editoriale
Com'è attuale il nichilismo sotto gli zar
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Pigi Colognesi
Alla fine zar Nicola dovette cedere. Dopo un anno di scioperi e manifestazioni firmò, esattamente cento anni fa, il Decreto che dava alla Russia una parvenza di costituzionalità. Era solo parvenza: i parlamenti che si succedettero non funzionarono e il sovrano si riprese il potere assoluto.
Il fallimento della «rivoluzione» del 1905 fu subito chiaro. Soprattutto per quel gruppo di intellettuali (tra di loro, nomi dal futuro importante come Berdjaev, Bulgakov, Struve, Frank) che raccolse le proprie riflessioni nel volume Vechi.
Sorprendentemente questi intellettuali, però, non se la prendevano tanto con il potere zarista quanto con i propri colleghi dell'«intelligentija». Tirando le somme di una evoluzione che aveva portato molti di loro dall'ateismo alla riscoperta del cristianesimo, essi si accorsero che il marcio della società russa non era tanto nello strapotere poliziesco e burocratico della corte di Pietroburgo, ma nell'avanzare di un «nichilismo moralistico» (l'accostamento inedito tra questi due atteggiamenti è di Frank) abbracciato, sostenuto e divulgato dagli «intelligenty».
La loro riflessione (di cui si occupa in questo fine settimana l'annuale convegno della Fondazione Russia Cristiana) ha degli aspetti di attualità straordinari. Faccio solo qualche accenno esemplificativo, rimandando il lettore al volume che è disponibile in italiano. La prima bordata è di Berdjaev: l'«intelligentija» (e possiamo tranquillamente leggere dietro questa espressione i nostri guru dei media, delle università o anche dello spettacolo) non si muove per un «amore disinteressato alla verità»; c'è sempre qualcosa prima, fosse pure una certa idea di progresso o di giustizia, al quale ogni ricerca del vero viene assoggettata. Bulgakov rincara la dose: rifiutando aprioristicamente ogni seria indagine personale sul fattore religioso, i sedicenti maestri del pensiero hanno prodotto il mostro dell'eroe «laico», che si differenzia dall'asceta cristiano per la sua totale mancanza di umiltà (che è la parola più sconosciuta - dice il futuro teologo - ai nostri intellettuali. E basta leggere un qualsiasi dibattito culturale sui giornali o vedere un talk show per dargli ragione).
Si finisce così inevitabilmente nel nichilismo, analizzato con acutezza da Frank; sua la folgorante definizione dell'intellettuale come «monaco militante della religione nichilistica del benessere materiale». Leggendo poi il saggio di Izgoev sulla gioventù si può fare il simpatico esperimento di applicare le sue riflessioni sui propri contemporanei alla traiettoria di tanti nostri scrittori, registi, professori, contestatori vari: «Un giovane ardente d'ideali, pieno di elevati slanci rivoluzionari, non appena riceve il diploma in un batter d'occhio si trasforma o in un impiegato carrierista o in un egoistico uomo d'affari». Gli autori di Vechi si ritrovarono nel 1918 per commentare la rivoluzione bolscevica, ma il nuovo potere non permise la pubblicazione del volume e poi li espulse dall'Urss. La loro lezione era troppo vera e, quindi, pericolosa. Lo è tuttora.




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