Di Paola Bignardi;Di Giorgio Campanini
Bignardi
Una stagione di crescita oltre gli schemi del passato
Confronto e creatività sì, ma nella coscienza di essere
un solo soggetto
Si continua a parlare del silenzio del laicato. A me viene il dubbio che ci sia una difficoltà da parte dei giornali e dei media a sentire ciò che i laici cristiani dicono. Perché i laici parlano: basta vedere la quantità di pubblicazioni, di convegni e di iniziative pubbliche in cui vengono affrontati non solo i temi formativi decisivi per la coscienza cristiana, ma anche questioni attinenti al nostro tempo: i temi della pace, della vita, della famiglia, dell’immigrazione, della solidarietà… qualificano anche oggi la cultura dei cristiani.
Mi sembra ci sia un "silenzio" del laicato che dipende dai giornali e dalle tv i quali non ritengono che i laici cristiani siano sufficientemente autorevoli per esprimere l’opinione dei cattolici su un tema o un altro, tanto meno sulle questioni aperte della società e della politica. Quando un giornale vuole sapere che cosa pensano i cattolici, interpella un vescovo, meglio se con un ruolo nazionale, meglio se cardinale; meglio ancora se è disposto a fare qualche distinguo rispetto alla linea ufficiale. Dunque c’è un silenzio dei laici decretato da una società mediatica che li ritiene meno autorevoli di quanti hanno un ruolo gerarchico o un’immagine pubblica riconosciuta.
D’altra parte, la voce dei laici cristiani inserirebbe i cattolici, laicamente, in un dialogo aperto con tutti e li renderebbe soggetti di un dibattito da cui sembra che debbano essere tenuti ai margini: l’esperienza della recente campagna referendaria ha molto da dire in proposito! I salotti televisivi di tutte le reti brillano soprattutto per la prevalente banalità della chiacchiera, più che per il confronto di posizioni.
D’altra parte non si può non parlare anche della condizione di debolezza in cui si trova il laicato, la cui storia e la cui realtà attuale è difficile liquidare in poche battute; esse per altro non renderebbero ragione di una stagione di crescita, di vivacità, di consapevolezza che penso potrà dare frutto nei prossimi anni.
La condizione del laicato mi pare che oggi sia caratterizzata sostanzialmente dall’anonimato dei laici non organizzati e da una pluralità di organizzazioni antiche e nuove che, se restano chiuse in se stesse e autorefenziali, generano una realtà frammentata e afona, soprattutto in ordine ad una presenza pubblica e di opinione che domanda soggetti forti e autorevoli per essere guardata con attenzione.
Ritengo che quello del rapporto tra i laici cristiani e la società sia tema cruciale per la vita delle comunità dei prossimi anni e per il futuro stesso di un laicato conciliare, di cui hanno bisogno sia la Chiesa che la società italiana.
La voce dei laici oggi può passare attraverso il superamento dell’attuale frammentazione del laicato. Non penso né ad un laicato omogeneo e uniforme, né ad una ricompattazione del mondo cattolico, ma a percorsi di dialogo, di confronto, che si stabiliscano sulla base del molto che abbiamo in comune, pur appartenendo a realtà aggregative diverse; ciascuna di esse è una ricchezza se resta se stessa, fedele alla propria identità, ma al tempo stesso in dialogo, in confronto, in relazione con le altre. I molti tentativi che si stanno compiendo in questo senso ritengo che siano una delle realtà più promettenti e nuove del panorama ecclesiale di oggi.
Se c’è un valore di cui oggi il laicato deve farsi portatore e testimone è quello del dialogo, cominciando a esercitarlo al proprio interno, tra realtà organizzate che, pur portando sensibilità, percorsi, storie diverse, sono capaci di uscire da se stesse, di non assolutizzare le proprie vedute, di mettersi a confronto. Mi pare una testimonianza di alto valore non solo ecclesiale, ma anche civile: il dialogo e il confronto non sono alla base di una vera vita democratica?
Saper restare plurali, come laici, ma dentro la comune consapevolezza di essere un noi, cioè un soggetto. Questo processo non è semplicemente un auspicio, ma è una storia significativamente già avviata; esso ha bisogno di libertà, cioè di non diventare istituzionale, di non irrigidirsi dentro organismi ufficiali che, almeno in questo momento, non sarebbero adeguati. Ci sono aspetti nuovi nella vita del laicato italiano che non possono essere interpretati da forme del passato né irrigiditi dentro schematismi che con difficoltà possono accompagnare fenomeni nuovi.
Il dinamismo che caratterizza oggi il mondo dei laici credo che potrà rispondere a due esigenze attualmente molto vive nei laici, organizzati e no: avere luoghi nei quali esercitare un discernimento in cui attraverso il dialogo, la creatività e la concretezza storica si cerca di capire insieme, da cristiani, come rispondere alle esigenze del tempo e come interpretarne le attese e le domande; e rendere di nuovo attivi percorsi di cultura, non solo accademica, ma popolare, in grado di coinvolgere il popolo cristiano - donne e uomini, giovani e adulti - nell’avventura del pensare da cristiani la vita e il nostro tempo.
Campanini
Occorre un «luogo» di elaborazione nazionale
Esistono ambiti in cui possiamo farci sentire, ma sono rari e flebili. Per questo si identifica l’opinione pubblica
cattolica con la Cei
Il vivace dibattito che si sta svolgendo da alcuni mesi a questa parte - e cioè, almeno, a partire dal referendum di giugno - sulle prese di posizione della Chiesa italiana in ordine a problematiche politico-sociali spesso oggetto di interventi, discorsi, pronunciamenti della Conferenza episcopale italiana, ha fin qui lasciato in ombra un problema, viceversa, decisivo.
Dietro la presunta «sovraesposizione» della Chiesa italiana sta un’indubbia «sottoesposizione» del laicato cattolico italiano. Salvo che nella sua componente, inevitabilmente minoritaria, rappresentata da associazioni e movimenti, il laicato cattolico italiano oggi non ha vo ce (né Avvenire, pur con un’auspicabile futura maggiore autorevolezza, può essere considerata questa «voce», perché ancora oggi troppo minoritaria). Esistono in realtà alcuni «luoghi» in cui questa voce potrebbe farsi sentire, ma sono rari e flebili. I convegni ecclesiali si celebrano a distanze «siderali», dato l’accelerato corso della storia, l’uno dall’altro (undici anni passeranno da quello di Palermo a quello annunziato a Verona per l’ottobre del 2006); le «Settimane Sociali» sono alquanto intermittenti e affrontano problematiche specifiche e, in generale, non propriamente intra-ecclesiali; il «Forum del Progetto culturale», per quanto qualificato nei suoi singoli componenti, esprime una apprezzabile pluralità di voci, ma non un punto di vista comune dei cattolici italiani. In altri casi, come è avvenuto per il Comitato Scienza e Vita, si creano strutture che funzionano in un clima di emergenza e non riescono, successivamente, ad avere quella autorevolezza e quella udienza che sarebbero necessarie.
A chi può rivolgersi il «laico» onesto e obiettivo che voglia sapere che cosa pensano i cattolici italiani sull’una o sull’altra questione? Vi sono movimenti di antica tradizione e riviste, vecchie e nuove, di notevole spessore. Ma chi oserebbe dire che quella è la voce, se non dei cattolici tutti (cosa impossibile) almeno dell’ «opinione pubblica» cattolica italiana?
Eccoci, dunque, di fronte ad un nodo non sciolto. Il problema potrà essere risolto, per alcuni aspetti, da Consigli pastorali più autorevoli e rappresentativi, capaci di prendere posizioni coraggiose, e se necessario anche controcorrente, su singole problematiche locali. Ma a livello nazionale resta un vuoto, che è colmato dalla Conferenza episcopale italiana per quanto riguarda il pensiero dei vescovi, ma che rimane tale per ciò che concerne il punto di vista del laicato.
È inevitabile, in questo contesto che - a dispetto di una ecclesiologia che, a partire dal Vaticano II, si è felicemente incentr ata sulla Chiesa «popolo di Dio» e non sulla Chiesa come gerarchia - di fatto l’opinione pubblica «laica» tenda a identificare la Chiesa italiana con i vescovi italiani: ciò che in molti casi è vero, ma non sempre. Ecco perché occorre dare una voce unitaria al laicato, avviando anche in Italia un forum nazionale o un consiglio dei laici che, auspicato già nel primo convegno ecclesiale di Roma nel lontano 1976, non ha visto sin qui la luce. Se non si darà voce al laicato inevitabilmente la Chiesa parlerà soltanto attraverso i documenti dei vescovi; né ci si potrà oltre misura lamentare della "«sovraesposizione» dell’episcopato.
Corradini
Ma i giornali non vedono tutto quello che facciamo
Il dialogo con i vescovi ed i pastori è fondamentale
Bisogna trovare tempi e modi per attuarlo e farsi ascoltare, con rispetto e prudenza e con impegno di verità e di carità
di Luciano
Corradini
Mi sembra difficile dare "ragione della speranza che è in noi", se non si dialoga con coloro che hanno ricevuto il mandato apostolico da Colui che ha pregato perché noi siamo una sola cosa, come Lui e il Padre. Ed è difficile pensare ad una unità che non passi attraverso la comunicazione e il dialogo. Io penso che la difficoltà di questo dialogo - che non mi pare inutile, né impossibile, né pericoloso, né fatto ad arte per compiacere altri - non stia nel non aver nulla di autentico e di reciprocamente interessante da dirsi, ma nell’avere "troppo" da dirsi e nel non trovare tempi e modi e animo bastevole per ascoltarsi e per farsi ascoltare con rispetto e prudenza, con impegno di verità e di carità.
Un po’ come succede in famiglia, dove fra padri e figli spesso non si riesce a parlare, perché timori e paure di vario tipo fanno ressa nella gola e inducono talora al silenzio o al litigio. Il «Non abbiate paura!» serve anche a trovare il coraggio di comunicare. Il metodo non è davvero marginale in proposito. Del resto il Papa ha aperto il recente Sinodo ricorda ndo ai suoi confratelli vescovi l’umiltà, lo sforzo di vedere se stessi con gli occhi degli altri e la «correzione fraterna»: questa insegnataci da Gesù come regola pratica, ricca di sapiente gradualità psicologica, per superare incomprensioni e conflitti. Quel Gesù che ci ha detto come dev’essere il nostro linguaggio («sì sì, no, no») aggiungendo che dobbiamo essere semplici come le colombe e astuti come i serpenti. E ricordandoci comunque che vediamo meglio la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel nostro.
Noi siamo i destinatari dell’insegnamento dei vescovi, i quali hanno tempi e occasioni numerose per dire a noi il loro pensiero, meno forse per ascoltarci. Più vasto è l’ambito di riferimento, dalla piccola alla grande diocesi, fino agli organismi nazionali della nostra Chiesa e in essa della Conferenza episcopale italiana, più le difficoltà di dialogo aumentano, anche perché si riduce il tempo di chi ha maggior carico di lavoro e maggiori responsabilità.
Il problema non riguarda solo il rapporto tra vescovi, preti e laici. Oggi è difficile dialogare con tutti, soprattutto se non s’intercetta l’orizzonte dei punti di vista, degli interessi, dei progetti dell’interlocutore, e se non si percepisce l’ «importanza» di quello che l’altro dice, in rapporto all’ordine di priorità che si ha in mente. È anche per me difficile «accogliere» l’altro come un altro me stesso e farmi accogliere come meritevole di ascolto da chi è impegnato in molte e gravi questioni.
Emmanuel Lévinas ha scritto a lungo sul volto dell’altro come rivelazione dell’origine della responsabilità e dell’etica. Capiterà invece a molti, come al sottoscritto, soggetto pluriassociato e dunque pluridisturbatore, di incontrare la nuca di coloro a cui si rivolge per intavolare un discorso, per cercare un riscontro, per promuovere un’intesa, e magari una possibile amicizia.
Ricordo che due mesi fa mi sono rivolto alla rubrica «lettere», che Scalfari tiene su Venerdì di Repubblica. Riprendevo un suo discorso sulla crisi etica del nostro Paese e citavo, fra l’altro, l’esperienza ultradecennale dell’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico, che ha cercato di indicare strade percorribili da cittadini "praticanti", e non solo «indignati». per gli sprechi e per l’evasione. Scalfari mi ha cestinato.
Stessa sorte mi era capitata più volte per le analoghe rubriche del Corriere e di Repubblica. Ho chiesto riservatamente di essere illuminato sul mio pluricestinamento, avvenuto dopo che dal Quirinale mi era giunta una lettera di ringraziamento per l’impegno dell’ARDeP («motivo di sincero, profondo compiacimento e autentico, forte incoraggiamento nello svolgimento del suo compito al servizio delle Istituzioni e del Paese»). Nessuna risposta. Neppure la nuca di Mieli, Romano, Severgnini, Augias, Giavazzi. I «pontefici laici» dei nostri più diffusi organi di stampa probabilmente non sopportano notizie relative all’impegno diretto di centinaia di cittadini e di cinque consigli comunali che si sono simbolicamente (ma non per finta) autotassati per segnalare un’emergenza civica e la necessità di trovare modi adeguati a farvi fronte.
Concludo.
Non essendo «colpito da sonno ipnotico», ho scritto su questioni civiche a giornalisti maestri di etica pubblica, e su questioni ecclesiali a vescovi maestri di teologia e pastorale. Questi mi hanno risposto, quelli no. Tuttavia non mi arrendo.
www.avvenire.it




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