Maurizio Blondet
30/10/2005

WASHINGTON - Incriminato per spergiuro, ostruzione della giustizia e false dichiarazioni nell'ambito della deliberata «fuga di notizie» che dalla Casa Bianca ha svelato il nome di un'agente segreta (Valerie Plame) in missione sotto copertura, ora Lewis «Scooter» Libby rischia 30 anni di galera.
La rivelazione di un agente in missione è un grave reato federale.
Ha un solo modo per alleggerire la sua posizione: «collaborare», cioè fare i nomi di coloro che l'hanno sostenuto, o indotto, nei reati.
Libby, il più influente consigliere per la sicurezza nazionale (ma senza un rango formale nel governo USA), braccio destro del vicepresidente Dick Cheney, è stato al centro del vortice di trame e macchinazioni che hanno portato gli USA all'invasione dell'Iraq; è stato uno dei confezionatori dell'unilateralismo neo-imperiale; ed uomo di fiducia della cricca neocon che ha guidato la politica americana sotto l'assente guida di George W. Bush.



Se Libby parlasse, sarebbero guai seri per i capi della cricca.
Anzitutto per Dick Cheney, si capisce.
E non solo perché dagli appunti di Libby, sequestrati dal procuratore Fitzgerald, risulta che fu Cheney a fargli il nome di Valerie Plame.
L'intimo legame fra Libby e Cheney risale agli anni della presidenza di Bush padre, quando Cheney era segretario alla Difesa.
Lui e Libby erano già allora inseparabili, e «Scooter» era ospite frequente del ranch di Cheney nelle Montagne Rocciose.
Ma Libby può mettere nei guai anche Paul Wolfowitz, il viceministro della Difesa e capo dei neocon, che più ha premuto per l'invasione dell'Iraq, e che ora gode gli agi e il prestigio di presidente della Banca Mondiale.



Anche con questo personaggio i rapporti sono di lunga data.
Negli anni '70, Wolfowitz fu insegnante di Libby all'università di Yale; un allievo così fidato che, poi, Wolfowitz lo fece assumere nel Dipartimento di Stato al tempo della presidenza Reagan.
Libby fu messo nel gruppo che elaborava la «pianificazione politica» per gli Esteri.
Sotto Bush padre, i tre si trovarono insieme al Pentagono: Cheney ministro della Difesa, Wolfowitz vice (con competenza alla «policy»), e Libby assunto da Wolfie al Pentagono e messo in diversi posti, sempre più importanti.
Dopo la prima guerra del Golfo, Cheney affidò a Wolfowitz e a Libby il compito di elaborare la «Defense Planning Guidance», un documento che deve delineare la strategia USA nel mondo su un periodo di cinque o dieci anni.



Il documento fu dato di straforo al New York Times (una prima fuga di notizie): ma la sua pubblicazione, per la sua ambiziosa grandiosità, mise a tal punto in imbarazzo l'amministrazione Bush (Bush padre) che i due autori rischiarono di perdere il posto.
Che cosa diceva il documento confezionato da Wolfowitz e Libby? Raccomandava 1) azioni militari preventive contro qualunque Stato che cercasse di dotarsi di armi nucleari; 2) l'adozione, per queste azioni militari, di alleanze «ad hoc» formate sul momento, piuttosto che l'uso di alleanze istituzionali come la NATO; 3) in Medio Oriente, definiva obbiettivo degli USA quello di «rimanere la potenza dominante estranea alla regione», e ciò 4) nel quadro di una strategia mondiale basata sulla potenza militare americana e non più sui meccanismi di sicurezza collettiva quali l'ONU e i trattati internazionali.



Gli USA dovevano darsi il compito di impedire l'emergere di ogni altro rivale possibile, sia globale sia anche locale, attraverso il confronto bellico. Il documento indicava gli interventi militari per mantenere il nuovo ordine mondiale come «una costante articolazione» della politica americana del prossimo decennio.
I realisti di scuola kissingeriana, che dominavano allora l'amministrazione di Bush-padre, rifiutarono allora questo disegno, come le fantasie di pazzeschi dottor Stranamore.
Ma come si può capire, era il disegno che i neocon avrebbero imposto solo dieci anni più tardi.
Lo fecero con una tenace, accorta operazione di lobby, condotta sugli ambienti militari e militari-industriali attraverso varie «fondazioni culturali» (o think-tank) creati allo scopo.

Già i nomi di queste fondazioni, «American Enterprise» e «Project for a New American Century», riecheggiavano per sé il programma unilateralista e neo-imperiale di Wolfowitz e Libby.
Nel 1997 il «Project for a New American Century» emise un documento che invitava la presidenza ad adottare il grandioso e aggressivo programma.
Lo firmavano 25 falchi e Stranamore.
Fra i quali non ci stupiamo di trovare Wolfowitz, Libby, Cheney, accanto a Donald Rumsfeld e Richard Perle, il futuro «consulente» del Pentagono che organizzò la guerra a Saddam.

I più erano ebrei con forti legami col Likud, che avevano ravvisato nella fuga in avanti unilateralista un vantaggio cruciale per Israele, ma non tutti. Fra i firmatari c'era in governatore della Florida Jeb Bush, fratello del futuro presidente «Dubya».
A quel tempo, Lewis Libby era tornato alla pratica di avvocato, il suo mestiere nel privato.
Fra i suoi più eminenti clienti figurava March Rich: un miliardario svizzero-israeliano, finanziere ricercato per malversazioni.
Clinton dovette dare, per motivi oscuri (ma non senza relazione con lo scandalo Levinski) una sorta di amnistia a March Rich, nel 2001.

Si sa ora che gran parte dei mediatori che si tagliarono lucrose fette nel programma «Oil for Food» erano collegati a Marc Rich, che teneva le fila di tutto.
Lo ha rivelato una recente inchiesta di Business Week (1).
Fatto singolare, il programma Oil for Food ha sporcato l'onorabilità di decine di politici nel mondo, da Kofi Annan a Roberto Formigoni, ma nessuna rievocazione giornalistica dei fatti nomina più la parte del losco Marc Rich nella vicenda.
Misteri gloriosi del sionismo.
Intanto, Libby era tornato nelle stanze dei bottoni.
Nei tardi anni '90 era stato consigliere della Commissione Cox, un gruppo d'indagine del Congresso che ha esaminato presunti fatti di spionaggio militare e nucleare condotti dalla Cina contro gli USA.



Il rapporto finale della Commissione Cox è stato reso pubblico nel '99.
Un documento allarmistico, creato con l'evidente intento di promuovere una politica USA più aggressiva contro Pechino, e insieme, maggiori spese militari.
Vi si diceva che le spese militari cinesi erano il doppio di quelle indicate dalla CIA; secondo gli analisti dell'Agenzia, il documento Cox (in realtà steso da Libby) era infarcito di errori, assunzioni non provate e ipotesi speculative.
Una vera ostilità fra la CIA e l'entourage di Cheney si sviluppò da allora.



Nello stesso '99, Cheney scelse Libby come capo del suo staff: entrambi si premurarono di fare del vecchio «Defense Plannin Guidance», elaborato da Wofowitz e Libby un decennio prima, il nucleo della filosofia del nuovo governo: il documento «National Security Strategy», diffuso nel 2002, conferiva agli USA per la prima volta il «diritto» di attaccare preventivamente altri Stati sovrani.
Prima dell'avvento di Libby, il materiale d'intelligence, prima di giungere sui tavoli dove si prendono le decisioni internazionali alla Casa Bianca, viene vagliato criticamente da analisti esperti della CIA, della Defense Intelligence Agency (DIA) e del Dipartimento di Stato, con procedure formali stabilite.



Con Libby ha inizio una procedura diversa: che salta a piè pari il parere delle agenzie di spie professionali.
Così, il Pentagono di Rumsfeld e Wolfowitz ha allestito almeno due uffici che raccolgono e vedono il «materiale grezzo» dello spionaggio senza passare per la CIA e la DIA.
Tutte le informazioni più «sicure» della complicità fra Saddam e Osama bin Laden (a cui la CIA non ha mai creduto, e che non ha mai appoggiato con la sua autorità) sono state confezionate da questi uffici, in cui aveva gran parte Richard Perle.
Le «scoperte» così elaborate arrivavano direttamente a Libby, che poi le faceva avere alla Casa Bianca attraverso Cheney.

Cheney e Libby hanno fatto varie visite di persona alla CIA (verso cui non hanno mai nascosto il loro disprezzo) per interrogare singoli agenti e analisti, e per invitarli rudemente ad «adeguarsi».
Un'intrusione che, insieme ai rapporti d'intelligence generati dai «consulenti» del Pentagono e dalle spie dilettanti, ha distorto il processo decisionale della Casa Bianca.
Di fatto è stato Cheney, in un'intervista televisiva del marzo 2002, a sostenere per primo che Saddam aveva riattivato il suo programma nucleare, dismesso dopo la prima guerra del Golfo.
La CIA non aveva mai sostenuto questo particolare; le «informazioni d'intelligence» che Cheney citò venivano tutte dagli uffici allestiti da Rumsfeld, Wolfowitz e Libby.



Furono quelle «prove», provenienti da quelle fonti, che furono date a Colin Powell, e che Powell dovette presentare all'ONU, nella per lui umiliante sessione del 7 febbraio 2003: dove bruciò la sua credibilità mostrando foto satellitari di impianti atomici e batteriologici inesistenti, dove agitò pateticamente un flaconcino che, se fosse stato pieno di antrace prodotto in Iraq (se…) avrebbe ucciso «decine di migliaia di persone».
L'intera messinscena, e l'intero falso rapporto che doveva giustificare l'aggressione dell'Iraq, fu preparato da Libby e imposto a Colin Powell.
Si dice oggi che il segretario di Stato cercò dapprima di rifiutare, gridò che quel materiale era «merda»; ma poi si presentò all'ONU a pronunciare quelle menzogne.
I neocon comandavano, e con mano pesante.
Nella Casa Bianca abitata da un Bush che ricominciava ad attaccarsi alla bottiglia, dove Cheney è stato il vero presidente operativo, Libby è stato il vicepresidente.
Un uomo potente, un grande falco è quello che ora è caduto.
Ah, se parlasse.

Maurizio Blondet



Note
1) Marcia Vickers, «The Rich Boys», Business Week, 18 luglio 2005.






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