza la libertà economica non vi può essere nemmeno libertà politica. Come ha scritto von Mises: "non appena la libertà economica che l'economia di mercato concede ai suoi membri è rimossa, tutte le libertà politiche e le carte dei diritti diventano inganno".

    Oggi una rinnovata azione dell'ONU dovrebbe favorire i sistemi democratici ad economia di mercato contro le dittature e le tirannie, indirizzandosi così verso la creazione dei presupposti per il benessere, la sicurezza, la libertà e la dignità dell'uomo. Nell'affermare questi principi fondamentali vanno superati non solo la composizione e il diritto di veto all'interno del Consiglio di sicurezza ma anche la barriera in base alla quale non si può intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato.

    Non basta più "conseguire la cooperazione internazionale…nel promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per tutti", come recita il terzo comma dell'articolo 1 dello Statuto delle Nazioni Unite. Questi fini devono oggi uscire dalla marginalità e costituire il nodo fondamentale da sciogliere per sollevare dalla miseria milioni di esseri umani e quindi mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

    Purtroppo l'ONU si trova ormai ingessato, incapace di proporre una linea d'azione coerente ed efficace. Non è più in grado di autoadattarsi alle nuove realtà storiche e ai nuovi interessi politici ed i suoi operatori agiscono con sempre maggior impaccio, difficoltà e pericolo. Inoltre, ne fanno parte troppi Stati in cui i diritti fondamentali vengono quotidianamente calpestati e troppe risorse sono spese senza alcuna concreta efficacia.

    Occorre agire subito per dare nuova legittimazione ad un'azione internazionale che contrasti le quotidiane minacce alla sicurezza provenienti da Stati come la Corea del Nord, per non parlare dell'Iran o dell'Arabia Saudita. Respiriamo dall'11 settembre 2001 un'atmosfera di terrore crescente. La guerra all'Afganistan e all'Iraq, il difficilissimo dopoguerra e le spaccature nel mondo occidentale, i continui e brutali attentati in quel Paese e in queste ultime settimane in Turchia, dimostrano tutta l'inefficienza e l'assoluta inadeguatezza di un'organizzazione vecchia di cinquant'anni, sorta in conseguenza di logiche ed equilibri che appartengono ormai alla storia.

    A questo punto serve una nuova San Francisco che riorganizzi la struttura ed indirizzi l'azione delle Nazioni Unite, facendo apertamente i conti con i nuovi scenari geopolitici e i suoi attori (sistemi e organismi democratici, sistemi chiusi preda di regimi dittatoriali, pericolosi gruppi integralisti che dalla dittatura e dalla miseria ricevono quotidianamente nuova linfa vitale).

    Giovanni Postorino-Fgr

  9. #9
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    Sul rifinanziamento della missione italiana in Iraq/Dopo Nassiriya crescono le responsabilità del nostro Paese

    Motivazioni deboli sul voto del triciclo

    La Lista Prodi ha scelto: non parteciperà al voto sul rifinanziamento della missione italiana in Iraq. E' contro la Costituzione sostengono i leader del triciclo. La decisione di non partecipare al voto ponendo la questione del rispetto della Costituzione e' sinonimo di voto contrario, per motivazioni che attengono al merito della missione, alla sua natura di guerra e non di pace, non si comprenderebbe altrimenti dove si violerebbe la Costituzione che all'articolo11 dispone: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...". E' evidente che per il P.R.I e gli altri partiti della maggioranza la natura della missione ha un significato diverso, di pace, essa è la dimostrazione di ciò che un grande paese Democratico deve sentire il dovere di fare, quando vi sia ovunque nel mondo una emergenza come quella che oggi e' presente in Iraq. Le motivazioni di questa missione erano e rimangono unicamente quelle di tutelare la popolazione inerme dall'odio cieco dei terroristi che vedono la Democratizzazione dell'Iraq come un nemico da sconfiggere, un invasore, che non consentirebbe più il protrarsi di quei privilegi che furono il grande fiore all'occhiello della dittatura di Saddam, imposti con la violenza inaudita sulla quale appare superfluo ritornare, a discapito della stragrande maggioranza della popolazione. L'on Violante ha sostenuto: "Dopo Nassiriya abbiamo maggiori responsabilità, era stata dipinta come una missione di pace si e' rivelata una guerra. Siamo d'accordo con l'on. Violante quando afferma che dopo Nassiriya abbiamo maggiori responsabilità, infatti stiamo per l'appunto rifinanziando una missione, che non è mai stata sottovalutata, ma che semmai, dopo i fatti di Nassiriya si è dimostrata essere una missione di pace tra le più difficili cui in questi anni l'Italia abbia partecipato, benché non siano sicuramente stati piacevoli gite quelle recenti nell'ex Yugoslavia; tuttavia non ci risulta che i nostri militari abbiano cambiato il proprio compito quotidiano di fornire assistenza ai civili, presenziare al fine di scoraggiare comportamenti in contrasto con il regolare svolgimento di una pacifica coesistenza tra cittadini di diverse etnie, mentre appare evidente agli occhi di tutti che se era legittimo essere contrari all'intervento militare, perché l'iniziativa non era stata presa dall'ONU, le argomentazioni offerte dal triciclo per giustificare la non partecipazione al voto, che equivale a voto contrario per le deboli motivazioni addotte decretano la vittoria delle ragioni del Radicalismo verso quelle del Riformismo. In politica Estera e' andata così, sulle altri grandi questioni, prossima e' la riforma del sistema pensionistico, staremo a vedere.

    Francesco De Rinaldis Saponaro

  10. #10
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    Intervento di Giorgio La Malfa nella seduta pomeridiana della Camera del 3 marzo 2004 per la conversione in legge del decreto recante proroga della partecipazione italiana a operazioni internazionali

    Signor Presidente, mi rivolgo in particolare, in questo mio intervento, al collega Violante, che ha illustrato la questione pregiudiziale di cui è primo firmatario. Egli ha motivato la scelta di presentare tale questione pregiudiziale con la decisione della maggioranza di non separare nel decreto-legge il rifinanziamento delle otto missioni da quello della nona missione. È un argomento sul quale si poteva procedere come egli chiedeva o come invece si è deciso di procedere.

    Tuttavia, onorevole Violante, aver scelto di presentare una questione pregiudiziale per manifestare una preoccupazione, un'opposizione ad una scelta procedurale significa che, se dovesse prevalere lo schieramento che voterà "sì" sulla questione pregiudiziale, otterrebbe il ritiro immediato delle truppe italiane da tutte e nove le missioni. Dunque, è stata compiuta una scelta che ha delle implicazioni politiche molto gravi e significative.

    Voi fate questo e, forse, su questo potrete raggiungere l'unità di una parte dello schieramento di centrosinistra; ma sulla questione pregiudiziale in esame non vedo né le firme dei colleghi della Margherita né quelle dei colleghi dello Sdi, che hanno parlato poc'anzi per bocca dell'onorevole Cusumano. Si tratta, onorevole Violante, dell'unità fra gruppi e parlamentari che furono favorevoli alla partecipazione italiana alle missioni in Kosovo e in Afghanistan e gruppi che furono contrari a quella partecipazione. Dunque, è uno "scivolamento", per così dire, verso le posizioni più estreme dello schieramento di centrosinistra.

    Ma anche se, onorevole Violante, il Governo e la maggioranza avessero acceduto alla separazione dei rifinanziamenti delle missioni, voi vi spacchereste sulle otto missioni su cui quelle due posizioni esistono, vi spacchereste tra coloro i quali, come l'onorevole D'Alema, hanno sostenuto che oggi l'Italia non può e non deve ritirarsi dall'Iraq, pur non essendo stato favorevole a quell'iniziativa, e coloro i quali invece ritengono, anche tra i Democratici di sinistra, che ci si debba ritirare. Forse, vi spacchereste anche - io spero - rispetto alla Margherita, che non può condividere la posizione del ritiro; e mi domando, onorevoli colleghi del centrosinistra, se ci sia qualcuno in questa sinistra in grado di comprendere le ragioni del Premier laburista Tony Blair, che appartiene alla sinistra europea.

    Ecco perché il centrodestra ottenne la sua legittimità a governare, a metà della scorsa legislatura, votando a favore della partecipazione alla guerra del Kosovo! Oggi la sinistra, con questo voto, perde o rischia di perdere - ed io non ne sono lieto - la legittimità a governare per molti anni a venire.

    Roma, 3 marzo 2004

 

 
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