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  1. #1
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    Predefinito x Zena sui maglioni cinesi

    apro un nuovo thread x ribadire il concetto sui dazi.
    Al di là di tutti i disocorsi sulle libertà economiche (che si sia liberisti o meno) dal punto di vista essenzialmente pratico mi sembra chiaro che l'applicazione dei dazi ( sempre al di là del fatto che sono una tassa sui meno ricchi) in una economia di mercato rovoca tendenzialmente una crescita della richiesta di manodopera poco specializzata (o una non diminuzione della stessa), quindi, in un sistema come quello in vigore oggi 1° Novembre 2005 nella Repubblica italiana ad immigrazione libera (di fatto è praticamente così), provoca un'aumento dell'immigrazione.
    Sbaglio?

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  2. #2
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    Predefinito

    Tendenzialmente è vero. Ma è una riflessione, io credo, parziale: Il problema è che lo Sviluppo neo-liberista schiaccia le culture locali, potrei dire la "Kultur", non meno dello Stato, che semplicemente procede "a rimorchio" e che semplicemente vara leggi (oggi più che altro ratifica quelle di organismi sovranazionali) e drena risorse in linea con la necessità di crescita dei capitali.

    Come sono declinate le identità locali? Non con la scuola di Stato, che esisteva anche ai tempi della potente retorica fascista, ma semplicemente attraverso una società dei consumi priva di controllo politico locale su ciò che ne consentiva l'emerge "tirannico". O anche della volontà di un simile controllo, dal momento che i potenziali "controllori" erano ben inebriati dal boom economico e poco propensi a ragionarvi sopra a 360°, cosa che sono ancora lontani dal voler fare per quanto ora si percepiscano certe avvisaglie beneficamente ambigue. Benefiche ma indubbiamente tardive di almeno 20 anni.

    La Val di Susa serva come esempio: perchè i sindaci e la popolazione che ora si stracciano le vesti per la TAV non hanno mai rivendicato la sovranità dei comuni o della comunità montana sulle Grandi Opere? Nel caso, sarebbe bastata una semplice delibera.

    L'apertura ai mercati cinesi è una tappa del processo di globalizzazione in cui i flussi migratori sono elemento perfettamente coerente. La Cina ha sviluppato un piano di Sviluppo autonomo, che contempla la fine del tessile padano e dell'industria europea a basso valore aggiunto e bisognosa di manodopera straniera. Questo è un dato acquisito, ma un dato a suo modo drammatico perchè il secolo cinese, per l'ecosistema ma anche per l'Europa, non lascia presagire nulla di buono.

    Ma che dire di tutti quei paesi che non hanno alcun progetto di sviluppo, che subiscono lo sfruttamento delle proprie risorse in chiave di "export" , che hanno perso le precedenti economie di sussistenza, povere ma a loro modo coerenti con storie e culture non occidentali, e che sono sempre più strangolati dalle direttive del WTO e dalla speculazione straniera?

    Io credo che per limitare l'immigrazione non serva de-localizzare, perchè la delocalizzazione non crea opportunità di vita nei paesi poveri, dai quali proverranno comunque flussi agevolati dall'apertura dei confini che si presteranno, come detto in altri thread, a lavori di manovalanza non de-localizzabile, nel ramo edilizio o dei servizi.

    Per limitare l'immigrazione serve ripensare l'economia, vincolarla a un orizzonte etico che ponga al proprio centro l'uomo, la "scala umana". Servono accordi multilaterali commerciali fra paesi che riconoscano gli stessi diritti in tema di lavoro e di ambiente, servono discrimini fra consumi responsabili e consumi criminogeni, e penso innanzitutto al comparto agro-alimentare, in cui bisogna nuovamente de-centralizzare le produzioni con ovvio beneficio per le tradizioni produttive, e allo stesso tempo culturali, dei diversi popoli fra cui quelli padani.

    Bisogna far si che i paesi ad alto tasso di immigrazione, prima di pensare a crescere attraverso l'export, ri-creino mercati locali ad alto tasso di bio-diversità, l'unico rimedio a breve termine alla miseria.

  3. #3
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    Predefinito Re: x Zena sui maglioni cinesi

    In origine postato da PINOCCHIO


    apro un nuovo thread x ribadire il concetto sui dazi.
    Al di là di tutti i disocorsi sulle libertà economiche (che si sia liberisti o meno) dal punto di vista essenzialmente pratico mi sembra chiaro che l'applicazione dei dazi ( sempre al di là del fatto che sono una tassa sui meno ricchi) in una economia di mercato rovoca tendenzialmente una crescita della richiesta di manodopera poco specializzata (o una non diminuzione della stessa), quindi, in un sistema come quello in vigore oggi 1° Novembre 2005 nella Repubblica italiana ad immigrazione libera (di fatto è praticamente così), provoca un'aumento dell'immigrazione.
    Sbaglio?



    I dazi doganali corrispondono agli spazi di sovranità economica di un paese o di una comunità di paesi, in cui vigono leggi e regolamenti in armonia con quelle economie.
    Nell'economia di mercato selvaggia che postula l'abolizione delle frontiere, significa di fatto confrontarsi con delle realtà economiche dove la competizione perde il suo significato di fronte a differenze dei costi di produzione dell'ordine del mille%.

    In queste condizioni è chiaro che la soluzione risiede nel ritorno alle frontiere, dove la competizione economica si svolga all'interno di aree economiche omogenee e con la possibilità per ogni micro e macro area, di passare a livelli superiori, non appena matureranno le condizioni per farlo.

    Le forzature si pagano e l'attuale crisi generalizzata dell'Europa, non è altro che il riflesso di una ideologia liberista portata alle estreme conseguenze.
    Che poi questa deriva mercantilistica sia in stretta relazione con l'arrivo di immigrati che dovrebbero calmierare i costi di produzione, è un aspetto che va ben oltre il dato economico, investendo strutture e sfere di sensibilità che sono patrimonio di ogni movimento identitario e indipendentista

  4. #4
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    Per limitare l'immigrazione serve ripensare l'economia, vincolarla a un orizzonte etico che ponga al proprio centro l'uomo, la "scala umana". Servono accordi multilaterali commerciali fra paesi che riconoscano gli stessi diritti in tema di lavoro e di ambiente, servono discrimini fra consumi responsabili e consumi criminogeni, e penso innanzitutto al comparto agro-alimentare, in cui bisogna nuovamente de-centralizzare le produzioni con ovvio beneficio per le tradizioni produttive, e allo stesso tempo culturali, dei diversi popoli fra cui quelli padani.

    Bisogna far si che i paesi ad alto tasso di immigrazione, prima di pensare a crescere attraverso l'export, ri-creino mercati locali ad alto tasso di bio-diversità, l'unico rimedio a breve termine alla miseria.

    tutto giusto, ma perché questo si realizzi è necessario che prima l'impero imploda assieme a tutte le associazione benefiche tipo NATO, WTO, CEE, etc......

  5. #5
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    In origine postato da [email protected]
    Tendenzialmente è vero. Ma è una riflessione, io credo, parziale: Il problema è che lo Sviluppo neo-liberista schiaccia le culture locali, potrei dire la "Kultur", non meno dello Stato, che semplicemente procede "a rimorchio" e che semplicemente vara leggi (oggi più che altro ratifica quelle di organismi sovranazionali) e drena risorse in linea con la necessità di crescita dei capitali.

    Come sono declinate le identità locali? Non con la scuola di Stato, che esisteva anche ai tempi della potente retorica fascista, ma semplicemente attraverso una società dei consumi priva di controllo politico locale su ciò che ne consentiva l'emerge "tirannico". O anche della volontà di un simile controllo, dal momento che i potenziali "controllori" erano ben inebriati dal boom economico e poco propensi a ragionarvi sopra a 360°, cosa che sono ancora lontani dal voler fare per quanto ora si percepiscano certe avvisaglie beneficamente ambigue. Benefiche ma indubbiamente tardive di almeno 20 anni.

    La Val di Susa serva come esempio: perchè i sindaci e la popolazione che ora si stracciano le vesti per la TAV non hanno mai rivendicato la sovranità dei comuni o della comunità montana sulle Grandi Opere? Nel caso, sarebbe bastata una semplice delibera.

    L'apertura ai mercati cinesi è una tappa del processo di globalizzazione in cui i flussi migratori sono elemento perfettamente coerente. La Cina ha sviluppato un piano di Sviluppo autonomo, che contempla la fine del tessile padano e dell'industria europea a basso valore aggiunto e bisognosa di manodopera straniera. Questo è un dato acquisito, ma un dato a suo modo drammatico perchè il secolo cinese, per l'ecosistema ma anche per l'Europa, non lascia presagire nulla di buono.

    Ma che dire di tutti quei paesi che non hanno alcun progetto di sviluppo, che subiscono lo sfruttamento delle proprie risorse in chiave di "export" , che hanno perso le precedenti economie di sussistenza, povere ma a loro modo coerenti con storie e culture non occidentali, e che sono sempre più strangolati dalle direttive del WTO e dalla speculazione straniera?

    Io credo che per limitare l'immigrazione non serva de-localizzare, perchè la delocalizzazione non crea opportunità di vita nei paesi poveri, dai quali proverranno comunque flussi agevolati dall'apertura dei confini che si presteranno, come detto in altri thread, a lavori di manovalanza non de-localizzabile, nel ramo edilizio o dei servizi.

    Per limitare l'immigrazione serve ripensare l'economia, vincolarla a un orizzonte etico che ponga al proprio centro l'uomo, la "scala umana". Servono accordi multilaterali commerciali fra paesi che riconoscano gli stessi diritti in tema di lavoro e di ambiente, servono discrimini fra consumi responsabili e consumi criminogeni, e penso innanzitutto al comparto agro-alimentare, in cui bisogna nuovamente de-centralizzare le produzioni con ovvio beneficio per le tradizioni produttive, e allo stesso tempo culturali, dei diversi popoli fra cui quelli padani.

    Bisogna far si che i paesi ad alto tasso di immigrazione, prima di pensare a crescere attraverso l'export, ri-creino mercati locali ad alto tasso di bio-diversità, l'unico rimedio a breve termine alla miseria.
    non ti contraddico, ma io guardo alla delocalizzazione non tanto come possibile occasione di freno all'immigrazione in quanto occasione di lavoro in loco, ma semplicemente in quanto può ridurre l'offerta di posti di lavoro qui da noi e quindi (sempre in teoria) rendere meno facile l'inserimento di nuovi immigrati.

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: x Zena sui maglioni cinesi

    In origine postato da Maxadhego


    In queste condizioni è chiaro che la soluzione risiede nel ritorno alle frontiere, dove la competizione economica si svolga all'interno di aree economiche omogenee e con la possibilità per ogni micro e macro area, di passare a livelli superiori, non appena matureranno le condizioni per farlo.
    Che questa possa essere la soluzione può anche essere che ci siano prospettive che questo possa avvenire mi sembra più difficile.

  7. #7
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito

    In origine postato da PINOCCHIO
    non ti contraddico, ma io guardo alla delocalizzazione non tanto come possibile occasione di freno all'immigrazione in quanto occasione di lavoro in loco, ma semplicemente in quanto può ridurre l'offerta di posti di lavoro qui da noi e quindi (sempre in teoria) rendere meno facile l'inserimento di nuovi immigrati.
    Ovvio che se tutte le fabbriche vanno all'estero non saremo più terra di immigrati,ma torneremo a essere terra di emigranti.
    Saluti Padani

  8. #8
    piemonteis downunder
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    >Ovvio che se tutte le fabbriche vanno
    >all'estero non saremo più terra di immigrati,ma
    >torneremo a essere terra di emigranti.

    Perche', esistono solo i lavori in fabbrica?
    Non hai mai sentito parlare di lavori nel settore
    finanziario, immobiliare, turistico, farmaceutico,
    dell'intrattenimento, dei servizi, del commercio, ecc?
    Insomma tutti quei lavori che viceversa
    si possono fare solo in societa' occidentali avanzate
    e non nel 3 mondo. Faccio volentieri il cambio
    dei lavori in fabbrica con questi lavori.

  9. #9
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    In origine postato da Wyatt Earp
    Ovvio che se tutte le fabbriche vanno all'estero non saremo più terra di immigrati,ma torneremo a essere terra di emigranti.
    Saluti Padani
    questo è parlare per il cazzo. Non mi sembra che in Padania ci sia disoccupazione.
    Purtroppo.

  10. #10
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    In origine postato da PINOCCHIO

    non ti contraddico, ma io guardo alla delocalizzazione non tanto come possibile occasione di freno all'immigrazione in quanto occasione di lavoro in loco, ma semplicemente in quanto può ridurre l'offerta di posti di lavoro qui da noi e quindi (sempre in teoria) rendere meno facile l'inserimento di nuovi immigrati.

    La delocalizzazione usata come freno alla immigrazione è una idea giusta in se, però rischia di fare il paio con la proposta di chi ritiene di contrastare l'alto tasso di natalità degli allogeni, ingaggiando una lotta con loro, per il primato delle nascite.

    Io ritengo invece che immigrazione e demografia, siano fatti esclusivamente inerenti alla sovranità di ogni popolo e nazione.
    Che ognuno sia libero di regolarsi come desidera.
    Considero aberrante il discorso di chi postula l'immigrazione perché qui non si fanno abbastanza figli.
    Mai nessuno che si chieda: e se fossimo già in troppi?

 

 
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