Corriere della Sera
Martinet: il Partito democratico è la via giusta
L’ex segretario del Ps francese: l’incontro tra ex dc ed ex pci deve avvenire in forme nuove
31-10-2005
PARIGI - La casa di Gilles Martinet è tra la sede del partito socialista, in rue Solferino, e l’ambasciata italiana. Ambasciatore è stato a Roma, nei primi anni di François Mitterrand (cui con l’età somiglia sempre di più). Comunista fino al 1938 - «me ne andai per solidarietà con Bukharin: due anni prima avevo organizzato il servizio d’ordine per la sua visita a Parigi» -, marito di Iole figlia di Bruno Buozzi, fondatore del Nouvel Observateur , segretario del Ps dal 1975 al 1979, Martinet sta per compiere novant’anni. Michele Canonica, curatore del suo dialogo con Sergio Romano sui rapporti italofrancesi ( Un’amicizia difficile. Conversazione su due secoli di relazioni italo-francesi , Ponte alle Grazie), l’ha definito il Bobbio parigino. «Con Bobbio eravamo amici. Mi diede una laurea honoris causa , a Torino. Poi, a casa sua, mi disse: ecco una persona che vorrei lei conoscesse. Era un vecchio amico, incontrato quand’era in esilio a Parigi: Franco Venturi». Ambasciatore, in Italia si discute di Partito democratico. «È una prospettiva interessante. La Francia è un Paese ancora legato all’idea di rivoluzione. L’Italia è un paese di mediazioni, di compromesso. L’incontro tra gli ex democristiani e gli ex comunisti deve avvenire in forme nuove: entrambe le culture escono da una lunga transizione; e si riconoscono nella leadership di un uomo di mediazioni come Romano Prodi». Prodi ha la stoffa di un fondatore di partiti? «È l’uomo più qualificato per farlo. Massimo D’Alema, che ha condotto con intelligenza la fuoriuscita dei Ds dal comunismo sino a farne un partito più vicino a Tony Blair e Gerard Schröder che alla sinistra francese, ha commesso un errore nel 1998, quando ne prese il posto. Prodi è l’antagonista storico di Silvio Berlusconi. Quando io ero ambasciatore e lui presidente dell’Iri tentai di persuaderlo a legare l’Aeritalia all’Airbus; rispose di no, non volle rompere l’accordo con la Boeing. Un uomo di carattere. E certo non antiamericano». Il suo braccio destro, Arturo Parisi, vede nell’avvento del Partito democratico l’addio al giacobinismo e la riscoperta di Alexis de Tocqueville. È una prospettiva interessante per la sinistra europea? «La scoperta di Tocqueville è la chiave di volta delle biografie intellettuali del Novecento francese. Penso a Raymond Aron, figura più che mai centrale della cultura politica, e a François Furet, che grazie a Tocqueville si libera di Karl Marx. È un percorso minoritario a sinistra ma che io auguro di cuore ai miei compagni, gli ultimi in Europa a rinunciare al marxismo». La prospettiva del Partito democratico è legata all’evoluzione dell’Internazionale socialista. Il sindaco di Roma Walter Veltroni propone un’alleanza più vasta, presieduta da Bill Clinton. «Quando questa possibilità si è affacciata per la prima volta, nello scorso decennio, le reazioni in Francia sono state molto fredde. Oggi sarebbero peggiori ancora. Il Ps è isolato in Europa, impegnato in una continua rincorsa a sinistra per compiacere comunisti e trotzkisti, molto più riottosi di Fausto Bertinotti. La sinistra francese per certi aspetti è la più arretrata d’Europa. "Liberale" è un insulto. Schröder non è amato, Blair è la bestia nera. E anche con gli italiani ci si parla poco. Lo prova il caso di Cesare Battisti (l’ex terrorista a lungo in esilio in Francia e poi fuggito, ndr) : il segretario François Hollande e il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë si sono lanciati in sua difesa senza saperne nulla. Per fortuna Veltroni telefonò a Delanoë per avvertirlo di chi fosse davvero Battisti. Ne scrivo nella prefazione di un libro che sta per uscire». Anthony Giddens, il politologo della terza via, in un’intervista al Corriere ha rilanciato la dialettica tra le socialdemocrazie continentali e il liberalsocialismo anglosassone. Due culture compatibili? «Sono molto affezionato alla terza via. L’ho cercata per tutta la vita, insieme con uomini che stimavo come Enrico Berlinguer, e non mi sono rassegnato fino all’inizio degli anni ’80, quando Mitterrand tentò invano la sua rottura con il capitalismo. Ma quella era la terza via tra comunismo e socialdemocrazia. Ora si cerca una terza via tra socialdemocrazia e liberismo. Non è solo per affetto che anche questa ricerca mi pare giusta e doverosa». Charles Kupchan sollecita la sinistra europea ad affrontare con maggior libertà di pensiero il tema dell’uso della forza. Condivide? «È un tema cruciale, già presente nella nostra agenda. Il diritto di ingerenza, affermatosi con l’intervento in Kosovo e poi con quello in Afghanistan, fa ormai parte della cultura riformista. La sinistra europea si è divisa sull’intervento in Iraq. Credo che in questo la Francia abbia visto giusto; anche se accanto alla politica hanno pesato gli interessi». Il nascente partito democratico italiano ha importato dall’America le primarie. Una buona idea? «Per me sì. Sul Nouvel Observateur si sostiene che non sarebbe male farle anche in Francia. Invece è probabile che la destra gaullista si ritrovi con due candidati, Nicolas Sarkozy e Dominique de Villepin. E che il prossimo congresso socialista sia uno scontro totale tra Laurent Fabius da una parte e dall’altra tre possibili candidati: François Hollande, Jack Lang e Dominique Strauss-Kahn. Se non si metteranno d’accordo, alla fine andranno a cercare Lionel Jospin». L’Internazionale democratica è lontana. «Viviamo un’epoca di risveglio delle nazionalità. La sinistra francese ha detto no all’Europa. Quella italiana mi pare invece nella giusta direzione».


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