Maurizio Blondet
31/10/2005

QUMRAM: ecco la soluzione del «mistero Gesù».
E' dal 1947, data della scoperta delle famose grotte e degli oltre 600 libri che vi erano conservati (i Manoscritti del Mar Morto, una delle maggiori biblioteche dell'antichità), che gli specialisti cercano di ridurre tutte le originalità e (dal punto di vista ebraico) stranezze degli atti e delle parole di Gesù alla sua presunta appartenenza alla comunità di Qumram.
Gesù «esseno», almeno per un periodo della vita.
Ora, scopro in un libro di André Paul (1), uno dei maggiori storici del primo cristianesimo, che l'archeologia di Qumram rivela proprio il contrario: l'assoluta originalità di Gesù rispetto al sistema ideologico di quel gruppo, anzi la sua consapevole «rottura» rispetto ai costumi di Israele.
Gli uomini che vissero in quelle grotte vi si ritirarono per perseguire la «santità» che intendevano, alla maniera ebraica, come un'incessante purificazione rituale e incessante lettura (anche notturna) della Torah, la parola di Dio.

Come i fondamentalisti islamici oggi tentano di imporre l'integralità della Sharia (la legge coranica) a società musulmane che giudicano corrotte dalla secolarizzazione, gli Esseni (che chiamavano se stessi «comunità della Nuova Alleanza») si separarono da una società ebraica «impura» per ricostituire il germe «santo» di Israele delle origini.
Persino gli altri ebrei erano per costoro dei «peccatori», dei dannati da cui bisognava separarsi per non farsi contagiare.
Figurarsi i non-ebrei: essi erano i «figli delle tenebre».
Nel loro Libro dei Giubilei (ne sono stati trovati quindici esemplari), gli Esseni sanciscono che l'uomo che dà la propria figlia in sposa a uno straniero sia lapidato, e la figlia bruciata: «non ci sarà né amnistia né perdono».
Nella casa di YHWH «non entreranno né Ammoniti, né Moabiti, né bastardi, né stranieri, né proseliti, perché essa è riservata ai santi»., dice un altro loro testo (frammento IQ pHab).



La Bibbia racconta che Giacobbe finì per rappacificarsi con Esaù, suo fratello maggiore e prototipo dello «straniero»; nei testi degli Esseni di Qumram, Giacobbe «uccide» Esaù.
Dai loro libri hanno epurato ogni riferimento alla comune natura di ebrei e stranieri: cancellate la storia della torre di Babele, l'incontro fra Abramo e Lot, l'elenco delle mogli arabe di Abramo, l'elenco delle nazioni, che pure appaiono nella Bibbia.
I fanatici non esitavano a censurare la parola di Dio, che pure chiamavano «La Legge». E la recitavano notte e giorno.
Anziché praticarla.
E Gesù?
Annuncia la salvezza alla samaritana, loda il centurione, esaudisce la donna di Tiro: un'apertura cordiale agli stranieri sospetta anche per gli ebrei più «liberali».
Gli esseni si «santificavano» con continue, ossessive abluzioni.
Attorno alle grotte di Qumram sono stati trovati un numero sorprendente di bacini per abluzioni e bagni rituali, forniti di scale opposte: si scendeva impuri da una parte e si saliva purificati dall'altra.
Due bacini erano destinati ad immergervi i vestiti e le ceramiche; cinque erano situati in luoghi che esigevano una «purezza» particolare, specie nelle cucine.
Gesù, al contrario, difende i suoi discepoli che non si sono lavati le mani prima di mangiare.
Va a pranzo «con pubblicani e prostitute».
Proclama che non esistono cibi impuri.

S'è detto troppo che il «battista» fosse un ex esseno, e che avesse preso da loro la pratica dell' «immersione».
Ma, nota lo storico, il rito del «battista» si svolge sulle rive del Giordano; e i Vangeli insistono che si faceva con «acqua viva», che non vuol dire solo acqua corrente.
Giovanni impartiva, più che un rito di «purificazione», un sacramento di rinascita.
Con un richiamo preciso alla conversione interiore, che faceva premio sull'atto fisico.
Lo attesta Giuseppe Flavio, scrivendo che il battesimo del «battista» «serviva non per farsi perdonare certe mancanze, ma per purificare il corpo, dopo che s'era prima purificata l'anima con la giustizia» (Antichità Giudaiche, XVIII, 116-118).



Sempre Flavio, l'antico storico, attesta che gli Esseni «osservavano il sabato con più rigore che gli altri giudei».
In uno dei loro rotoli si legge: «se [una bestia] cade in un pozzo o in una fossa, che non la si soccorra in giorno di sabato».
Come noto, Gesù dice: «chi di voi se una sua bestia cade in un buco nel giorno di sabato, non andrà a prenderla e tirarla fuori?» (Matteo, 12,11).
La contraddizione è così puntuale, che sembra Gesù abbia conoscenza delle prescrizioni degli Esseni, e le smentisca deliberatamente.
Del resto, era Lui a dire: «il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato», provocando la furia degli stessi farisei.
La comunità di Qumram praticava l'astrologia.
Faceva l'oroscopo degli aspiranti ad entrare nella comunità, per giudicare se erano qualificati.
Per esempio si legge in un loro rotolo di un tipo umano «le cui cosce sono lunghe e magre, come le sue membra. Il suo spirito (ruah) ha sei parti nella casa della luce e tre nella casa delle tenebre. Ed ecco il segno sotto cui quest'uomo nascerà: il tempo del Toro» (4Q 186).
S'intravede qui una dottrina della predestinazione astrologica: il bilancio fra le «parti di luce» e «di tenebra» era quello che determinava la salvezza o la condanna dell'individuo.
Ora, nella predicazione di Gesù, la mancanza di riferimenti astrologici - una credenza largamente diffusa nel mondo antico - è così totale, da essere persino strana.



Fra la comunità di Qumram e il messaggio di Gesù vi sono dei punti di contatto.
Ma per non correre troppo in fretta alla conclusione che l'Uno aveva ereditato le sue concezioni dagli altri, gli Esseni, bisogna cogliere ciò che c'è di illusorio nei punti comuni.
I «puri» di Qumram rigettavano la centralità del «tempio», e non davano più credito ai sacrifici animali che vi si compivano, e che per gli altri ebrei avevano valore di purificazione sacramentale.
Per i semplici ebrei del tempo di Gesù (compresi i suoi discepoli), il santuario di Gerusalemme era tutto: il luogo dove fu seppellito Abramo e da cui risorgerà, l'altare di pietra in cui Abramo fu sul punto di sacrificare suo figlio, e soprattutto la sede terrestre del Dio nazionale, riservato ad Israele.
Bisogna intendere questa relazione fra popolo e «tempio» nella sua concreta, arcaica crudezza: già il fatto di abitare lontano dal santuario (come avveniva ai molti giudei della diaspora) implicava una lacuna nella «santità» dell'ebreo lontano, e un dubbio sulla sua partecipazione al «mondo a venire» promesso dalla «alleanza» con Dio, che poi i cristiani chiameranno «l'Antico Testamento».



Gli Esseni attribuirono il valore salvifico e purificatorio, che rifiutavano allo sgozzamento di animali, alla lettura incessante della «legge», della Torah. Inoltre, chiamavano se stessi «comunità della nuova alleanza», espressione che per noi ha un sapore cristiano.
Ma la sostituzione della «legge» (recitata) al sacrificio aveva già preso piede fra gli ebrei della diaspora, che facevano di necessità virtù.
Su costoro, la sostituzione del testo al sacrificio - non senza l'influsso della cultura greca e della filosofia neoplatonica - comportò a poco a poco che «l'immagine di Dio come re celeste, sovrano e supremo prese il sopravvento sul Dio nazionale legato al tempio» (2).
Ma questo germe di universalismo, negli Esseni, non sbocciò mai.
Essi rimasero ferocemente esclusivisti.
La distruzione del «tempio» da parte dei romani nel 70 dopo Cristo, che provocò il tragico collasso dell'ebraismo di maggioranza, avrebbe potuto risparmiarli; invece, gli asceti di Qumram si unirono volontariamente ai difensori di Masada nell'ultima disperata resistenza del popolo giudaico, partecipando al suicidio collettivo: ebrei, anzi super-ebrei, fino all'ultimo.



L'atteggiamento di Cristo verso il «tempio» è di tale originalità da non poter essere capito dagli ebrei del tempo.
Egli non lo rigetta come gli Esseni; anzi lo chiama «la sua casa», lo purifica dai mercanti, in qualche modo lo «esorcizza» da quel tanto di demoniaco che gli uomini gli avevano attaccato.
Nello stesso tempo, ne prevede la distruzione, e ne dichiara alla samaritana l'irrilevanza finale, perché d'ora in poi si adorerà «in spirito e verità».
Il fatto straordinario è che Cristo non rifiuta il «tempio», ma lo incorpora in Sé, salvandolo dalla distruzione storica.
«Distruggete questo' tempio' e in tre giorni lo rifarò», dice.
E i Vangeli spiegano: «intendeva il tempio del Suo corpo».
Al centro del «tempio» sorgeva la roccia di Abramo, il luogo insostituibile, il solo dove i sacrifici di sangue dell' «antica alleanza» sono «validi».
Gesù conferma questa funzione, ma nel modo più originale.
Quando dice a Cefas il pescatore «tu sei Pietro», allude a quella funzione validante della roccia, ma trasfigurata.



Tutt'e tre le religioni di Abramo, notiamolo, si fondano su una roccia indispensabile: per gli ebrei la pietra nel «tempio», per i musulmani la pietra nera della Mecca.
Per i cristiani la «pietra» è fatta della sostanza più vulnerabile, la carne di un uomo, che però è anche la più mobile.
E' per questo che mentre la religione ebraica resterà priva del rito centrale quando la roccia del «tempio» diverrà inaccessibile (provocando la crisi dell'ebraismo), e quella musulmana richiede il pellegrinaggio obbligatorio alla Mecca, i cristiani possono consacrare l'Eucarestia nelle Babilonie del mondo: perché la «pietra» si perpetua nei successori di Pietro, e perché Cristo stesso è insieme il Tempio, il Sacerdote e la Vittima sacrificata.

Gli ebrei della diaspora leggevano la Torah nella traduzione in greco elaborata ad Alessandria alcuni decenni prima di Cristo.
Gli Esseni conservavano molte versioni greche dei libri sacri, riservando a questa letteratura la grotta numero 7 di Qumram.
Però, nella loro vita comunitaria, tornano all'ebraico: volti al passato, vogliono ricostituire l'Israele «santa» delle origini.
Per contro, i testi cristiani «sono esclusivamente in greco fin dalle origini».
Già i primi seguaci dovevano notare in greco e «dal vivo» le parole di Gesù non su tavolette di cera, ma sui block notes dell'epoca, detti «membranae» (pergamene); da questi appunti, elaborati, provengono i Vangeli.
Vi sono indizi certi.
La Bibbia greca di Alessandria usa la parola Christos solo come aggettivo («spalmato d'olio»); sono i primi cristiani a usare Christos come sostantivo, nel senso di Messia.
Fin dal principio, rivolti al futuro e al vasto mondo.



Al Messia imminente credevano anche gli Esseni.
Ecco un passo della loro «regola della comune» dove sembra annunciata la cena eucaristica: «quando si riuniranno alla tavola della comunità […] che nessuno tenda la mano sulle primizie del pane e del vino nuovo davanti al sacerdote. Perché lui solo benedice le primizie del pane e del vino nuovo, e chi stende le mani davanti a lui. Dopo, il messia d'Israele stenderà la mano sul pane; e poi benedirà tutta la congregazione, ciascuno secondo la sua dignità. Conformemente a questo precetto si agirà ad ogni pasto» […] (1Q Sa).
Ma, come si vede, qui il messia viene «subordinato» al sacerdote, chiamato altrove «il messia di Aronne».
Il re, discendente di Davide, resta in secondo piano di fronte all'autorità clericale.
E l'allusione a due messia si ripete in vari testi di Qumram.
Gesù, come sappiamo, rivendica a sé insieme l'autorità regale e la sacerdotale.
Indipendente nei giudizi, anticonformista, supremo innovatore.



Maurizio Blondet



Note
1) André Paul, «Jésus Christ, la rupture - Essai sur la naissance du christianisme», Bayard, Parigi, 2001.
2) André Paul, opera citata.






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