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    Predefinito L'Oro Nero di Formigoni: Inchiesta internazionale

    Claudio Gatti per Il Sole 24 Ore


    Roberto Formigoni sarà uno dei tre uomini politici europei ai quali sarà dedicata una sezione specifica nel prossimo rapporto della commissione internazionale di inchiesta, diretta da Paul Volcker, che indaga sullo scandalo Oil for Food.
    Il Sole-24 Ore, in un’inchiesta esclusiva con il Financial Times, è in grado di anticiparne le conclusioni. Gli investigatori delle Nazioni Unite non hanno trovato prove che il presidente della Regione Lombardia abbia beneficiato personalmente dalla vendita di petrolio iracheno, ma hanno trovato tracce documentali e testimonianze di alti funzionari del regime di Saddam Hussein, secondo le quali 11 diverse assegnazioni di greggio a prezzo scontato sono state predisposte a suo favore dagli iracheni e ricevute a suo nome da una società di Milano.


    (Paul Volcker)


    Gli investigatori diretti da Paul Volcker hanno anche appurato che la società Candonly, a cui sono stati versati oltre 700mila dollari in commissioni sulla vendita del greggio iracheno, era controllata da Marco Mazarino de Petro, da 30 anni amico e compagno di partito di Formigoni che nel periodo delle assegnazioni era consulente del presidente della Regione Lombardia e suo emissario in Irak. Non si può dire che Marco Mazarino de Petro sia un uomo che gode di buona memoria. Né che la sua parola sia da ritenere sacra.

    Al contrario, nel corso degli ultimi dieci mesi, l’ex sindaco ciellino di Chiavari è caduto in contraddizione su ogni singolo passaggio cruciale di questa vicenda. In particolare, sul primo contratto di petrolio iracheno ottenuto dalla Cogep, la società milanese che ha commercializzato tutte le assegnazioni registrate dagli iracheni a nome di Formigoni; sul suo ruolo nella Candonly, la società che ha ricevuto oltre 700mila dollari in commissioni sulla vendita del greggio iracheno, e infine sul pagamento di tangenti al regime di Saddam Hussein.



    (Formigoni con l'ex braccio destro di Saddam Hussein, Tarek Aziz-Foto dal Sole24ore)


    Ma cominciamo dall’inizio. Nella loro meticolosa ricostruzione, gli investigatori dell’Onu hanno accertato che de Petro cominciò a lavorare nell’Ufficio di presidenza della Regione Lombardia a partire dall’agosto 1998, ma che già dal 1996, Roberto Formigoni gli aveva dato una lettera di presentazione all’allora vice-premier Tarek Aziz affinché questi gli aprisse le porte commerciali di tutti i ministeri iracheni. Lettera che lo stesso de Petro ha ammesso di aver consegnato ad Aziz.

    Nell’aprile del 1997, Formigoni ebbe un incontro privato a Milano con l’allora ministro del Petrolio iracheno Amir Rashid, che era in visita in Italia. Era appena stato avviato l’Oil for food, programma gestito dall’Onu con cui la comunità internazionale concedeva agli iracheni di vendere il proprio petrolio per la prima volta dalla fine della guerra del 1991. Dalla testimonianza di un funzionario della società petrolifera statale di Baghdad, la Somo, risulta che al ritorno da quel viaggio, Rashid segnalò il nome di Formigoni tra le persone meritevoli di assegnazioni di petrolio.

    Il mese successivo, de Petro si recò in visita a Baghdad con un rappresentante della Cogep, e a giugno il nome dell’azienda milanese fu per la prima volta inserito nella lista dei beneficiari di assegnazioni di greggio. La società milanese non diede mai seguito a quell’assegnazione. Nel gennaio del 1998 nell’elenco della Somo apparve invece il nome di Formigoni come destinatario di un’assegnazione. Il 18 di quel mese, a Baghdad, de Petro firmò il contratto relativo a quell’assegnazione. Per conto della Cogep. Nel marzo successivo, de Petro firmò anche un altro contratto. Questa volta con la Cogep, che gli garantì il 45% dei profitti tratti dalle vendite di greggio iracheno. La formula del contratto fu poco dopo modificata e a partire dalla seconda partita di petrolio a de Petro venne garantita una commissione di 3,2 centesimi a barile.


    (Marco Mazarino de Petro e Roberto Formigoni-Foto dal Sole24ore)


    Nella sua testimonianza alla Commissione Volcker, de Petro ha sostenuto di essere stato avvicinato dalla Cogep, che gli avrebbe chiesto assistenza nei suoi affari con l’Irak. Ma alcune sue lettere alla Cogep rinvenute dagli investigatori lasciano capire che fu lui a cercare l’assistenza della Cogep. Un testimone ha inoltre confermato che l’ex sindaco di Chiavari aveva preso contatti anche con altre persone impegnate nel settore petrolifero per proporre lo stesso affare. De Petro ha ammesso di aver chiesto un aiuto al segretario particolare di Tarek Aziz, ma ha sostenuto di non aver mai fatto il nome di Formigoni. Né con l’ufficio di Tarek Aziz né con la Somo.

    Questa sua affermazione è però contraddetta dalle testimonianze degli iracheni. Il primo marzo 2005, lo stesso Aziz ha confermato agli investigatori di Volcker di aver concesso assegnazioni di petrolio a Formigoni, aggiungendo tra l’altro che «la Lombardia è piena di raffinerie». Un altro funzionario di Baghdad ha invece testimoniato che le assegnazioni della Cogep erano state fatte «esclusivamente» perché Formigoni era un’importante personalità internazionale che aveva espresso la propria solidarietà all’Irak. Non solo: varie persone che parteciparono agli incontri con de Petro negli uffici della Somo hanno detto che in più di un’occasione fu esplicitamente detto che Formigoni era il beneficiario di quei contratti di petrolio.

    Quando gli è stato chiesto che cosa sapesse, il presidente della Regione Lombardia delle attività petrolifere della Cogep in Irak, de Petro ha ammesso di aver parlato «in termini generali» del suo rapporto con la Cogep. L’ex sindaco ha anche ricordato che almeno in un’occasione Formigoni inviò un messaggio ad Aziz «per ricordargli della Cogep ». Il riferimento è a un fax, in inglese, inviato l’8 giugno 1998 al vice-premier iracheno che, sotto l’intestazione «Da: Formigoni. A: Tarek Aziz.», recita: «Eccellenza, in seguito al nostro incontro a Roma, del quale le sono grato, poiché so che Somo sta firmando i nuovi contratti, mi lasci ricordarle i nomi delle società petrolifere italiane che le ho segnalato».

    Dopo aver citato la Cogep, il fax si conclude con il nome di Roberto Formigoni e una firma. Ma gli investigatori hanno notato che la firma non sembrava quella del governatore. E de Petro ha ammesso di aver inviato lui quel fax dal suo appartamento di Chiavari. Per ogni singola partita di petrolio iracheno gestita, la Cogep risulta aver pagato una commissione a un gruppo di società che gli investigatori dell’Onu definiscono "di facciata" registrate a Dublino, Londra e Amsterdam. Tutto chiamate Candonly.


    (Contratti Oil for Food-dal Sole24ore)


    L’8 febbraio scorso, alla vigilia della pubblicazione della sua inchiesta sulla vicenda, «Il Sole-24 Ore» aveva chiesto a Marco de Petro di Candonly. La risposta testuale era stata: «Non la conosco». Con gli investigatori Onu ha invece ammesso di conoscerla più che bene. Al punto di essere la sola persona autorizzata a dare istruzioni alle fiduciarie che gestiscono i suoi conti bancari. Per questo, il rapporto di Volcker giunge alla conclusione che gli oltre 700mila dollari in commissioni avuti dalla Candonly erano in realtà denaro di de Petro.

    E infine si arriva al capitolo delle tangenti. Gli investigatori hanno appurato che a partire dal 2000, su ordine di Saddam, la Somo concesse petrolio soltanto a chi era disposto a pagare una tangente. Le compagnie petrolifere maggiori si rifiutarono di sottostare a questo ricatto, ma la Cogep fu tra le società che si prestarono al gioco. Gli iracheni ovviamente non usarono mai la parola tangente — kickback, in inglese —bensì il termine più morbido di sovrattassa o surcharge.

    Ma la natura illegale di questi pagamenti fu evidentemente chiara alla Cogep, poiché tutti quei versamenti vennero fatti da due conti speciali, entrambi aperti da Andrea Catanese, figlio del proprietario della Cogep Natalio, e usati per pagare tangenti alla Somo. Il primo era un conto, chiamato Starna, aperto presso un’agenzia della Ubs a Lugano. L’altro era presso la Jordan National Bank ad Amman, in Giordania.

    La Commissione Volcker ha scoperto che la Cogep, per lo più nella persona di Andrea Catanese, pagò in tutto 942mila dollari in tangenti. Se confermata da un tribunale, questa sarebbe una chiara violazione dell’articolo 322 bis del codice penale che punisce la corruzione di funzionari di Stati esteri. Da parte sua, de Petro ha dichiarato agli investigatori di «aver sentito parlare della sovrattassa» ma di non aver mai saputo né dalla Somo né dalla Cogep che era diventata una condizione imprendiscibile per ottenere nuovi contratti da Baghdad.

    L’ex sindaco ha inizialmente testimoniato di non aver mai fatto alcun versamento alla Cogep, né da un suo conto né da un conto Candonly. Gli investigatori gli hanno però mostrato documenti bancari da cui risulta che sul conto Starna, alla vigilia del primo bonifico fatto per pagare una tangente, erano arrivati 60mila dollari da un conto della Candonly presso la Banca della Svizzera Italiana. A quel punto, de Petro si è ricordato di un’occasione «nel 1999 o nel 2000» in cui aveva effettivamente inviato dei soldi su un conto Cogep in Svizzera. Ma a sua detta non avevano nulla a che vedere con l’Irak.

    Nonostante ripetuti tentativi, la Commissione Volcker sostiene di non essere mai riuscita a «ottenere la collaborazione » del presidente Formigoni, il quale si è limitato a negare di aver mai ricevuto assegnazioni di petrolio iracheno. Da parte sua, de Petro ha invece precisato di non aver mai condiviso con Formigoni i proventi dei suoi affari con Baghdad. Che cosa abbia fatto con quei soldi non è noto. Si sa solo che nel luglio del 2002, quando l’ex sindaco di Chiavari aveva già incassato più di 700mila dollari in commissioni dalla Cogep, sua moglie Oriana Ruozi risulta aver comprato un motoscafo di 17 metri assieme ad altre 4 persone. Il valore dichiarato al momento dell’acquisizione fu di 240mila euro.

    A condurre le trattative fu lo stesso de Petro che pagò una larga parte della somma globale in contanti in una transazione sulla quale la procura di Milano sta oggi indagando. Tra gli altri 4 caratisti, o comproprietari del motoscafo c’era anche Roberto Formigoni e il suo segretario particolare Fabrizio Rota. Quest’ultimo era stato presidente del consiglio di amministrazione della Socomir, società di Saverio Catanese, che oltre ad essere lo zio di Andrea era anche il membro della famiglia Catanese responsabile dei rapporti con de Petro nel business del greggio iracheno. Contattato telefonicamente sull’intera vicenda, il portavoce del presidente Formigoni si è limitato a dire: «Confermo quanto già detto. Non ho mai preso né una goccia di petrolio né un dinaro». Marco de Petro non ha voluto fare commenti.


    Dagospia 26 Ottobre 2005

  2. #2
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    Ma dai!!!
    Sei un senza cuore.
    Proprio oggi che i bananas possono festeggiare la condanna della Sgrena previa relazione (fotocopia) in ginocchio, gli vai a fare questo dispiacere?

    Un piccolo cameo (datato) di Marco Travaglio:

    Mentre la Casa Circondariale delle Libertà cerca i terroristi complici di Saddam in casa Prodi, nell’ufficio della giudice Forleo e fra i marocchini che vendono collanine, un’inchiesta di due noti giornali comunisti - Financial Times e Sole-24 ore - rivela che il pio governatore della Lombardia Roberto Formigoni, tramite il suo pio segretario Marco Mazarino De Petris, anche lui devotissimo a Cl, è coinvolto in un traffico di 24 milioni di barili di petrolio con l’ex tiranno. La Procura di Milano indaga per corruzione internazionale e appropriazione indebita. La cresta sulle forniture - secondo l’accusa - la facevano tutti: Saddam & C. per comprare le armi, ma anche i loro amici. Fosse tutto vero, avremmo il primo governatore che va a petrolio: Roberto Formigoil. Dopo le Sette Sorelle, l’ottava. Altro che «delfino del Cavaliere»: costui è una petroliera. Nome in codice: Comunione ed Esportazione, o Appropriazione, o Estrazione.
    Ora si attende con ansia una vibrante dichiarazione del Cavalier Bellachioma. L’ultima sul tema Iraq è quella sul congresso Ds: «Dov’era la sinistra italiana mentre noi portavamo la libertà in Iraq? Sempre dalla parte sbagliata. La nostra sinistra ha una speciale predilezione per i dittatori».
    Ora, visti gli ultimi sviluppi, delle due l’una: o Saddam non è più un dittatore, nel qual caso andrebbe scarcerato e risarcito per questi due anni di ingiusta detenzione patita a causa delle toghe rosse americane; oppure Formigoil è di sinistra, e allora bisogna assolutamente bombardare il Pirellone per esportarvi la democrazia. Formigoil parla di «minestra riscaldata» (con un fastidioso retrogusto di greggio, però). E riesuma un’espressione desueta da decenni: «È un complotto della Cia». Forse perché la campagna contro Oil For Food è un chiodo fisso del Foglio di Giuliano Ferrara, che della Cia era informatore a libro paga. E Ferrara, si sa, è molto intelligente.
    Anzi, molto intelligence.

 

 

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