
Originariamente Scritto da
pietro
Anche se in ritardo..ha ragione Fed , il problema è teologico non politico, infatti qui si parla di "Teologia della Liberazione " non di manifesto politico o altro...ma questo Pasquinelli lo ignora soffermandosi solo sull'aspetto politico e qui sta l'errore..Parlando ai vescovi latinoamericani il 14 maggio scorso, Benedetto XVI non ha fatto riferimento a tutto questo. Si è limitato a dire che il “luogo teologico”, il punto di vista che la Chiesa propone è Cristo tramandato dalla fede apostolica. Non, quindi, gli oppressi del sub-continente, non i poveri, non l’azione sociale e politica (la famosa prassi di liberazione) per la rivoluzione, non la vita delle comunità di base, non la tradizione popolare e nemmeno la cultura indigena, ma Cristo quale è insegnato dalla Chiesa.
Il punto della cultura indigena è molto importante. La teologia della liberazione insisteva molto sul fatto che le culture indigene fossero state oppresse dai conquistatori occidentali e dal cristianesimo che essi avevano portato e, quindi, dovevano essere un punto di vista privilegiato per giudicare lo stesso cristianesimo. Non solo gli oppressi ma anche le culture degli oppressi – in questo caso gli indigeni – erano quindi un “luogo teologico”. Il papa ha invece detto che l’incontro con il cristianesimo è stato provvidenziale per le culture indigene precolombiane e che un ritorno ad esse sarebbe un drammatico regresso.
Proponendo come luogo teologico Cristo quale è insegnato dalla Chiesa, Benedetto XVI ha detto poi un’altra cosa che contrasta con la teologia della liberazione in modo evidente. Ha detto che se si vuole produrre qualcosa di positivo sul piano politico e sociale, per la giustizia e la pace, bisogna partire non dal fare ma dal credere, dalla dottrina e non dalla prassi, dalla catechesi e dai sacramenti e non dalle “lotte per la giustizia”. Il criterio dell’ortoprassi, tanto caro ai teologi della liberazione, viene così decisamente eliminato.
Di recente, il tema del “luogo teologico” era venuto a galla a proposito della Notifica di condanna di alcune opere del teologo brasiliano Jon Sobrino da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. La Congregazione ha chiarito che i poveri, in quanto dato sociologico, non sono un punto di vista teologico sul cristianesimo. I teologi latinoamericani dicono di aver dato alla Chiesa universale il principio-criterio della “scelta preferenziale per i poveri”. Questo però non è da intendere in senso sociologico, ossia la povertà in quanto tale non salva. E’ Cristo-povero che salva. Lo ha scritto Benedetto XVI nel suo recente libro “Gesù di Nazareth”: «La povertà puramente materiale non salva, anche se di certo gli svantaggiati di questo mondo possono contare in modo molto particolare sulla bontà divina. Ma il cuore delle persone che non posseggono niente può essere indurito, avvelenato, malvagio – colmo all’interno di avidità di possesso, dimentico di Dio e bramoso solo dei beni materiali».
Precisando ad Aparecida in cosa consista il “luogo teologico” per il cristiano – ossia Cristo come è annunciato dalla Chiesa – Benedetto XVI ha tolto la terra sotto i piedi, come dicevamo, alla teologia della liberazione. Ha anche implicitamente suggerito che essa è stata responsabile dell’attuale secolarismo in America latina e della influenza che le sette religiose stanno avendo sul popolo latinoamericano. Demitizzando la dottrina cristiana essa l’ha indebolita ed ha reso i cristiani più vulnerabili alle nuove minacce.