Maurizio Blondet
30/10/2005

NEW YORK - Un nome: e la memoria fa trillare il campanello.
Il nome è quello di Detlev Mehlis, il procuratore tedesco che, al termine dell'inchiesta commissionatagli dall'ONU sull'assassinio del libanese Rafik Hariri, ha accusato la Siria e i suoi servizi dell'attentato.
L'accusa, portata al Consiglio di Sicurezza, è il preliminare per sanzioni o anche azioni militari contro Damasco.
La Siria, ovviamente, nega disperatamente: a che scopo avrebbe ammazzato Hariri, se la reazione internazionale l'ha poi costretta ad abbandonare il Libano?
Ma a Damasco, si sa, nessuno crede: non è un regime terrorista, che appoggia i terroristi in Iraq?
Però qualche dubbio nasce in un settore insospettabile di filo-arabismo.
Il settimanale tedesco Der Spiegel, per esempio.



In una propria inchiesta sull'inchiesta (1), Der Spiegel ha scoperto che
il teste chiave usato da Mehlis per sostenere l'accusa, tale Zuheir al-Siddiq, è un noto truffatore, più volte condannato in Siria per sottrazioni di denaro.
Siddiq ha detto invece di sé, alla Commissione d'inchiesta ONU, di essere un ex agente dei servizi siriani.
Dapprima ha detto di aver lasciato Beirut due mesi prima dell'attentato ad Hariri; poi ha cambiato versione: non solo era a Beirut, ma aveva preso parte alla preparazione dell'assassinio.
Aveva ospitato a casa sua vari agenti siriani venuti per uccidere il capo libanese.
Come mai questa auto-accusa, con relativa e utile chiamata in correità? Der Spiegel ha forti sospetti che Siddiq sia stato pagato per cambiare versione.



I giornalisti hanno intervistato dei familiari e amici di Siddiq che, dicono, hanno ricevuto da lui telefonate esultanti da Parigi, l'estate scorsa: «sono diventato un miliardario», gridava lui tutto allegro.
Spiegel ha scoperto come Mehlis aveva trovato un così utile teste chiave, oggi per sua ammissione miliardario.
Ha scoperto che a raccomandare Siddiq è stato Rifaat al-Assad: uno zio del presidente siriano in carica, fuggiasco dalla Siria per oscure ragioni, e nemico giurato del regime attuale.
Questo Assad si è spesso auto-candidato come «il possibile presidente alternativo della Siria».
Insomma una faida familiare nel clan alawita.
Ma a questo punto, la memoria fa trillare un campanello.
Non su Siddiq, bensì su Mehlis.
Il severo ma giusto procuratore tedesco.
Mehlis, Mehlis…dove è già apparso questo nome?



La memoria deve risalire parecchio nel tempo.
All'aprile 1986.
Al 5 di quel lontano mese: la notte in cui a Berlino una bomba esplose nella discoteca «La Belle», un locale frequentato da soldati USA, uccidendone tre e ferendo 200 persone.
Attentato «arabo», non ci fu dubbio fin dai primi istanti.
Solo dieci giorni dopo, infatti, la Casa Bianca, dicendosi in possesso di «prove precise, dirette e irrefutabili» che inchiodavano la Libia come responsabile dell'attentato, passò all'azione.
Bombardieri USA colpirono Tripoli e Bendasi, uccidendo 30 civili o più, nel tentativo di centrare una residenza di Gheddafi; fra i morti una bambina, figlia adottiva dell'«uomo forte» libico.
Solo che, a Berlino, lentamente, si mette in moto un'indagine giudiziaria sull'attentato.
Contro vari libici, fra cui risulta maggiore imputato tale Yasser Chraidi, un autista dell'ambasciata libica a Berlino.
Solo che il processo, che si apre nel 1997, presto s'incaglia, rallenta se possibile ancor più, finisce fuori dai riflettori dei media, scompare.
Come mai?



Finisce per chiederselo la ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen), una grossa TV germanica.
Che conduce una sua indagine indipendente.
E, il 25 agosto 1998, dà conto delle sue scoperte in uno «speciale» nella rubrica di attualità politica Frontal.
Il sospetto numero uno, l'autista Chraidi, s'era trasferito in Libano, da cui la Germania l'ha fatto estradare.
ZDF intervista i due procuratori libanesi che hanno estradato Chraidi, tali Mounif Oueidat e il suo vice, Mrad Azoury.
Quest'ultimo dice: «la magistratura tedesca, nel chiedere l'estradizione del sospettato, non ha portato alcuna prova che Chraidi c'entrasse qualcosa con l'attentato a 'La Belle'».
«E perché allora l'avete consegnato?»
Risponde il procuratore-capo Oueidat: «i tedeschi avevano una fretta tremenda di mettere le mani su Chraidi. C'erano gli americani dietro la loro richiesta».
Gli americani? «Era evidente», replica Oueidat: «premevano sui tedeschi perché accelerassero l'estradizione».



Alla fine Chraidi l'autista, con addosso l'etichetta di «capo dei terroristi», viene consegnato alla Germania con una vistosa operazione di sicurezza. Ma, ohimè, ci sono dei giudici a Berlino.
Il giudice berlinese a cui vengono presentate le «prove» e «indizi» che dovrebbero inchiodare Chraidi, sentenzia: «ma quali prove, questa è nebbia, fumo e fuffa. Con prove così deboli, sono costretto a liberare Chraidi. Fra tre settimane, se non mi portate qualche indizio più solido».
Era il 9 settembre 1996.
Quello stesso giorno, nell'isola di Malta, tre alti personaggi tedeschi incontrano un libico che vive nell'isola mediterranea.
Si chiama Musbah Eter, e ha a Malta un'agenzia di import-export che - sospetta la ZDF - è la facciata di una stazione della CIA.
I tre tedeschi che hanno voluto incontrarlo (l'incontro è stato organizzato dai servizi germanici, BND, in stretto accordo con la CIA) sono: Uwe Wilhelm, ispettore di polizia di Berlino; un certo Winterstein, agente del BND e probabilmente ebreo; e …eccolo qua: Detlev Mehlis, il procuratore di Berlino.
L'uomo che oggi accusa la Siria.

Che cosa stanno trattando i tre con Eter?
Da principio, dicono di ricercarlo per assassinio.
Ma poi scendono a patti.
E questo è il patto, secondo ZDF: «immunità per Eter, se lui incrimina Chraidi per l'attentato a 'La Belle'».
Il giorno dopo Eter si reca all'ambasciata tedesca a Malta e depone contro Chraidi (2).
E' lui il teste chiave, la «prova» vivente che inchioda la Libia.
Del resto, al tempo del «La Belle», Eter lavorava per l'ambasciata libica a Berlino est.
Però faceva visite regolari all'ambasciata USA: fatto altamente insolito, e di cui - dice Christian Stroebele, l'avvocato di Chraidi - i servizi tedeschi (BND) hanno le prove, visto che al tempo pedinavano Eter proprio per quei contatti con gli americani.

La ZDF è in possesso di varie trascrizioni di interrogatori, dello stesso Eter e di altri coimputati, da cui risulta che Eter era stato parte attiva nell'attentato a «La Belle»: aveva conoscenza diretta di uno dei partecipanti, portò istruzioni operative per l'ordigno nell'appartamento di un coimputato.
Nonostante ciò, dopo la sua utile deposizione, il mandato di cattura contro di lui è stato cancellato (da Mehlis).
Al punto che Eter può andare e venire indisturbato dalla Germania.
La ZDF scopre che, oltre ad alcuni degli imputati con Chraidi, un altro gruppo prese parte all'attentato: un team di terroristi professionali, al servizio chi chiunque li paghi, guidati da tale «Mahmoud» Abu Jaber.
Nei mesi precedenti all'attentato a «La Belle», membri del gruppo si erano stabiliti a Berlino est, e incontravano quasi giornalmente gli imputati attorno a Chraidi (da incastrare in futuro).

Poche ore prima dell'esplosione, gli uomini di «Mahmoud» s'erano trasferiti a Berlino ovest: e i loro movimenti erano strettamente seguiti dai servizi sovietici e da quelli della Germania est, che erano arrivati alla conclusione che il gruppetto lavorava «per servizi di spionaggio occidentali».
Il KGB, in un documento che la ZDF mostra, sostiene che «Mahmoud» aveva avvisato l'intelligence di Berlino ovest due giorni prima dell'esplosione; il documento esprime la convinzione che «Mahamoud» era al soldo degli americani, che lo usavano per confezionare il caso del coinvolgimento libico nell'attentato.
Il braccio destro di «Mahmoud», di nome Mohammed Amairi, è stato forse il principale attentatore.
Abitava in Germania, che ha abbandonato nel 1990, quando i tedeschi hanno spiccato un mandato di cattura contro di lui.
Ora Amairi vive a Bergen, in Norvegia.
La troupe di ZDF va a intervistarlo.
Ma alla domanda: per quale servizio lavorava al tempo dell'attentato?, Amairi pone bruscamente fine al colloquio.



I giornalisti della ZDF vanno allora dal suo avvocato, Odd Drevland.
Che racconta tutta la storia.
Racconta che Amairi, quando arrivò in Norvegia, fu arrestato, e che i giornali uscirono con la sua foto in prima pagina e titoli che lo definivano «un pericolo per il Paese».
Ma poi, dice l'avvocato, «il Mossad si è preso cura di lui, e tutto è cambiato».
L'ex pericolo pubblico ha ricevuto asilo politico in Norvegia, e presto diverrà cittadino norvegese.
La procura di Berlino (Mehlis?) ha cancellato la richiesta di estradizione contro di lui.
La ZDF chiede esplicitamente all'avvocato: «Amairi era un agente del Mossad?».
Drevland risponde, positivamente: «era un uomo del Mossad».
La ZDF conclude il suo servizio con queste parole: «questi intrighi di servizi segreti hanno fatto del processo per l'attentato a 'La Belle' un caso quasi insolubile per i giudici di Berlino. Ma una cosa è certa: la leggenda americana del terrorismo di Stato libico fa acqua da ogni parte».



Ecco, la memoria ha ricostruito tutto.
Detlev Mehlis, il giusto procuratore tedesco che, su mandato ONU, ha raccolto le prove contro la Siria per l'assassinio di Hariri, è un noto agente ebraico-americano.
L'abbiamo visto, dieci anni prima, raccogliere prove contro la Libia, facendo un patto a Malta con un testimone-chiave di quell'altra leggenda.
Ricordatelo, quando vi ripeteranno che l'11 settembre è «senza ombra di dubbio» un attentato «arabo».
Quando vi ripetono che terroristi «arabi» seminano la morte e il caos nell'Iraq occupato dagli USA.
Che «kamikaze musulmani» hanno compiuto l'attentato nel metrò di Londra, il 7 luglio scorso.
E che la Siria e l'Iran manovrano il terrorismo «islamico» in Libano come in Iraq, che ci sono «prove inconfutabili» del loro «terrorismo di Stato», il che giustifica e giustificherà la loro invasione, bombardamento, «regime change».



Ricordatevelo, nei prossimi imminenti attentati «arabi» che sicuramente obbligheranno gli USA all'attacco preventivo (crimine primario di guerra, secondo il codice dagli USA approntato a Norimberga nel 1945) contro questi Stati «terroristi».
Ricordatevi di «La Belle», coi suoi agenti protetti dal Mossad.
Ricordatevi di Mehlis, il pubblico accusatore di Berlino con la mani in pasta.
Mossad, Mossad, Mossad: è qui la fabbrica del terrorismo «arabo», l'ùtero fertile di provocazioni, attentati, assassini.
Ricordate.
Non lasciate che la memoria - resa così labile dal rumore di fondo televisivo e mediatico - vi inganni ancora una volta.

Maurizio Blondet

Note
1) «Central witness to Mehlis report revealed ad a paid swindler», Arabmonitor, 22 ottobre 2005.
2) «German tv exposes Cia, Mossad links to 1986 Berlin disco bombing», World Socialist Web Site, 27 agosto 1998.




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