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    Predefinito Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

    Dal sito SANTI E BEATI:



    Cristo Re dell'universo

    21 novembre (celebrazione mobile)


    Questa festa fu introdotta da papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.
    È poco noto e, forse, un po’ dimenticato. Non appena elevato al soglio pontificio, nel 1922, Pio XI condannò in primo luogo esplicitamente il liberalismo “cattolico” nella sua enciclica “Ubi arcano Dei”. Egli comprese, però, che una disapprovazione in un’enciclica non sarebbe valsa a molto, visto che il popolo cristiano non leggeva i messaggi papali. Quel saggio pontefice pensò allora che il miglior modo di istruirlo fosse quello di utilizzare la liturgia. Di qui l’origine della “Quas primas”, nella quale egli dimostrava che la regalità di Cristo implicava (ed implica) necessariamente il dovere per i cattolici di fare quanto in loro potere per tendere verso l’ideale dello Stato cattolico: “Accelerare e affrettare questo ritorno [alla regalità sociale di Cristo] coll’azione e coll’opera loro, sarebbe dovere dei cattolici”. Dichiarava, quindi, di istituire la festa di Cristo Re, spiegando la sua intenzione di opporre così “un rimedio efficacissimo a quella peste, che pervade l'umana società. La peste della età nostra è il così detto laicismo, coi suoi errori e i suoi empi incentivi”.
    Tale festività coincide con l’ultima domenica dell’anno liturgico, con ciò indicandosi che Cristo Redentore è Signore della storia e del tempo, a cui tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti. Egli è l’Alfa e l’Omega, come canta l’Apocalisse (Ap 21, 6). Gesù stesso, dinanzi a Pilato, ha affermato categoricamente la sua regalità. Alla domanda di Pilato: “Allora tu sei re?”, il Divino Redentore rispose: “Tu lo dici, io sono re” (Gv 18, 37).
    Pio XI insegnava che Cristo è veramente Re. Egli solo, infatti, Dio e uomo – scriveva il successore Pio XII, nell’enciclica “Ad caeli Reginam” dell’11 ottobre 1954 – “in senso pieno, proprio e assoluto, … è re”.
    Il suo regno, spiegava ancora Pio XI, “principalmente spirituale e (che) attiene alle cose spirituali”, è contrapposto unicamente a quello di Satana e delle potenze delle tenebre. Il Regno di cui parla Gesù nel Vangelo non è, dunque, di questo mondo, cioè, non ha la sua provenienza nel mondo degli uomini, ma in Dio solo; Cristo ha in mente un regno imposto non con la forza delle armi (non a caso dice a Pilato che se il suo Regno fosse una realtà mondana la sua gente “avrebbe combattuto perché non fosse consegnato ai giudei”), ma tramite la forza della Verità e dell'Amore.
    Gli uomini vi entrano, preparandosi con la penitenza, per la fede e per il battesimo, il quale produce un’autentica rigenerazione interiore. Ai suoi sudditi questo Re richiede, prosegue Pio XI, “non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce”.
    Tale Regno, peraltro, già mistericamente presente, troverà pieno compimento alla fine dei tempi, alla seconda venuta di Cristo, quando, quale Sommo Giudice e Re, verrà a giudicare i vivi ed i morti, separando, come il pastore, “le pecore dai capri” (Mt 25, 31 ss.). Si tratta di una realtà rivelata da Dio e da sempre professata dalla Chiesa e, da ultimo, dal Concilio Vaticano II, il quale insegnava a tal riguardo che “qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione” (costituzione “Gaudium et spes”).
    Con la sua seconda venuta, Cristo ricapitolerà tutte le cose, facendo “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21, 1), tergendo e consolando ogni lacrima di dolore e bandendo per sempre il peccato, la morte ed ogni ingiustizia dalla faccia della terra. Sempre il Concilio scriveva che “in questo regno anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio” (costituzione dogmatica “Lumen Gentium”).
    Per questo i cristiani di ogni tempo invocano, già con la preghiera del Padre nostro, la venuta del Suo Regno (“Venga il tuo Regno”) ed, in modo particolare durante l’Avvento, cantano nella liturgia “Maranà tha”, cioè “Vieni Signore”, per esprimere così l’attesa impaziente della parusia (cfr. 1 Cor 16, 22).
    Aggiunge ancora Pio XI che nondimeno sbaglierebbe colui il quale negasse al Cristo-uomo il potere su tutte le cose temporali, “dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create”. Tuttavia – precisa – Cristo, quando era sulla terra, si astenne dall’esercitare completamente questo suo dominio, permettendo – come anche oggi – che “i possessori debitamente se ne servano”.
    Questo potere abbraccia tutti gli uomini. Ciò lo aveva anche chiaramente espresso Leone XIII, nell’enciclica “Annum sacrum” del 25 maggio 1899, con cui preparava la consacrazione dell’umanità al Sacratissimo Cuore di Gesù nell’anno santo del 1900. Papa Pecci aveva scritto in effetti che “il dominio di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni li allontanino da essa o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.
    L’uomo, misconoscendo la regalità di Cristo nella storia e rifiutando di sottomettersi a questo suo giogo che è “dolce” ed a questo carico “leggero”, non potrà trovare alcuna salvezza né troverà autentica pace, rimanendo vittima delle sue passioni, inimicizie ed inquietudini. È Cristo soltanto la “fonte della salute privata e pubblica”, diceva Pio XI. “Né in alcun altro vi è salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale dobbiamo essere salvati” (At 4, 12).
    Lontano da Lui l’uomo ha dinanzi chimere e sistemi ideologici totalizzanti e fuorvianti; non cercando il suo Regno e la sua Giustizia, il genere umano ha di fronte a sé i vari “-ismi” della storia che, diabolicamente, in nome di un falso progresso sociale, economico e culturale, degradano ogni uomo, negandone la dignità.
    Ed il XX secolo non ha mancato di fornirne dei tragici esempi con i vari regimi autoritari, comunisti e nazista (che la Chiesa ha condannato vigorosamente), riproponendo, per l’ennesima volta, il duro scontro tra Regno di Cristo e regno di Satana, che durerà sino alla fine dei tempi.
    Basti qui far riferimento, a titolo esemplificativo, giusto al solo travagliato periodo del pontificato di papa Ratti per averne una pallida idea.
    Con l’enciclica “Mit brennender Sorge”, del 14 marzo 1937 – tra i cui estensori vi era pure il cardinale segretario di Stato e futuro papa Pio XII, Eugenio Pacelli – il Pontefice romano disapprovava il provocante neopaganesimo imperante in Germania (il nazismo), il quale rinnegava la Sapienza Divina e la sua Provvidenza, che “con forza e dolcezza domina da un'estremità all’altra del mondo” (Sap. 8, 1), e tutto dirige a buon fine; deplorava anche certi banditori moderni che perseguono il falso mito della razza e del sangue; biasimava, infine, le liturgie del Terzo Reich tedesco, veri riti paganeggianti, qualificate come “false monete”.
    In Messico, “totalmente infeudato dalla massoneria”, dove gli Stati Uniti avevano favorito – in nome dei loro interessi economici – la nascita di uno Stato dichiaratamente anticlericale ed anticristiano, furono promulgate pesanti leggi restrittive della libertà della Chiesa cattolica, stabilendo l’espulsione dei sacerdoti non sposati, la distruzione delle chiese e la soppressione persino della parola “adios”. Il fanatico anticlericale governatore dello Stato messicano di Tabasco, Tomás Garrido Canabal, autore di queste misure repressive, nella sua fattoria, “La Florida”, giunse a chiamare, in segno di dispregio, un toro “Dio”, ad un asino diede nome “Cristo”, una mucca “Vergine di Guadalupe”, un bue ed un maiale “Papa”. Suo figlio lo chiamò “Lenin” e sua figlia “Zoila Libertad”. Un nipote fu chiamato “Luzbel” [Lucifer], un altro figlio “Satan”.
    Si costituì allora un esercito di popolo, i “cristeros”, i quali combattevano al grido di “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe! Viva il Messico!”. Con le stesse parole sulle labbra versavano il loro sangue in quella terra anche numerose schiere di martiri, mentre i loro carnefici esclamavano, riempiendo ceste di vimini con le teste mozzate dei cattolici, “Viva Satana nostro padre”. Si trattò di un vero “olocausto” passato sotto silenzio ed ignorato. Alcuni dei valorosi martiri cristiani messicani, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, hanno raggiunto la gloria degli altari, come il gesuita Miguel Agustin Pro, fucilato senza processo. Le sue ultime parole furono giusto “Viva Cristo Re!”.
    Questa grave situazione di persecuzione religiosa fu riprovata da Pio XI con le encicliche “Nos Es Muy Conocida” del 28 Marzo 1937 ed “Iniquis Afflictisque” del 18 novembre 1926.
    Una netta opposizione fu, infine, manifestata nei confronti della Russia sovietica, contro il comunismo ateo, condannato dall'enciclica “Divini Redemptoris” del 19 marzo 1937, e nei riguardi della Spagna repubblicana, dichiaratamente antireligiosa.
    Qui, il governo repubblicano socialista di Manuel Azaña Y Díaz proclamò che “da oggi la Spagna non è più cristiana”, mirando a “laicizzare” lo Stato. La nuova costituzione vanificava ogni potere della Chiesa, la religione cattolica era ridotta al rango d’associazione, senza sostegno finanziario da parte statale, senza scuole, esposta agli espropri; con il decreto 24 gennaio 1932 era dichiarata l’estinzione della compagnia di Gesù e se ne confiscavano i beni; era introdotto, nel 1932, il divorzio e il matrimonio civile ed abolito il reato di bestemmia; circa seimila religiosi furono massacrati. Pio XI reagì duramente con l’enciclica “Dilectissima Nobis” del 3 giugno 1933.
    Questi esempi dimostrano lo scontro plurisecolare, sin dalla fondazione del Cristianesimo, tra il Regno di Cristo e quello di Satana, e come, anche in epoca contemporanea, la regalità di Cristo sia contestata, preferendo ad essa degli “idoli” politici, economici, sociali e pseudo-religiosi.

    Autore: Francesco Patruno

    Hubert e Jan van Eyck, Pala dell'Altare di Ghent, 1432, Cattedrale di S. Bavo, Ghent

    John S. C. Abbott e Jacob Abbott, Cristo mio Re, in Illustrated New Testament, 1878

    G. B. Salvi, detto il Sassoferrato, Cristo Salvator Mund, XVII sec., Collezione privata

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    Predefinito Pio XI-Quas primas Litterae encyclicae de festo D. N. Iesu Christi Regis constituendo





    QUAS PRIMAS

    LETTERA ENCICLICA
    AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
    PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
    E AGLI ALTRI ORDINARI
    AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
    PACE E COMUNIONE.

    "Sulla Regalità di Cristo"


    VENERABILI FRATELLI
    SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

    Introduzione

    Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell'Orbe cattolico - mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano - ricordiamo d'aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l'impero di Cristo Salvatore.

    Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo - diciamo - poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore.

    Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s'intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s'affrettavano a riprendere le vie dell'obbedienza.

    L'Anno Santo e il Regno di Cristo

    E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l'onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore?

    Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell'Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re.

    E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro?

    E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provaLa l'eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell'animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!

    Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l'odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno.

    Inoltre, ricorrendo, durante 1'Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l'avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell'Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula "il regno del quale non avrà mai fine", proclamò la dignità regale di Cristo.

    Avendo, dunque, quest'inno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll'introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re.

    Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all'intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

    Gesù Cristo è Re

    Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

    Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l'appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l'altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana ("Supereminentem scientiae caritatem", cfr. Ef. 3, 19) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo.

    Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l'onore e il regno, (Dan. 7, 14) perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

    La Regalità di Cristo nei libri dell'Antico Testamento.

    E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe (Num. 14, 19), e che dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra (Ps. 2, 6). I1 salmo nuziale, col quale sotto l'immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d'Israele, ha queste parole: "II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale" (Ps. 44, 6).

    E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: "Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace... Dominerà da un mare all'altro, e dal fiume fino alla estremità della terra" (Ps. 44, 8). A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: " Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo" (Is. 9, 6-7). E gli altri Profeti non discordano punto da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il "Rampollo giusto" che qual figlio di Davide "regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra" (Jer. 23, 5); così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che "non sarà mai in eterno distrutto... ed esso durerà in eterno" (Dan. 2, 44) e continua: "Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand'ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell'uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sara mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto" (Dan. 7, 13-14). E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale "cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello" (Zach. 9, 9) era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

    Gesù Cristo si è proclamato Re

    Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all'annunzio dell'arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine (Lc. 1, 32-33) vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l'ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l'opportuna occasione, si attribuì il nome di Re (Matth. 25, 31-40), e pubblicamente confermò di essere Re (Joh. 18, 37) e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra (Matth. 28, 18). E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l'estensione immensa del suo Regno?

    Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni "Principe dei Re della terra" (Apoc. 1, 5), porti, come apparve all'Apostolo nella visione apocalittica "scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti" (Apoc. 19, 16). Da quando l'eterno Padre costituì Cristo erede universale (Hebr. 1, 2), è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici (I Cor. 15, 25).

    Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell'antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell'immolazione dell'Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che "le norme della preghiera fissano i principi della fede".

    Gesù Cristo è Re per diritto di natura e di conquista

    Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che "egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza" (In Lucam, 10); cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature.

    Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: "Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d'argento siete stati riscattati... ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato" (I Petr. 1, 18-19). Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo (I Cor. 6, 20): i nostri stessi corpi sono membra di Cristo (I Cor. 6, 15).

    Natura e valore del Regno di Cristo

    Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d'un vero e proprio principato

    Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire (Ss. Conc. Trid., Sess. VI, can. 21).

    I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell'atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità (Joh. 15, 10). Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l'aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: "Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio" (Joh. 5, 22). Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

    Regno principalmente spirituale

    Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire.

    In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno "non è di questo mondo".

    Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla "potestà delle tenebre", e richiede dai suoi sudditi non solo l'animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell'uno e dell'altro ufficio?

    Regno universale e sociale

    D'altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall'esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: "Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli" (Brev. Rom. Inno del Mattutino dell'Epifania). Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: "L'impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo".

    Né v'è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: "Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati" (Act. 4, 12), è lui solo l'autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: "poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell'uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini" (S. Agostino, Lettera a Macedone, III).

    Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l'incolumità del loro potere, l'incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all'inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: "Allontanato, infatti - così lamentavamo - Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l'autorità appare senz'altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v'è ragione per cui uno debba comandare e l'altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali" (Pio Pp. XI, Enc. Ubi arcano Dei).

    Regno benefico

    Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza.

    In questo senso l'Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: "Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini" (I Cor. 7, 23). Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell'esigerne l'esecuzione. In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l'ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l'immagine e l'autorità di Cristo Dio e Uomo.

    Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne "per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri" e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: "II mio giogo è soave e il mio peso leggero"? (Matth. 11, 30)

    Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! "Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell'orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l'antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l'impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre" (Leone Pp. XIII, Enc. Annum sanctum, 25.V.1899).

    La Festa di Cristo Re

    Scopo della festa di Cristo Re

    E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re.

    Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell'informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo insomma. Invero, essendo l'uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell'animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale.

    D'altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l'altra, secondo che la necessità o l'utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell'era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché - come dice Sant’Agostino - le solennità dei Martiri fossero d'esortazione al martirio (Sant'Agostino, De Sanctis, Serm. 47). E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l'amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace.

    E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori.

    In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante.

    Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell'anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l'augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l'ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall'amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza.

    Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società.

    Il "laicismo"

    La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.

    I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica "Ubi arcano Dei" e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina.

    Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità.

    Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

    La preparazione storica della festa di Cristo Re

    E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore.

    Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo.

    A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali.

    E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione.

    Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano.

    In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

    L’istituzione della festa di Cristo Re

    Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l'ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente.

    In quest'anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1'Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l'Orbe cattolico durante quesl'Anno Santo.

    E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale.

    Basta infatti avvertire che mentre l'oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione.

    Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti.

    Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

    I vantaggi della festa di Cristo Re

    Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re.

    Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio.

    Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti.

    La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell'amministrare la giustizia, sia finalmente nell'informare l'animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi.

    Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di coteste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana.

    Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l'umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

    Conclusione

    Cristo regni!

    È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell'uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d'ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come "armi di giustizia" (Rom. 6, 13) offerte a Dio devono servire all'interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione.

    Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria.

    Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

    Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo [1925], quarto del Nostro Pontificato.

    PIO PP. XI




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    Jan Provost, Giudizio universale, 1525, Groeninge Museum, Bruges



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    Augustinus

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    Predefinito Dall'opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote (Cap. 25; PG 11, 495-499)

    Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e nel nostro cuore (cfr. Rm 10, 8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l'anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell'anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23).
    Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l'Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 24. 28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del
    Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l'iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2 Cor 6, 14-15).
    Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre « membra che appartengono alla terra» ( Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98, 5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 25, 26). Allora Cristo potrà dire dentro di noi: «Dov'è , o morte, il tuo pungiglione? Dov'è , o morte, la tua vittoria? » ( Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d'ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di « incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell'immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). Così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.

  6. #6
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    Predefinito Meditazione di Ecberto di Schönau

    Meditatio XIII, De Christo, in PL 158, 777-779.

    Per virtù propria Cristo è salito più in alto dei cieli; coeterno e consustanziale al Padre, egli siede alla sua destra, al di là di ogni perfezione angelica, in una gloria che gli è esclusiva. Vestito di luce divina come di un manto, è coronato di gloria e di onore, come conviene al Figlio unigenito di Dio. La sua gioia è serena, la sua onnipotenza è pienezza, in cielo come in terra egli è Signore. Là lo adorano tutti gli angeli di Dio, con la moltitudine degli abitanti della Gerusalemme celeste; tutti, di un solo cuore, si rallegrano con lui. La contemplazione di tutti i giusti si pasce del suo volto che irresistibilmente affascina . In lui convergono i desideri di tutti i santi; l'intera città celeste esulta per lui, lo loda, a lui applaude, mentre brilla dei molti riflessi del suo splendore. Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo d'Israele. Esultate, illustri patriarchi, nel vostro nobile Figlio, perché in lui si compie la vostra lunga attesa: Egli è grande e in lui, secondo la promessa divina, tutte le nazioni saranno benedette.

    Gioite nel grande profeta Gesù, voi profeti, uomini veraci; potete vedere attuato in modo magnifico tutto quello che di lui avete annunciato nello Spirito Santo; e grazie allo stesso Spirito siete stati trovati fedeli in tutte le vostre profezie. E voi, principi gloriosi del cielo, apostoli beati, gioite nel Signore Gesù, vostro maestro; ve lo ripeto, gioite con Cristo: Come intimi amici condividete la sua letizia: Colui che vedeste tra di voi soffrire la fame, la sete e tutte le infermità della carne, colui che vedeste disprezzato da tutti e messo tra i criminali, eccolo vincitore: Egli regna, l'universo è sotto i suoi piedi, egli è Signore, splende di gloria, di potenza e di beatitudine. Ora vi ha compagni della sua ineffabile gloria, voi che un tempo sapeste stargli vicino nella prova e condividere le sue persecuzioni. Adorate ora quelle amate ginocchia che si piegarono fino a terra davanti a voi che sedevate alla santissima cena. Adorate ora quelle mani sante e venerabili con cui il Re dei re si degnò lavare e pulire la polvere dei vostri piedi.

    Martiri vittoriosi, gioite in Gesù, principe della vostra milizia. Colui per il quale avete consegnato la vostra vita alla morte, eccolo qui in persona, Gesù, Figlio di Dio; è ora in vostro possesso, come premio della vostra battaglia. Santi testimoni della fede, santi dottori, gioite in Gesù, il sommo maestro di verità. Un tempo lo proclamaste davanti a tutti con la vostra santa dottrina e le vostre opere giuste; ora egli riconosce voi davanti al Padre e ai suoi angeli. Vergini, abitanti del paradiso, che imitate gli angeli, gioite in Gesù, vergine e santificatore della verginità. Colui che avete scelto come unico sposo, che avete desiderato con ardore, per amore del quale avete sprezzato gli amori della terra e le bellezze del mondo, eccolo ora davanti ai vostri occhi, lui il Figlio del gran Re. È vostro, potete riposare nei suoi casti amplessi, nessun inganno del tentatore può staccarlo da voi.

    Ma fra tutti gli abitatori del cielo, la gioia più grande spetta a te, o Maria: a te Vergine unica tra le vergini, rosa di celestiale bellezza, stella fulgidissima tra i primi astri che ricevono la luce divina. Nel tuo soavissimo Figlio Gesù, sola, sopra di tutti, godi una gioia incomparabile: Colui che hai dato alla luce come figlio dell'uomo, che hai nutrito col tuo seno, ora lo adori in compagnia degli angeli e di tutti gli abitanti del cielo, come Dio vivo e vero. Rallègrati, Madre fortunata: colui che vedesti pendere dalla croce ora lo contempli regnare in cielo gloriosissimo. Tu vedi le più alte potenze dei cieli, della terra e del mondo inferiore, prosternate ai suoi piedi: i suoi nemici sono stati sconfitti per sempre. Rallègrati, beata Gerusalemme dell'alto, nostra madre: tu hai la pienezza della gioia, perché sei la santità di tutti i santi; celebra una festa lieta e senza fine nella visione di pace, nella contemplazione di Gesù, tuo liberatore. E a te, Figlio unigenito di Dio, con il Padre eterno e lo Spirito Santo sia lode incessante, gloria intangibile, regno inconcusso per i secoli eterni. Amen.

  7. #7
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    Predefinito Dai Trattati di sant'Agostino sul vangelo di Giovanni

    In Io, CXV, 2-4, in PL 35, 1935-1941.

    Ascoltate, regni tutti della terra. Cristo si rivolge a voi e dice: Io non intralcio la vostra sovranità in questo mondo. Il mio regno non è di questo mondo. Non lasciatevi prendere dall'assurdo timore di Erode che, alla notizia della nascita di Cristo, si allarmò, e per poter colpire lui uccise tanti bambini, mostrandosi crudele più nella paura che nella rabbia. Il mio regno - dice il Signore - non è di questo mondo. Che volete di più? Venite nel regno che non è di questo mondo; venite credendo, e non vogliate diventare crudeli per paura. È vero che in una profezia, Cristo, riferendosi a Dio Padre, dice: Da lui sono stato costituito sovrano sul Sion, suo monte santo; ma questo monte e quella Sion, di cui parla, non sono di questo mondo. Quale è infatti il suo regno se non i credenti in lui, a proposito dei quali dice: Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo? Eppure egli voleva che essi rimanessero nel mondo, per cui chiese al Padre: Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Ecco perché anche qui non dice: Il mio regno non è in questo mondo, ma dice: Il mio regno non è di questo mondo. E dopo aver provato la sua affermazione col dire: Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei, non dice: Ora il mio regno non si trova quaggiù, ma dice: Il mio regno non è di quaggiù.

    Il regno di Cristo è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania fino al momento della mietitura, che avverrà appunto alla fine dei tempi, quando verranno i mietitori, cioè gli angeli, a togliere via dal suo regno tutti gli scandali. E questo non potrebbe certo avvenire se il suo regno non fosse qui in terra. Tuttavia, esso non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo. È precisamente agli appartenenti al suo regno che egli si riferisce quando afferma: Non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo. Erano dunque del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno, e appartenevano al principe del mondo. È del mondo tutto ciò che di umano è stato sì creato dal vero Dio, ma è stato generato dalla stirpe corrotta e dannata di Adamo; è diventato però regno di Dio e non è più di questo mondo, tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato. In questo modo Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore. Appunto di questo regno egli dice: Il mio regno non è di questo mondo, e anche: Il mio regno non è di quaggiù. Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici, io sono re”. Il Signore non esita a dichiararsi re, ma la sua espressione: Tu lo dici, è così misurata che non nega di essere re (re, si intende, di un regno che non è di questo mondo), ma neppure afferma di esserlo in quanto ciò potrebbe far pensare che il suo regno sia di questo mondo. Tale infatti lo considerava Pilato che gli aveva domandato: Dunque tu sei re? Gesù risponde: Tu lo dici, io sono re. Usa l'espressione: Tu lo dici, come a dire: Tu hai una mentalità carnale e perciò non puoi esprimerti che così.

    Cristo prosegue: Per questo io sono nato, e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Non dice: Sono nato in questa condizione, ma: Per questo sono venuto nel mondo. Nel testo greco questa espressione non è affatto ambigua. Risulta quindi chiaro che il Signore parla qui della sua nascita temporale mediante la quale incarnandosi è venuto nel mondo; non parla della sua nascita senza principio, per cui è Dio, per mezzo del quale il Padre ha creato il mondo. Egli afferma di essere nato per questo, e di essere venuto nel mondo nascendo dalla Vergine per questo, per rendere cioè testimonianza alla verità. Ma siccome la fede non è di tutti, soggiunge: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. La ascolta con l'udito interiore, cioè obbedisce alla mia voce: e questo è come dire che crede in me. Rendendo testimonianza alla verità, Cristo rende testimonianza a se stesso; non ha forse affermato: Io sono la verità, e in un altro passo: Io do testimonianza di me stesso?

    Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Così Gesù vuole sottolineare la grazia con la quale egli, secondo il suo disegno, ci chiama. A proposito di questo disegno l'Apostolo dice: Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno, cioè secondo il disegno di colui che chiama, non di coloro che sono chiamati. Paolo esprime questo concetto ancor più chiaramente quando dice: Soffri anche tu per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia. Se infatti consideriamo la natura nella quale siamo stati creati, chi non è dalla verità, dato che è la verità ad aver creato tutti gli uomini? Ma non a tutti la verità concede di ascoltarla, nel senso di obbedire alla verità e di credere in essa: certo senza alcun merito precedente, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. Se il Signore avesse detto: Chiunque ascolta la mia voce è dalla verità, si poteva pensare che uno è dalla verità per il fatto che obbedisce alla verità. Ma egli non dice così, bensì: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Non è costui dalla verità, perché ascolta la sua voce, ma ascolta la sua voce perché è dalla verità, avendogli la verità stessa concesso questa grazia. E che altro vuol dire questo, se non che è per grazia di Cristo che si crede in Cristo?

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    Predefinito Da "La vita in Cristo " di Nicola Cabasilas.

    De vita in Christo, IV, 7; VI, 2, in PG 150, 618‑622.650‑651.

    Cristo Re

    Per salvare il genere umano, Dio non mandò un angelo, ma venne lui stesso. Poiché voleva istruire gli uomini, non si fermò in una regione determinata, non invitò colà quelli che avrebbero dovuto ascoltarlo; ha percorso lui stesso la nostra terra, per comunicarci le sue parole. Egli andava di porta in porta non soltanto per parlare a chi ne aveva bisogno, ma anche per guarire i malati con la sua presenza e il contatto della sua mano. Infatti la Scrittura ci dice che Gesù creò gli occhi del cieco nato, mettendogli sul volto del fango che egli stesso aveva fatto, sputando in terra e impastandolo con il dito e prendendolo In mano (Gv 9, 6). Accostatosi toccò la bara del figlio della vedova di Nain (Gv 11, 38-43), si fermò davanti al sepolcro di Lazzaro e da vicino emise un grido (Gv 11, 38-43). Eppure, se avesse voluto, anche da lontano con una parola o con un cenno soltanto, avrebbe potuto operare questi prodigi e altri anche più grandi, lui che in tal modo aveva creato l'universo. Ma se operando di lontano avrebbe dato una prova efficace della sua potenza, cosi invece da un segno del suo amore per gli uomini, di quell'amore che era venuto a rivelare.

    Quando bisognò liberare i prigionieri negli inferi, Cristo non affidò l'impresa a degli angeli o a degli arcangeli: scese lui stesso in quel carcere,. Ottenne che i prigionieri ricuperassero la libertà non certo gratuitamente, ma al prezzo di un riscatto, perché li libero versando il suo sangue. Cosi da quel tempo fino l'ultimo giorno, Cristo riscatta gli uomini dai loro peccati, rimette il debito e li lava dalle loro macchie. Compie lui stesso questa liberazione, come dichiara la lettera agli Ebrei: Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della Maestà nell'alto dei cieli (Eb 1, 3)? Perciò egli si definisce come colui che serve (Lc 22, 27) e dichiara di essere venuto dal Padre nel mondo per servire (Mt 20, 28). Ma il colmo è che Cristo non si è solo rivestito dell'umana debolezza durante la vita terrena, ma la rivestirà anche nella vita futura. Quando si presento quaggiu non venne per giudicare il mondo e si presento come uno schiavo, velando tutte le sue proprieta di Signore. Ma allorche verrà con potenza e apparira nella gloria del Padre, all'ora della sua manifestazione gloriosa, egli si cingera le vesti, li fara mettere a tavola e passera a servirli.

    I re della terra dominano grazie al potere dato loro da Dio. Cristo invece basta a se stesso per esercitare la propria regalita pura e autentica, senza bisogno di ricorrere ad altri. Egli governa come il più amabile degli amici, il più esigente dei principi, il più misericordioso dei padri; è congiunto più intimamente che le membra ed è più necessario del cuore. Non domina i suoi con il timore, non li assoggetta a prezzo di mercede, ma ha in sé la forza del suo imperio, cosi come da lui solo avvince a sé i sudditi. Chi regna mediante il timore o a prezzo di denaro, non è un vero re, perché allora l'obbedienza è dovuta a minacce o a speranze. Come non si può dire che un re governi in senso proprio se riceve il potere da una causa esterna, cosi è impossibile servire davvero Dio quando ci assoggettiamo a lui per il timore o per il premio.

    Bisognava che Cristo regnasse con un'autorita ineccepibile, perché qualsiasi altro modo di governo non gli si addiceva. Egli escogito a tal fine un progetto paradossale straordinario. Per essere il vero Signore, prese la natura di servo e si fece schiavo dei suoi schiavi fino alla morte in croce. Così conquista le anime degli schiavi e soggioga direttamente la loro volontà. Sapendo che questo ministero di servitù è la causa della regalità, Paolo scrive: Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato (Fil 2, 8). E il mirabile Isaia aggiunge: Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi (Is 53, 12).

    Per la prima creazione, Cristo è Signore della nostra natura: ma per la nuova creazione egli domina sulla nostra volontà. Questo, si, è un vero regnare sempre sugli uomini, dal momento che la liberta della ragione e l'autonomia della volontà costituiscono l'uomo. Cristo ha legato queste facoltà assoggettandole, per cui dice: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28, 18). Lui, che è il Signore del mondo, prima dei secoli, parla come se il suo potere fosse qualcosa di nuovo che debba essere riconosciuto dalle creature. In realtà le parole del salmista: Dio regna sui popoli (Sal 46, 9), alludono a questo Regno per il quale le genti sono membra dello stesso corpo e compartecipi del Salvatore, come annunzia san Paolo (Ef 3, 6). Unendosi infatti una volta per sempre ai corpi e alle anime, il Salvatore si fa Signore non solo del corpo ma dell'anima dei suoi sudditi. Egli esercita il suo dominio in modo pieno e perfetto, cosi come l'anima regge il corpo e il capo le membra.

    Quelli che vogliono amare il giogo di Cristo sono mossi da lui, come se non vivessero più con la propria ragione e non seguissero più l'autonomia della propria volontà. Davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre (Sal 72, 22-23), dice il salmista. Questo significa odiare la propria vita e perderla, e perdendola salvarla; quando prevale la nuova creatura, il nuovo Adamo sopraffa il vecchio e non resta nulla dell'antico fermento: ne nascita, ne vita, ne morte.

    Nulla è tanto sacro quanto l'uomo, dal momento che Dio è entrato in comunione con la sua natura umana. Riflettiamo infatti: chi è colui davanti al quale si pieghera ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra (Fil 2, 10)? Chi è colui che verrà sulle nubi del cielo con molta potenza e gloria e incomparabile splendore? E' un uomo realmente, come è realmente Dio. Ognuno di noi davvero può risplendere più del sole innalzandosi sopra le nubi vedere quel corpo di Dio sollevarsi verso di lui, volare a lui, accedere alla sua presenza e contemplarlo serenamente. Quando il Signore si manifesterà, sarà circondato dal coro dei servi buoni, e al suo risplendere anch'essi risplenderanno. Quale spettacolo! Vedere una moltitudine innumerevole di luci al di sopra delle nubi, uomini rapiti in alto a celebrare una festa solenne senza confronto: intorno a Dio un popolo di dei, belli che circondano il Bello, servi che stanno attorno al loro padrone. Il Signore non è geloso di associare i suoi servi al proprio splendore e non considera una diminuzione della sua gloria l'assumere molti a far parte del suo Regno.

    Il Signore non ci tratta come suoi schiavi, non ci mantiene nel rango dei servi, ma ci considera amici, secondo una legge di amicizia, che lui stesso ha stabilito fin dal principio. Egli vuole condividere tutto con noi: non solo questo o quel bene, ma persino il Regno e la corona. Questo appunto considera san Paolo quando dice che siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo e regneremo con Cristo se avremo partecipato ai suoi patimenti (Rm 8, 17). Quale gaudio può gareggiare con tale visione? Saremo un coro di beati, una moltitudine esultante! La luce splendente discende dal cielo sulla terra, ma dalla terra nasceranno poi altri soli grazie al Sole di giustizia, e tutto si riempirà di luce. Il coro dei beati sarà composto da tutti quelli che avranno provato il loro amore generoso per Cristo con l'esercizio della virtù, i patimenti, le fatiche e la cura dei propri simili. Essi imitarono Cristo nella sua immolazione e si consegnarono alla spada, al fuoco, alla morte. Sui corpi luminosi essi mostreranno ancora le cicatrici, porteranno in trionfo i segni delle piaghe come titoli di gloria. Una corona di eroi, resi illustri da nobili ferite, starà attorno al Re che, lasciandosi immolare, ha vinto e come dice l'Apostolo è stato coronato,di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto (Eb-2,9).

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    Predefinito Dalle Omelie di Teofilatto sul Vangelo di Giovanni

    Enarratio In Ev. Ioannis, in PG 124, 258-259.

    Pilato chiama Gesù in disparte, poiché aveva un'alta opinione di lui e voleva conoscere ogni cosa per liberarlo dal complotto dei Giudei. Se lo porta nel mezzo e lo interroga se sia re, facendosi l'eco delle dicerie che circolavano sul conto del Signore. Ma Gesù gli domanda se affermi ciò da sé oppure per sentito dire. Il Signore conosceva la risposta, ma voleva far venire a galla le malvagie intenzioni dei Giudei, perché fossero biasimate dal governatore. Pilato si schermisce, adducendo che ha appena avuto l'informazione dai capi del popolo. In altri termini: il Signore interroga Pilato se parli per convinzione propria oppure sia inerte ripetitore di affermazioni altrui. In questo secondo caso, Gesù gli insinua il sottile rimprovero di agire da incosciente che condanna senza giudizio, quasi a dire: "Se sostieni tu che io sono re, mostrami le prove della mia ribellione; ma se altri te l'hanno deferito, perché non fai un'inchiesta minuziosa?".

    Pilato non spiega quali denunzie abbia ricevuto; si limita a seguire supinamente le accuse della folla e se la cava con un laconico: Ti hanno consegnato a me. Quindi aggiunge: Che cosa hai fatto? - parole che lasciano trasparire la sua nausea fino all'esasperazione. Cristo, pero, gli risponde: Il mio regno non è di questo mondo.Cosi dicendo, dà a Pilato due importanti rettifiche. Anzitutto avverte il suo interlocutore di non essere un semplice uomo e di non avere un'estrazione terrestre, perché è Dio e Figlio di Dio. Poi dissipa il sospetto di un colpo di stato, dicendo: Il mio regno non è di questo mondo. Non prendermi, perciò, come un mestatore o un sedizioso, perché se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. La frase focalizza la debolezza dei regni umani, la cui consistenza sta appunto nel sudditi. Invece il regno dei cieli si gestisce da sé, e non ha bisogno di nessuno.

    Cristo parla chiaro: Il mio regno non e di questo mondo. Il mio regno non é di quaggiù. Invece non ha detto che la sua regalità non stia qui nel mondo, poiché essa viene dal cielo ed è anteriore al tempo; pero si attua in questo mondo che egli governa secondo la sua volontà divina. La dominazione di Cristo non è originaria di quaggiù, ma vi è esercitata senza trarre consistenza dalle realta terrene o essere peritura.Altrimenti, se questo mondo non gli appartenesse. come dovremmo intendere la frase: Venne fra la sua gente (Gv 1, 11)? Percio, quando Pilato interroga il Signore se egli sia re, Gesù risponde: Per questo sono nato, cioè per essere Re, poiché lo sono. Sono infatti nato da Dio Padre; sono Re, perché Figlio del Re.

    Quando il vangelo dice che il Padre ha dato al Figlio la vita, il potere di giudicare e ogni altra cosa (Gv 5, 26-27), si deve intendere quel "dare" nel senso di "generare". Cioè Cristo ha ricevuto dal Padre, per natura, la generazione, la vita e il giudizio, perché è suo Figlio. Sono venuto nel mondo aggiunge Cristo, proprio per annunziare e insegnare questo, per rendere tutti gli uomini persuasi ch'io sono il loro Re e Signore. Per far breccia sul cuore di Pilato e convincerlo ad accogliere la sua testimonianza, Gesù conclude: Chiunque e dalla verità, ascolta la mia voce. Anche tu, Pilato, se sei figlio della verità, se la desideri, ascolterai la mia voce e crederai nella mia regalità. lo non sono però Re come quelli del mondo e non mi sono conquistato il potere, ma lo posseggo per natura da Dio, il Re che mi ha generato.


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    Predefinito

    Domenico Ghirlandaio, Cristo in gloria con quattro santi e donatore, 1492 circa, Pinacoteca Comunale, Volterra

    Hans Memling, Trittico del Giudizio Universale (pannello centrale), 1467-71, Muzeum Narodowe, Gdansk

    Michelangelo Buonarroti, Cristo portacroce, 1521, Basilica di Santa Maria sopra Minerva, Roma

    Michelangelo Buonarroti, Cristo giudice, partic. del Giudizio Universale, 1537-41, Cappella Sistina, Vaticano, Roma

    Rogier van der Weyden, Giudizio universale, 1446-52, Musée de l'Hôtel Dieu, Beaune

 

 
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