«Il 5 dicembre anche io sarò in piazza per dire che il Caimandrillo farebbe bene a preparare le valige», anche se la “rivoluzione viola” che si annuncia tradisce «un’uniformità mai vista prima», avverte Pino Cabras su “Megachip”: «Andiamo verso i disordini e la dissoluzione della Repubblica, ma ben vestiti, e ben pettinati. Alla moda. Viola». Attenti, dice Cabras: «In gioco c’è qualcosa di più della sorte di un governo azzurro, nero e verde-padano». La Seconda Repubblica si trasformerà ancora, avrà «un’impronta costituzionale nuova», forse decisa lontano dall’Italia: «Il popolo sarà coinvolto, ma il derby vero si giocherà nell’élite».
A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, il terremoto geopolitico in corso dà torto a Francis Fukuyama (la fine della storia) e ragione a Giambattista Vico (l’eterogenesi dei fini): conclusioni ben diverse dagli obiettivi. Ovvero: malgrado le guerre fatte per conto dei petrolieri, il prezzo del petrolio è salito al punto da azzerare il debito con cui l’Occidente strozzava la Russia, divenendone ora addirittura debitore. O il caso della Cina: inclusa nel sistema commerciale per esserne conquistata, ora è una superpotenza che non consente più alla finanza angloamericana di dettar legge. Con la Cina, puntualmente, gli Usa hanno accumulato il debito più ingente.
«I fasti di New York, di Londra, di Tel Aviv, si sono retti su quei debiti», scrive Cabras. «Tutta la globalizzazione si reggeva sul debito». Per le classi dirigenti, i debiti erano «una scatola nera che non occorreva conoscere». Storie di “capitani coraggiosi” di ogni latitudine, a briglia sciolta sui sentieri dell’indebitamento, «per spolpare con i loro debiti le aziende, l’economia reale, i beni comuni».
Il debito, continua Cabras, si è reso a lungo apparentemente sostenibile in base alle aspettative di crescita. E la crescita era quasi interamente a carico del consumo. Oggi invece il consumatore è spinto a risparmiare, ripagare i suoi debiti e rifiutare il modello propagandato negli ultimi tre decenni. «È finito questo interminabile ciclo che si basava sulla generazione del baby boom, sul consumatore-massa che riteneva acquisito per sempre il suo edonismo irresponsabile, ben protetto dai solidi sistemi di previdenza», anche se truccati con l’azzardo borsistico. «Questa generazione trova ora una vecchiaia più povera del previsto. E la generazione che la segue ha perfino meno risorse e zero certezze previdenziali».
«Gli Stati che nel 2009 hanno aperto voragini nel debito pubblico, non potranno far altro che aumentare le imposte, togliere la museruola all’inflazione per rimpicciolire il peso del debito, oppure fare default», sostiene Cabras. «Sono tutte vie d’uscita dolorosissime, e possono addirittura presentarsi insieme, specie nell’epicentro della crisi, negli Stati Uniti». Investimenti pubblici, allora? Ma con quale sostenibilità finanziaria, visto che tutti si sono spinti troppo oltre le colonne d’Ercole del disavanzo? Il sistema sarà forse salvato dalla classe media in espansione di Cina e India? Saranno loro a consumare come facevamo noi? Niente affatto: l’industria del lusso in Asia è una storia di delusioni che smentisce ogni ottimismo.
Lo dice l’Ocse: la crisi costerà altri tagli nell’istruzione, nella sanità, nei programmi sociali. Consumatori che non trainano e anzi riducono drasticamente il loro tenore di vita, Stati che non spendono e anzi tagliano risorse vitali. Banche che non prestano, industrie che succhiano enormi risorse pubbliche e non vedono il fondo. Il crollo del sistema, dice Cabras, sta lasciando in eredità un’economia-zombie. «Come definire altrimenti Alitalia, Iberia, General Motors, Opel, Chrysler-Fiat, o perfino banche come Cit?». Quasi il 30% dell’economia nel mondo occidentale «è fatta di morti-viventi economici. Una percentuale mai vista prima».
«Per sopravvivere a una simile tempesta servirà molta partecipazione politica, molta determinazione per fare i conti con le responsabilità», dice Cabras, tenendo conto che in questi anni «la sinistra europea ha “suicidato” i propri insediamenti sociali, erodendoli, complice e stupida allo stesso tempo», e che la super-lobby atlantica ha appena incaricato uno dei suoi club più esclusivi, il Bilderberg, di «dettare ai maggiordomi europei qualche giorno prima» (della designazione ufficiale) «i veri nomi» della futura dirigenza dell’Ue.
Per la prima volta, un giornale (il quotidiano belga “De Tijd”) ha ottenuto rivelazioni precise sul summit strategico, per controllare «questa Europa così poco democratica», fatta di «costituzioni svuotate». Alla riunione del Bilderberg, Herman Van Rompuy «ha accettato l’invito a parlare da parte del visconte Étienne Davignon». E durante il pranzo, Van Rompuy «ha avuto un breve contatto con Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa». Ossequioso verso il visconte che presiede il Bilderberg e verso il vecchio Kissinger, Van Rompuy ha dichiarato che «l’Europa ora ha bisogno di un coach, anziché di un leader». Anche perché, aggiunge Cabras, i coach puoi sempre esonerarli.
Cabras ipotizza che le grandi élites abbiano decretato la fine del “coach” italiano Silvio Berlusconi, ieri «perfetto per americanizzare la tv italiana e americanizzare con essa la politica». Appoggi, banche, tutte le porte aperte: la “rivoluzione” azzurra. Ora il tempo è scaduto? Lo si dedurrebbe dalle “punzecchiature” della stampa internazionale, poi divenute un attacco frontale, un assedio. Il «piccolo Cesare di Arcore» non piace più alle grandi élites perché «si è mosso anche per conto suo», «fa accordi con Putin e con Gheddafi» e «sembra un incrocio fra Enrico Mattei e un clown in preda alla satiriasi». Si attacca “il clown”, scrive Cabras, per colpire l’autonomia di Berlusconi, che a qualcuno può ricordare Mattei, arci-nemico del monopolio energetico Usa.
Di qui l’entusiasmo (sospetto) per la “rivoluzione viola” che si annuncia in Italia contro il premier in declino. Tutto questo, aggiunge Cabras, in un quadro dominato all’orizzonte da figure come Montezemolo, De Benedetti e Rutelli, e alfieri tattici come Di Pietro, in una situazione confusa che oscura «gli interessi nazionali e gli appetiti internazionali in ballo», col rischio di scadere in «disordini da democrazie deboli, facili prede dei poteri forti».
E mentre il Pd si mantiene inspiegabilmente defilato, Cabras sintetizza: giusto scendere in piazza il 5 dicembre contro Berlusconi perché minaccia la Costituzione e monopolizza la politica coi suoi problemi personali, ma senza dimenticare i veri dominus, i responsabili della crisi, che ora propongono un’Europa «opaca come il Cremlino di trent’anni fa». Se Obama non ha «neppure provato» a tagliare le unghie al super-potere responsabile del disastro, è illusorio pensare che il problema sarebbe risolto con la semplice rimozione del “coach” Berlusconi.
L’anno che sta arrivando, ricordano gli analisti economici del Global Europe Anticipation Bulletin (Geab), sarà caratterizzato dal protezionismo e dalla depressione economica e sociale. Dopo aver dato l’anima – e i nostri soldi – per salvare i super-profitti delle grandi élites, rimarranno le scelte dolorose: l’inflazione, la tassazione elevata o il ripudio del debito. Usa, Regno Unito, paesi dell’Euro, Giappone e Cina non potranno più spremere i loro bilanci come quest’anno, nel vano tentativo di stimolare il settore privato.
«Il “consumatore come lo conosciamo”, negli ultimi decenni è morto, senza alcuna speranza di resurrezione», ammette il Geab. Scenario noto, che l’élite finanziaria occidentale non sa più affrontare, anche se nel frattempo si concede «un ultimo giro di giostra con la finanza allegra e i derivati». Berlusconi, uomo di marketing, secondo Cabras «racconta bugie patetiche sulla fine della crisi», mistificazione «insopportabile per una democrazia». Ma anche gli altri pupi di questo teatrino, avverte Cabras, non hanno idea di cosa fare. Meglio quindi maneggiare con cura la “rivoluzione viola” in arrivo.
«Le rivoluzioni colorate hanno lasciato tutte un campo devastato», scrive Cabras. «Hanno eccitato gli animi, ma non si sono ribellate ai burattinai», ai quali «non sanno arrivare». Il colore le distrae, «il viola non farà eccezione». Insiste Cabras: «I derby politici nazionali hanno una loro utilità per distrarre dal grande cambiamento geopolitico che deriva dalla imminente crisi sistemica globale» (info: Megachip - Democrazia nella comunicazione).




