EMERGENZA SANITARIA
L’impegno in Mozambico e a Capo Verde: «Quando sono arrivato nell’isola c’erano 800 malati, alla mia partenza ne erano rimasti 50»
Lebbra, dramma dimenticato dal mondo
L’esperienza dei volontari: «Se ci si mobilita, peggiorano le statistiche, perché si arriva in zone abbandonate a se stesse»«Il più bel ricordo? Una ragazza africana che con il nostro aiuto rifiutò d’andare nella foresta, guarì e ritornò al suo villaggio»
Dal Nostro Inviato A Pescara Lucia Bellaspiga
Lebbra. Solo la parola fa paura. L'immagine che viene è quella deforme di mani e piedi senza dita, corpi mutilati e tumefatti, volti simili a teschi, vuoti le orbite e il naso. Perché la lebbra ti smangia e ti rende cieco, ti colpisce la pelle poi entra, prende i nervi, i muscoli, le ossa. Prima c'è il dolore, insopportabile, quindi si perde la sensibilità, e il movimento.
Non c'è epoca e non esiste società che non abbia messo al bando i lebbrosi, ancora oggi scacciati dalle comunità, rinchiusi in ghetti fetidi, sorvegliati dietro recinti di filo spinato, abbandonati nei deserti o nelle foreste, persino sugli scogli, in modo che trovino morte certa lontano dagli occhi dei sani. Sono forse venti milioni nel mondo, (in Italia nuovi dieci casi l'anno), ma sono venti milioni di paradossi: perché la lebbra si cura facilmente, presto, con pochi spiccioli e fino a guarigione completa. La lebbra, insomma, è un problema risolvibile. O così sarebbe, se ignoranza, superstizione e indifferenza non ne facessero un flagello.
Tra i lebbrosi senza paura
È al convegno dell'Aifo, l'Associazione amici di Raoul Follereau, che incontriamo Massimo Tomaselli, 41enne, romano, coordinatore dell'Aifo per il Mozambico. Non è medico, «perché la lebbra prospera dove c'è povertà, dove mancano pozzi, igiene, latrine, cibo», così i responsabili dei progetti sono spesso ingegneri come lui. La sua vita, con la moglie francese e i loro tre bambini, è tra i lebbrosi. La domanda è automatica: ma non ha paura del contagio? «Io? E perché? - dice irridente - si cura!». Poi spiega meglio: «Tu hai paura di prendere il raffreddore? Non te ne importa niente, no?». Chiaro. Ma allora l'incubo mondiale, quei reietti tumefatti, la segregazione? Se la lebbra si cura, perché non lo si fa? Sorride a metà tra pazienza e commiserazione: «Anche la fame si sa come guarirla: duemila calorie a persona, eppure...». «E per favore, non scriva anche lei di milioni di morti di lebbra...». Semplicement e perché di lebbra non si muore: il bacillo (diffuso non per semplice contatto ma la saliva o uno starnuto) è lentissimo, ti cova dentro anche venti anni senza sintomi, poi la prima macchia sulla pelle, la deformità, il "mostro", lo stigma, il marchio, l'abbandono...
L'«imbroglio» dei numeri
Secondo i piani dell'Oms, la lebbra doveva sparire dal mondo entro il 2005. Ora ci siamo. Ma ci sono quei venti milioni di lebbrosi, e soprattutto quei 380mila casi nuovi l'anno, pochi rispetto ai 760mila del 2002. Buon segno, no, dottore? «In teoria sì, il crollo di infettati significa che il lavoro dell'Oms e delle Ong in Africa, Asia e Sud America sta dando i suoi frutti: se individui presto il malato e gli somministri gli antibiotici, subito smette di essere contagioso ed entro sei mesi-un anno è guarito...». Perché in teoria? C'è sotto dell'altro? C'è. E riguarda la "contabilità" nei registri mondiali: «Quando medici e volontari raggiungono le zone più povere e desolate, di lebbrosi ne trovano sempre più. Se invece si fermano e lavorano un po' meno... i casi caleranno per forza! Insomma: meno attività faccio e più belli sono i numeretti». Un esempio lampante è la recente esplosione di lebbra a Tambara, in Mozambico: «Un nuovo contagio? No, semplicemente abbiamo raggiunto un'isola nel fiume Zambesi dove erano tutti malati ma nessun medico era mai arrivato».
«Tra la feccia dell'umanità»
In India come in Africa o in Brasile, la storia è sempre quella, i malati sono espulsi definitivamente dal clan e nemmeno la guarigione li salverà: "lebbrosi" per sempre. «La vera guerra è contro questo marchio a fuoco, non contro un bacillo ormai sconfitto», dicono i volontari Aifo. «Il più bel ricordo? Il giorno in cui una ragazza africana col nostro aiuto rifiutò di essere gettata nella foresta, raggiunse il centro di salute, guarì, tornò al villaggio, ebbe la forza di imporsi e dopo due anni si sposò». Sembrano "innamorati" della lebbra i tanti volontari torn ati in Italia da ogni parte del mondo per il convegno dell'Aifo. Sono ricchi dentro, anche se «tra i reietti non ci vai per fare soldi, ma per un'idealità». «Sì - ammette Tomaselli - la lebbra mi attira, perché dove c'è lei c'è la feccia dell'umanità, trovi di certo i più sfortunati, sei dove nessuna Ong può andare perché manca la strada, il giornalista non arriva perché "per l'intervista un lebbroso di città mi va benissimo", non esiste una scuola, niente...». La lebbra è figlia dell'indigenza più che del bacillo, tanto che in Europa è quasi scomparsa quando ancora i medicinali non esistevano, semplicemente col benessere. «Quello che invece non potremo mai curare sono le orrende disabilità degli ex malati». Chi ha mani e piedi si trascina spesso tra cancrene perché non sente il dolore ma, quando si ferisce, la cancrena avanza inesorabile.
Il medico si sposa nel lebbrosario
Abituati a incutere disgusto, sono gli stessi lebbrosi a ritirarsi e desiderare l'oblio. Loro stessi a rifuggire il contatto fisico. E tra gli intoccabili ha scelto di fare la sua festa di nozze Mario Figoni, medico infettivologo, 48 anni, romano, divenuto esperto nei lebbrosari dell'India e poi di mezza Africa. Un filmino da mostrare agli amici - questo sì -, non tra spiagge esotiche ma nel lebbrosario di Fogo, isole di Capo Verde: una selva di mani tese ad abbracciarlo seppure senza dita, sorrisi, nessuna paura del "contatto". La moglie Milita è di Capo Verde, lavorava nella farmacia dell'ospedale locale e l'ha conosciuta tenendo corsi di aggiornamento sulla malattia. Hanno due bambini, il motivo per cui, quando di recente il più grande ha preso la malaria, sono venuti a vivere in Italia: «Oggi curo l'Aids al Cotugno di Napoli». Però ogni anno quando ha le ferie torna giù tra i suoi lebbrosi, «in Ciad, Mali, Ghana...». Anche lui "contagiato" dal volontariato, una «malattia cronica, proprio come la lebbra». Il suo è un amore che nasce da lontano, quando, appena laureato, va in Afri ca con Mani Tese, poi prosegue con le missioni targate Aifo e la guerra alla lebbra: «A Capo Verde sono arrivato che c'erano 800 malati, sono ripartito che ce n'erano 50. È la mia gratificazione più grande».
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