Maurizio Blondet
28/10/2005

NEW YORK - Stavolta ad andare a fondo non è un solo un hedge fund, uno di quei fondi altamente speculativi che perdono il denaro dei clienti in fantasiose operazioni sui derivati.
A dichiarare fallimento, il 17 ottobre, è stata la Refco Inc.: la più grossa ditta indipendente di «broker» sui derivati, un’istituzione finanziaria che sta (o stava) all’intersezione dei mercati dei futures più famosi - Chicago e Londra, Singapore e New York - per conto di migliaia di clienti, fra cui centinaia di hedge funds.
Si è scoperto che la Refco falsificava i bilanci da ben sette anni, per celare le sue perdite speculative senza copertura.
Tali perdite risalivano al 1998, anno di grandi crisi finanziarie: i Buoni del Tesoro russi fasulli, il crollo delle borse asiatiche, il collasso del Long Term Management Capital (LTMC), un fondo speculativo gestito da due premi Nobel (già) e andato a pallino per migliaia di milioni di dollari.



La caduta della Refco ci dice una cosa agghiacciante: nell’oscuro mondo dei derivati (buco nero della finanza globale) i disastri possono restare nascosti per anni, aggravandosi di giorno in giorno, fino a mettere a rischio l’intero sistema del credito.
Philip Bennett, presidente esecutivo della Refco, aveva stabilito una relazione molto speciale con un fondo speculativo, il Liberty Corner Capital del New Jersey: vi trasferiva le perdite di 430 milioni di dollari, poi il Liberty Corner rimbalzava questo buco contabile ad una filiale della Refco che era sotto l’esclusivo controllo di Bennett.
E così via, avanti e indietro, in un rimbalzo contabile che consentiva di nascondere il deficit.
Altro messaggio dal buco nero dei derivati: in quel mercato la frode è comune, e si può nascondere alle autorità di controllo qualunque transazione.
Anche e soprattutto quelle delle mafie criminali che devono riciclare il loro denaro sporco.



Per Bennett, la giostra è finita il 10 ottobre scorso, quando è stato licenziato.
Il giorno dopo è stato arrestato, e rilasciato sulla cauzione - che il delinquente è stato in grado di pagare - di 50 milioni di dollari.
Le azioni della Refco sono cadute del 72% e infine sospese dal mercato il 14 ottobre.
Migliaia di azionisti e clienti si sono trovati senza il becco di un quattrino; Bennett aveva ancora almeno 50 milioni di dollari.
Riflettano i risparmiatori, quando un nuovo Bennett vi proporrà di arricchirvi se gli affidate i vostri risparmi.
La SEC, l’ente di controllo della Borsa di New York, ha appena cominciato l’indagine, e la Banca Centrale (Federal Reserve) cercava freneticamente di tappare l’enorme falla.

Il problema: come mantenere in vita tutti i contratti sui derivati in corso attraverso la Refco?
Quel genere di contratti richiede pagamenti periodici da servire, i «margin call»: e chi pagava, se la Refco non c’era più?
Tanto più che i suoi clienti spaventati avevano tirato via i loro capitali, o quel che ne restava, ai primi sentori del crack.
La falla rischiava di trascinare nelle insolvenze a catena l’intero mercato dei derivati, che vale sulla carta decine di trilioni di dollari.
Lo ha ammesso con velati eufemismi il presidente della SEC, Chris Cox: «c’è sempre il rischio che casi singoli abbiano effetti più vasti. Per questo la SEC ha un’unità speciale per guardare oltre l’orizzonte e dietro gli angoli, onde scoprire se questi rischi si materializzino».



Il New York Times ha definito il caso Refco «pauroso», per una semplice ragione: a febbraio, con capitali di 150 milioni di dollari, la Refco aveva esposizioni («attivi», nel gergo truffaldino dei derivati) per 49 miliardi di dollari, e a maggio aveva contratti derivati (esposizioni) fuori bilancio per 150 miliardi di dollari.
Il decuplo delle sue riserve.
Un tasso di riserve dello 0,3% rispetto alle esposizioni.
E’ l’insolvenza, la regola occulta in questo «mercato».
Il fallimento ha rischiato di far collassate anche la Borsa Merci di Chicago, la più importante piazza di futures su ogni genere di bene: grano, valute, metalli.
Il 10% di tutti i contratti negoziati a Chicago avevano la Refco come controparte.
La Borsa merci è crollata dell’8% il giorno dell’arresto di Bennett.



Ecco come i derivati possono trascinare nella loro rovina l’economia reale, quella che ci dà da mangiare.
La Refco controllava il 60% dei buoni del Tesoro del Brasile e di Argentina negoziati a New York; era attiva in 14 paesi, con 20 mila clienti, fra cui importanti fondi speculativi.
Senza contare che una decina di grandi banche, Bank of America, Credit Suisse, Deutsche Bank, avevano accordato alla Refco, solo l’anno scorso, un credito di 800 milioni di dollari (non piangete sulle banche, erano soldi dei risparmiatori).
L’assicuratrice gigante AIG (American International Group) copriva i bisogni di credito e breve della Refco.
Ora Credit Suisse, First Boston e Goldman Sachs subiranno - come le banche complici del caso Parmalat - azioni giudiziarie di recupero, visto che garantirono l’offerta pubblica iniziale della Refco solo l’11 agosto, due mesi prima della catastrofe: chi ha comprato quei titoli si trova adesso con uno zero nel portafoglio.



La Goldman Sachs s’è presa parecchie responsabilità, e si addosserà gran parte del peso del crack: un bell’affare della più potente e pregiata banca d’affari.
Ma c’è di peggio.
Nel giorno del suo licenziamento, Bennett ha pagato di colpo alla Refco i 430 milioni di dollari del buco a lungo nascosto.
Come ha fatto?
Li aveva ricevuti caldi caldi dalla fonte più insolita: la banca dei sindacati austriaci, la BAWAG (Bank fur Arbeit un Wirtschaft AG).
Questa banca aveva dato 350 milioni di euro direttamente a Bennet (più 70 alla Refco) accettando come garanzia il portafoglio di azioni privato di Bennett: che comprendeva il 35% della proprietà della Refco.
Un portafoglio il cui valore si stava riducendo, in quelle ore, a zero.



Così oggi la banca «dei lavoratori» austriaca si ritrova padrona di un terzo di una finanziaria decotta, coinvolta nei derivati a livello mondiale.
E si è scoperto come i capi sindacali, socialisti da sempre vicini ai governi socialisti austriaci, trattavano i risparmi dei lavoratori e soci.
Già nel ‘94 si scoprì che il figlio del capo della BAWAG Walter Floett aveva incanalato 2 miliardi di dollari della banca in un fondo che trattava in derivati dai Caraibi.
Quando il fatto fu scoperto, i contratti dovettero essere sciolti, e la Refco partecipò a questo discreto salvataggio.
Altro aiuto, la Bayerische Landesbank tedesca acquistò il 46% della proprietà della BAWAG.
Ma la lezione non servì.
Nel 1999, la BAWAG è diventata azionista al 10% della Refco, rilanciandosi così nel mondo dei derivati.
Un anno dopo, si fondeva con la Postbank, altra banca austriaca; nel 2004, i sindacati austriaci ricompravano il pacchetto del 46% detenuto dalla Bayerische, e rivendette le azioni Refco.

Gli abbracci, movimenti e oscuri rimestii fra sindacalisti socialisti e finanza speculativa durano, come si vede , da un decennio. E probabilmente, le pensioni di migliaia di lavoratori tedeschi, iscritti al sindacato e al suo fondo previdenziale, sono spariti con i 430 milioni di dollari della Refco.
Perché abbiamo rievocato questo fatto, che sembra così lontano dalla polemica su Celentano e Santoro, dall’«isola dei famosi», insomma da ciò che assilla e preoccupa il pubblico italiano?
Perché una lettrice ci ha chiesto di spiegare, giorni fa, in che cosa può consistere un «collasso dei derivati».
Ecco un esempio.
E ci sono decine di altre Refco in condizioni simili: frode contabile, insolvenza, appropriazioni indebite, bassezza morale sono parte integrante di questo settore estremo della speculazione.
E tutte le banche, più o meno, ci sono coinvolte.
La vostra banca: quella in cui avete i risparmi.

Maurizio Blondet



(Fonte: Lothar Komp, «Derivatives trader Refco files for bankruptcy», Executive Intelligence Review, 28 ottobre 2005.)






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