Maurizio Blondet
31/10/2005

BRUXELLES - Qualche anno fa, la lobby farmaceutica fece passare al Parlamento Europeo una legge che consentiva alle ditte di brevettare i geni e le mutazioni genetiche provocate sperimentalmente.
Contro questo progetto, lobby animaliste verdi (fra cui Greenpeace) si unirono a lobby religiose, distribuendo a Bruxelles volantini che dicevano: «non si brevetta la vita».
Allora l'industria farmaceutica si rivolse a Paul Adamson, super-esperto lobbista britannico.
Ecco la contromossa: Adamson assoldò 30 malati terminali in sedia a rotelle, li convinse che la «scienza», grazie ai brevetti sui geni, stava per guarire le loro malattie incurabili, e li portò davanti al Parlamento.
In sedia a rotelle.
I poveretti indossavano magliette gialle con la scritta: «malati per la vita» e «niente brevetti, niente cure».
I malati in carrozzella gridavano debolmente ai parlamentari che entravano nel palazzo, invitandoli a votare sì.
E così la legge voluta dalle farmaceutiche è passata, con 432 voti contro 78, nel maggio 1998 (1).



Questi sono i metodi della politica nella UE, tanto lontana dai cittadini quanto vicina - e devotamente attenta - alle lobby.
A Bruxelles sono aperti gli uffici di 1400 lobby per ogni genere d'interesse: dalla lobby gay quella farmaceutica, da quella delle industrie alimentari a quella dei fautori della libera droga.
Gruppi d'interesse a volte minimi, avulsi dalle preoccupazioni della popolazione in generale, che hanno fatto passare di tutto: dal divieto di vendere mele sotto un certo calibro ad esenzioni fiscali per particolari business, dal diritto di definire «cioccolato» un materiale fatto non con burro di cacao ma con grasso di jojoba (componente della cera da pavimenti), fino alla «raccomandazione» del Consiglio d'Europa ai Paesi membri di accettare le «nozze» fra finocchi; massonerie di ogni genere, poteri forti e poteri occulti, hanno assunto 15mila lobbisti per far adottare dalla UE i loro progetti e i loro diktat.
Che poi ricadono su ogni cittadini europeo, dato che le direttive UE devono essere accettate dagli Stati membri.

I 15mila lobbisti avvicinano i membri del Consiglio, corrompono alti burocrati, parlano coi 732 membri del Parlamento, presentano progetti bell'e fatti di «direttive» e «regolamenti».
Accordi semi-segreti e compensazioni in denaro e in natura passano tanto più facilmente, in quanto i processi decisionali dell'eurocrazia sono complicati, collusivi e assolutamente non-trasparenti.
Ora la faccenda, già losca, promette di peggiorare.
Già, perché nel gioco sono entrate le lobby americane.
Si sono accorte infatti che l'UE, che a voce proclama il libero mercato, in realtà aspira a regolamentare minuziosamente tutto: fino al diametro del WC e al loro sistema di scarico (i WC a sifone, comuni in USA, sono per esempio vietati in Europa: per direttiva, i cessi devono essere a getto).

Le grandi multinazionali americane hanno alquanto sofferto per aver trascurato questa mania regolativa europea.
La McDonald's, qui da noi, non può distribuire ai bambini i suoi tradizionali omaggi, che sono piccoli giocattoli di plastica morbida (la UE teme che i piccini si strangolino ingoiandoli).
La Microsoft, perseguitata dalle leggi anti-trust europee, vende da noi una versione incompleta di Windows.
Le ditte alimentari sono costrette a segnalare sulle etichette i componenti, e persino se l'1% degli ingredienti viene da colture geneticamente modificate; cosa che in USA il business è libero di non fare, e non fa.
Così, le grandi aziende USA hanno deciso di sbarcare il forze i loro uffici di lobby in Europa per vendere direttamente la «loro» influenza.
E di cambiare le regole a modo loro.



Hanno cominciato a fare lobby per regolamentare il mestiere di lobbista europeo.
Fatto istruttivo: l'UE che regola tutto, non ha regolato questo campo.
Qui vige il «liberismo» più comodo e lucroso per burocrati ed euro-politici.
In USA le lobby devono essere regolarmente registrate, devono dichiarare in un pubblico registro da chi sono finanziate e chi rappresentano.
Devono dare conto di ogni dollaro speso.
Sono vietati «regali» ai senatori e ai deputati.
A Bruxelles, i lobbisti possono dare «incoraggiamenti finanziari» (leggi: tangenti) a politici, burocrati e commissari.
C'è di peggio.
Gli americani hanno scoperto che nella UE non c'è separazione netta fra lobby e politici.
Anzi: vi sono politici europei che fanno i lobbisti.



Mantengono l'impiego privato, spesso nelle stesse industrie che, come parlamentari, devono regolamentare.
E sempre più spesso, questo genere di parlamentari ottiene di entrare proprio nelle commissioni che controllano (o dovrebbero controllare) il tipo di attività da cui ricevono lo stipendio.
Insomma, i parlamentari fanno lobby per gli interessi della loro ditta, per così dire, dall'interno.
E' il caso di Elmar Brok, eurodeputato tedesco dal 1980 (la persistenza per decenni di individui in alte cariche europee, in un ambiente dove tutti si conoscono, facilita, ovviamente, l'azione dei lobbisti) che è, allo stesso tempo, vicepresidente del gruppo editoriale Bertelsmann (lo è diventato dal 1992, quando era già deputato).
Classico conflitto d'interessi, che gli burocrati allegramente sottovalutano.
Nel 2000, un alto funzionario europeo, Martin Bangemann, che dirigeva il direttorato delle telecomunicazioni (l'organo che dovrebbe controllare le tariffe telefoniche e impedire che le compagnie facciano «cartello») fu assunto dalla Telefònica spagnola.
Proprio all'indomani di una decisione di non luogo a procedere contro l'azienda iberica per pratiche di cartello, indagine condotta «a buon fine» da Bangemann.
Nel 2002, una ditta di pubbliche relazioni di Bruxelles, la Gplus, vinse dalla UE un contratto di 600 mila euro per sviluppare un sito internet che spiegasse al pubblico la nuova moneta, l'euro.
Il contratto fu sospeso, fra un forte puzzo di scandalo, quando si seppe che la Gplus aveva giusto assunto, con posti milionari, due alti funzionari europei.
Anzi proprio i due che gli avevano fatto vincere il contratto.
Non basta.

I lobbisti americani hanno scoperto anche questo: mentre in USA sono sospettati di pagare tangenti e regali ai politici per influenzarne le decisioni (e vanno in galera se vengono scoperti), in UE avviene il contrario.
Ossia è l'Europa a pagare certe lobby: ben 8 milioni di euro annui vengono spesi dalla Commissione per mantenere in vita una dozzina di lobby (ribattezzate «organizzazioni non governative») che, non avendo seguito fra la popolazione o non facendo gli interessi di qualche multinazionale, non ricevono contributi da privati.
Fra queste, per esempio, i Friends of the Earth, uno dei più fanatici dei gruppi animalisti.
Fatto singolare: queste ONG, che nei loro siti internet dichiarano di essere nate «per fare lobby presso la Commissione Europea», in realtà sono pagate dalla Commissione stessa.

Perciò ora gli americani reclamano che la UE regolamenti il mestiere di lobbista secondo le procedure.
Dal punto di vista etico, non hanno nemmeno torto.
Invocano la «trasparenza» e la «libera concorrenza» in questo oscuro mercato del sottobanco.
Ed ovviamente, stanno riuscendo a «convincere» della buona causa commissari e parlamentari.
Tacendo l'inevitabile effetto collaterale.
L'adozione di procedure «americane», che professionalizzerà altamente il settore, favorirà un tipo specifico di lobby: quelle pagate per far avanzare gli interessi delle multinazionali e delle grandi ditte o sindacati industriali, ricchi di denaro.
Ad essere penalizzate ancor più saranno le lobby (già poche e deboli) create da gruppi civici o religiosi per far avanzare cause etiche o in qualche modo ideali.
Queste lobby non hanno i mezzi, né la professionalità per contrastare gli interessi del grande business.



Fra poco, un nuovo Adamson non dovrà nemmeno mobilitare malati terminali per far passare la legge che brevetta i geni; perché a contrastare il progetto non ci saranno nemmeno più i gruppi di pressione che, un decennio fa, diffondevano volantini «non si brevetta la vita».
Non ci saranno lobby civiche o morali a contrastare le lobby del profitto. La voce dei cittadini, anche in questa forma distorta, diverrà ancora più flebile.
A Bruxelles parlerà solo la voce potente e ricca degli affari.
Un altro passo indietro per la «democrazia» eurocratica.

Maurizio Blondet



Note
1) Dan Bilefski, «Lobbying Brussels: critics urge transparency for seller of influence», International Herald Tribune, 29 ottobre 2005.




Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.