Berlusconi, mafioso?
Prima di chiedersi se quella belva assassina di Spatuzza (con un «pedigree» di duecento omicidi e lo strangolamento di un bambino poi sciolto nell’acido) sia credibile o meno, occorre domandarsi se la magistratura sulle indagini di mafia, possa esserne ritenuta legittimata. Sbaglia clamorosamente chi, con una visione cinematografica della «mafia», accomuni questa organizzazione ad una semplice associazione criminale.
Ricordiamone le origini recenti: la mafia (debellata dal fascismo grazie anche alla «carta bianca» data da Mussolini al Prefetto Mori) rientra in Italia grazie agli USA che se ne servì per indebolire le retrovie del fronte durante lo sbarco in Sicilia. Gli Alleati, massacrati quei pochi che osarono resistere all’invasione dell’isola (Biscari, luglio ‘43 Patton: «Uccidete i prigionieri italiani») si servirono subito della mafia per mettere in piedi in «quattro e quattr’otto» una struttura di Stato che potesse sostituire quella fascista. A casa dei Podestà e al loro posto vennero insediati i capi mafia appena liberati dalle carceri USA. I «nuovi sindaci» non si misero ad ammazzare la gente per strada come vorrebbe far credere una certa cinematografia. Logicamente i «nuovi sindaci» si devono essere interessati di scuole, asili, sanità. E se ne devono essere interessati «bene» visto il consenso enorme che la mafia ha sùbito iniziato a godere nell’isola.
Insomma, la mafia non è un semplice fenomeno criminale, è uno Stato isolano, nello Stato.
berlusconi_mafioso_1.jpgIl momento è quando, d’intesa con gli USA, l’Italia (allora «governata» dal PCI di Violante) fa rientrare dagli Stati Uniti un killer, Salvatore Contorno detto Totuccio o Coriolano, mettendolo «sotto protezione», passandogli uno stipendio, dandogli per giunta «licenza di uccidere» lanciandolo al massacro dei componenti della cosca rivale di «Totò» Riina. Insomma un assassino di Stato al servizio dello Stato.
Fantasie? Calunnie? Mica tanto, sono le accuse mosse dal «Corvo» nelle sue lettere «anonime» (su carta intestata «originale» della Criminalpol) indirizzate alle più alte autorità dello Stato, dal presidente della repubblica in giù. Su di una busta venne individuata un’impronta appartenente al giudice Alberto Di Pisa accusato di essere il «Corvo» (componente del cosiddetto pool antimafia di Falcone & C.).
Al processo di appello Di Pisa è stato assolto perchè la prova dell’impronta sarebbe stata raccolta in modo illegittimo. Dal punto di vista della verità storica, il sospetto che quelle lettere provenissero dal sostituto dottor Di Pisa rimane molto fondato. O quantomeno dovevano provenire da un persona molto addentro alle «segrete cose». Guarda caso tutti strepitavano contro il «Corvo», ma nessuno indagò realmente sulla fondatezza delle accuse anonime.
berlusconi_mafioso.jpgIl Partito Comunista intendeva affermare l’autorità propria e dello Stato nazionale anche in Sicilia ed evidentemente non disdegnava di servirsi dell’aiuto di un pluriassassino come Contorno. Di qui la reazione spietata di Riina che sterminò i giudici Falcone (maggio ‘92) e Borsellino (luglio ‘92) con le rispettive scorte, sospettandoli di essere assieme al commissario Nini Cassarà (assassinato nell’agosto ‘85), i responsabili delle «coperture» fornite al Contorno.
Nei tre massacri, direttamente o indirettamente (non fosse altro per l’attenzione nel non passare di lì quel giorno, in quel momento) centinaia e centinaia di persone qualcosa dovevano sapere o perlomeno sospettare. Non si portano cinque quintali di dinamite sotto un’autostrada senza che nessuno noti nulla. Non si parcheggia in pieno centro un’auto imbottita di esplosivo senza che nessuno si accorga di nulla (in Sicilia, poi…). Non si fa «tiro al bersaglio» su di un commissario e la sua scorta dalle case vicine senza che nessuno si accorga di nulla. Sarebbe bastata una telefonata anonima, un cenno ad un vigile urbano. Nessuno ha detto nulla, nessuno ha fatto nulla. Perchè? Per paura? Cosa si rischia con una telefonata anonima al 113?
Evidentemente la gente, il popolo, era d’accordo con la reazione di Riina e della pelle di poliziotti e magistrati non gliene fregava nulla. I siciliani preferivano lo Stato di Riina a quello di Violante.
Ora, questa magistratura, questa polizia, questo Stato con le mani lorde di sangue dagli omicidi di Contorno, quale credibilità può avere nel contestare al senatore Dell’Utri, come a chicchessia, il reato fumoso ed impalpabile di «concorso esterno in associazione mafiosa». Peraltro che l’imprenditore Berlusconi per impiantare le sue «antenne» e aprire i suoi supermercati, abbia dovuto «baciare la mano» a qualche «capo-bastone» non si vede quale rilevanza possa avere oggi nella sua attività di presidente del Consiglio. La stessa Lega delle Cooperative per lavorare in Sicilia ha dovuto scendere a compromessi con chi ne controllava il territorio. Ed è noto che la Lega delle Cooperative era teleguidata dall’allora PCI.
I voti e le promesse elettorali. Chi non li ha ricevuti i voti? (gli elettori sono sempre quelli). Chi non ne ha fatte di promesse? L’importante è … non mantenerle ed avere un’autorità di governo che faccia funzionare scuole, sanità, opere pubbliche e innesti nei siciliani l’orgoglio di essere italiani, i primi tra gli italiani.
Le parole d’ordine per i siciliani: efficienza ed orgoglio nazionale. Poi lo Stato della mafia scomparirà da solo se nessuno ne sentirà più il bisogno, funzionando e funzionando bene lo Stato nazionale.
Avvocato Luigi Bellazzi
Post scriptum: Detesto tutto quello che Berlusconi dice (sul liberalismo, sul capitalismo, sull'amicizia per gli USA) apprezzo molto quello che Berlusconi fa (sul rivolgersi a Russia e Libia per le risorse energetiche, sulle grandi opere pubbliche che manifestano autorità e volontà di potenza).




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