MICHAEL LEEDEN (e come smentirlo)
Maurizio Blondet
27/10/2005
L'ex «colonnello» Larry Franklin, oggi in galera per spionaggioWASHINGTON - E così, Michael Leeden nega il suo coinvolgimento nel Nigergate.
«Non ho mai visto, mai toccato, mai letto i documenti falsi che tanto vi appassionano e, allora, non ne parlai né con Nicolò Pollari [SISMI], né con Carlo Castellaneta [consigliere di Berlusconi]»: così gli fa dire «il Foglio», che è sempre molto gentile con Leeden.
Non solo.
Leeden smentisce tutto, ma proprio tutto.
«Mai lavorato con Douglas Feith» il numero 3 del Pentagono, «mai lavorato con l'Office for Special Plans» di Richard Perle, «mai lavorato con Paul Wolfowitz». E aggiunge che quel falso dossier, che «provava» come Saddam avesse comprato minerale di uranio (yellowcake) dal Niger, non è «italiano» ma «francese».

E' ben noto l'odio talmudico (ossia implacabile) che i neocon nutrono per la Francia, colpevole di non aver appoggiato i loro piani di guerra perpetua all'Islam.
Ma soprattutto, Michael Leeden deve essere ben sicuro della sua impunità e della potenza dei suoi appoggi occulti, per negare l'evidenza.
Degli incontri romani di Leeden deve esistere infatti una traccia ufficiale: il rapporto dell'ambasciatore USA Mel Sembler, obbligato per legge a informare il Dipartimento di Stato delle strane manovre del «consulente» israelo-americano, condotte senza autorizzazione.
Andiamo per ordine.



Dicembre 2001, Roma: Michael Leeden, il «colonnello» Larry Franklin (il funzionario del Pentagono oggi in galera in USA per spionaggio a favore di Israele) e il collega di Franklin, Harold Rhode, si incontrano con esponenti dell'esilio in Iran e con altri dissidenti iraniani.
Questi colloqui non sono autorizzati dagli USA.
Anzi: con uno di questi iraniani, Manucher Ghorbanifar, gli agenti della CIA hanno il divieto esplicito di intrattenere rapporti.
Ghorbanifar, faccendiere e mercante d'armi, negli anni '80 fu al centro del complicato scandalo «Iran-Contra» (armi israeliane mandate ai contras del Nicaragua tramite Teheran), che quasi travolse la presidenza Reagan. E un noto fabbricatore di menzogne.
Ma è un grande amico di Leeden dai tempi in cui costui, fingendosi allievo di De Felice e dichiarandosi «un fascista universale», frequentava a Roma gli ambienti a cavallo fra la estrema destra italiana e i nostri servizi segreti.



In quell'incontro del dicembre 2001, i due compari parlarono di come «spingere» la Casa Bianca ad aggredire, dopo l'Iraq, anche l'Iran.
Intervennero a quegli incontri anche due italiani importanti: Nicolò Pollari (capo del SISMI) e Antonio Martino, ministro degli Esteri.
La cosa doveva restare segreta.
Ma venne fuori il 12 dicembre, ad una cena privata in cui l'ambasciatore Mel Sembler invitò insieme il suo vecchio amico Leeden e il nostro Martino.
Fu probabilmente l'ingenuo Martino, in quella cena, ad accennare ai colloqui «con gli iraniani» cui aveva partecipato pochi giorni prima.
Prova della sua ingenuità, ma anche della sua certezza che questi colloqui fossero autorizzati da Washington.
Del resto allora Leeden si vantava di essere ciò che ora nega: «consulente» (1) di Douglas Feith, il vice-ministro del Pentagono, israelita, adoratore di Sharon e grande architetto della guerra a Saddam.
La cosa è stata riportata dal Washington Monthly (2).

Fatto sta che, a quella cena, Mel Sembler apprese casualmente dei colloqui di Leeden con personaggi iraniani.
Cadde dalle nuvole.
Il giorno dopo, chiese lumi al «capostazione» della CIA a Roma: erano colloqui autorizzati?
Anche il presidente della CIA cadde dalle nuvole.
Non ne sapeva niente.
Ed entrambi si affrettarono a mandare preoccupati rapporti, con dispacci urgenti, ai rispettivi superiori.
L'agente della CIA alla sede della «Compagnia» a Langley.
Quanto a Mel Sembler, benché ebreo come Leeden e neocon come lui, per legge era obbligato ad avvisare il Dipartimento di Stato.
E lo fece: anche per pararsi il didietro.
Dovette avvertire che Leeden, Franklin e Rhode avevano preso contatto con iraniani e con «agenti di spionaggio esteri» (il SISMI), cosa per cui gli agenti della CIA e degli Esteri sono obbligati a chiedere autorizzazione preventiva.



Leeden e Franklin (la spia d'Israele, ma allora non si sapeva) avevano fatto tutto tenendo all'oscuro la CIA.
Il rapporto di Sembler arrivò sul tavolo di Stephen Hadley, allora vicecapo del National Security Council capeggiato da Condoleezza Rice.
E ne fu informato George Tenet, capo della CIA.
Tenet consigliò ad Hadley di «avvertire» Douglas Feith, il numero 3 del Pentagono, di tenere a freno quel suo consulente troppo vivace, Michael Leeden.
Che lui fosse consulente di Feith (ciò che ora Michael nega) era cosa di pubblico dominio.
Mel Sembler fu rassicurato che certi incontri dietro le sue spalle non si sarebbero più ripetuti.
Invece si ripeterono.

Roma, giugno 2002.
Leeden si incontra con «un egiziano, un iracheno, e un importante membro del governo USA» di cui Ghorbanifar, che aveva organizzato l'incontro, non ha voluto rivelare il nome (vedremo dopo: il nome salterà fuori).
I due orientali diedero informazioni sulla situazione in Iraq.
Anche allora Mel Sembler seppe qualcosa a cose fatte.
Anzi, Leeden si comportava come se fosse lui il padrone dell'ambasciata USA a Roma.
A luglio telefonò a Sembler per comunicargli, come da superiore ad inferiore, che sarebbe tornato a Roma a settembre «per continuare il lavoro con gli iraniani».
Umiliato, ma ancor più sulle spine per un suo possibile coinvolgimento nelle oscure trame del «consulente», Sembler avvisò di nuovo il National Security Council.
E pare che Leeden sia stato invitato bruscamente a desistere da iniziative spionistiche personali.

Parole al vento: Michael si sente, non senza motivo viste le sue coperture neocon-sioniste, il padrone degli USA.
Nel giugno 2003 ha un altro abboccamento a Parigi con il faccendiere Ghorbanifar e il funzionario del Pentagono Rhode.
A quel punto, la commissione senatoriale competente (Senate Select Committee on Intelligence) è obbligata a condurre un'indagine su quelle iniziative non autorizzate di Leeden.
Davanti alla Commissione, Donald Rumsfeld - ministro della Difesa - è costretto ad ammettere che sì, quell'«importante membro del governo USA» che colloquiava con Ghorbanifar e iraniani dissidenti era lui: Rumsfeld stesso (3).
Anche Douglas Feith viene interrogato dalla Commissione: e ammette di essere stato all'incontro di Parigi del 2003, ma di avervi incontrato Ghorbanifar «per caso».
Poi tutto viene insabbiato.



Ma di tutto questo, comprese le proteste di Mel Sembler verso le iniziative non autorizzate di Michael Leeden, deve esistere traccia scritta.
Materiale sufficiente per smentire le smentite del «consulente».
E magari più che sufficiente per incastrarlo giudizialmente.
La faccia tosta di Leeden nel negare l'innegabile richiede da sola una spiegazione.
Il suo coinvolgimento nella faccenda dell'uranio del Niger è tanto di pubblico dominio, che la riporta anche l'enciclopedia online Wikipedia. Alla voce «yellowcake forgery», viene citato Vincent Cannistraro, già capo dell'antiterrorismo alla CIA e direttore del National Security Council sotto Reagan.
In un'intervista del 7 aprile 2005, al giornalista che chiede: «come reagirebbe se le si dicesse che la fonte del falso documento è stato…Michael Leeden?»… «direi che lei è molto vicino», risponde Cannistraro.



La carriera di Leeden come mestatore internazionale è annosa.
Un libro americano (4) lo accusa di aver architettato, nel 1978, un trucco contro Carter: l'accusa al presidente Carter di avere, attraverso il fratello Bill, ricevuto fondi dalla Libia.
Con l'aiuto di Francesco Pazienza, agente del SISMI (a suo dire) e di chissà quali altri servizi.
«Un tribunale italiano accertò che fu Francesco Pazienza (con Michael Leeden indicato come complice, ma non incriminato) ad attrarre Bill Carter, ingenuo fratello del presidente, in una compromettente relazione d'affari con Gheddafi, proprio durante la campagna presidenziale [di Carter] nel 1980» (5).
Non basta.
Amici americani sospettano che certe trame riconducibili all'uranio del Niger abbiano a che fare col suicidio, a Roma il primo maggio scorso, di Edward Kloberg III.



Un grande finocchio, noto a Washington per i suoi ricevimenti fastosi, Kloberg era un mago delle pubbliche relazioni politiche: e sceglieva i suoi clienti fra Stati canaglia bisognosi di aprire qualche porta a Washington, tipo Corea del Nord, Ruanda e, appunto, l'uranifero Niger.
A maggio, Kloberg si butta da Castel San'Angelo.
Dicono fosse malato di Aids.
Può aver ricevuto una spintarella per far tacere uno che sapeva troppo.
Un altro amico, Wayne Madsen (ex agente del NSA), ventila un sospetto, anzi una certezza, sul rapimento a Milano, da parte di agenti della CIA oggi invano ricercati dalla giustizia italiana, di Mustafa Hassan Nasr detto «Abu Omar», un egiziano fondamentalista che pare fosse un informatore del SISMI e forse della stessa CIA.
Per Madsen, il commando di rapitori non erano agenti CIA «ma un gruppo segreto delle Forze Speciali, mercenari e agenti di spionaggio che non sono soggetti a mandati d'arresto internazionali»: forse perché del Mossad, o perché semplici «consulenti» del Pentagono come Leeden.



E questo «covert team» era in Italia in collusione con Gaetano Saya e Riccardo Sindoca, quei due ex poliziotti fascistoidi che avevano fondato un loro fantasioso «Dipartimento di Studi Strategici Antiterrorismo», e che vantavano legami con il Likud, con la massoneria e con Gladio.
Insomma il tipo di ambiente in cui «lavorava» Michael Leeden negli anni 70-80, quando faceva il «fascista universale».
Ora nega tutto.
E «Il Foglio» gli crede.
Ma parecchi americani ben informati non gli cedono affatto.
Scott Horton, un giornalista che tiene un informatissimo blog sulle cose di Washington, ha apertamente chiesto al procuratore Patrick Fitzgerald di incriminare il «consulente».



Con queste parole: «Philip Giraldi [ex agente della CIA e della DIA, il servizio segreto militare] mi ha spiegato in un'intervista, a proposito di Leeden e del falso fabbricato sull'uranio del Niger, che 'un paio di agenti CIA' erano stati pagati su conti esteri e che Fizgerald 'aveva già in mano la mappa dei passaggi di denaro' (money trail). Le connessioni di Leeden con l'Office of Special Plan [di Richard Perle, organo protetto da Douglas Feith] sono ben documentate: egli ha partecipato ad una serie di incontri con Harold Rhode, che praticamente 'viveva nell'ufficio di Ahmad Chalabi' [l'iracheno e losco faccendiere che Wolfowitz voleva elevare alla carica di viceré dell'Iraq], Manucher Ghorbanifar e Larry Franklin, la spia israeliana confessa, nel periodo in cui gli italiani passavano agli USA la storia (già comprovata falsa) dell'uranio del Niger».



L'incriminazione di Leeden non colpirebbe solo Leeden.
Farebbe luce sulle manovre di tutti i caporioni neocon, i Wolfowitz, i Feith, gli Zakheim (rispettivamente n. 2, 3 e 4 del Pentagono, israeliti e sfegatati likudnik) per fabbricare non solo false prove, ma i falsi attentati che hanno portato l'America alla guerra infinita contro l'Islam: 11 settembre compreso (6).
Ecco perché Leeden smentisce senza paura: lo coprono personaggi e poteri onnipotenti.

Maurizio Blondet



Note
1) La qualifica di «consulente» è la comoda scappatoia con cui i neocon annidati nel Pentagono tramano, senza incorrere in responsabilità, per il Grande Israele. Anche Richard Perle è un «consulente volontario» e il suo Office of Special Plan, che ha pianificato la guerra all'Iraq nel modo disastroso che vediamo, era un gruppo di «consulenti» al Pentagono: tutti neocon, israeliti e membri del pensatoio israelita American Enterprise, o dell'ancor più allarmante JINSA (Jewish Institute for National Security Affaire), la lobby militarista che punta a convincere gli USA che i suoi interessi imperiali coincidono alla lettera con quelli di Israele. Ovviamente atti che sono vietati a funzionari di Stato (come lo spionaggio di Larry Franklin a favore di Israele, o i contatti con elementi stranieri da parte di agenti della CIA senza autorizzazione) e sono gravi reati per i dipendenti pubblici, non possono essere addebitati a «consulenti». Comodo.
2) J.Marshall, Laura Rozen, Paul Glastris, «Iran-Contra II?», Washington Monthly, Settembre 2004.
3) Ecco uno dei motivi per cui Patrick Fitzgerald, il procuratore speciale che indaga sulle soffiate della Casa Bianca al New York Times, ha chiesto un prolungamento dell'indagine: qui pendono accuse di alto tradimento ai più alti livelli, altro che indiscrezioni giornalistiche.
4) «The Rise and Fall of the Bulgarian Connection», di Sheridan Square Publications, 1986). Autori: Edward S. Herman e Frank Brodhead.
5) Tipica accusa che i neocon rivolgono agli avversari politici: Kofi Annan, Formigoni, gli ispettori ONU e tutti i contrari alla guerra a Saddam prendevano soldi da Saddam. Le «prove» sono confezionate dal Mossad.
6) Per esempio Dov Zakheim, rabbino, prima di diventare viceministro al Pentagono, dirigeva un'avanzata azienda di avionica che lavorava per la Difesa, la System Planning Corporation di Alexandria, Virginia. Questa azienda propone in vendita, fra l'altro, sistemi capaci di «teleguidare in volo fino ad otto apparecchi da parte di un solo operatore al suolo». E se i quattro aerei dell'11 settembre, anziché pilotati da arabi che erano stati bocciati alle scuole di volo della domenica, fossero stati teleguidati da un simile apparato disponibile nell'azienda di Zakheim? Ecco un interessante campo d'indagine.




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