fonte: www.destrasociale.org
Il muro di Carlino
(Tratto da AREA) - L’Italia c’è abbonata, alle guerre civili. Se non fosse un’allegoria poco felice, si potrebbe dire che ce l’ha nel sangue. Per la prima volta dal tempo di guelfi e ghibellini, però, qualcuno si era illuso di averle finalmente consegnate alla storia. E invece l’ultima contrapposizione feroce, quella che ha insanguinato gli anni del dopoguerra con lunghi strascichi fino a quelli di piombo, e che in questa politica deideologizzata è diventata fuori luogo, ha trovato casa altrove, trasferendosi armi e bagagli in un altro campo di battaglia: la memoria storica. È qui che oggi si gioca la partita. Perché dopo anni di conquiste, ottenute con un impegno sereno ma fermissimo che ha portato gli italiani all’accettazione delle diverse memorie (visto che di una memoria condivisa è ancora arduo parlare), stiamo ora assistendo ad un contrattacco scatenato a tutto campo dai neo-antifascisti. Un vero e proprio muro è stato alzato dalla casta dei nuovi intellettuali organici - Carlo Lucarelli docet - con la riproposizione di un vecchio film dell’orrore, un film che racconta i decenni recenti della nostra storia con una sceneggiatura più indigesta di quella della Corazzata Potemkin. Un mattone vecchio, seppellito dalla verità storica oltre che giudiziaria, che torna ad essere rappresentato ovunque: in tv e nei cinema, nelle fiction, nelle trasmissioni storiche (e non solo, come vedremo), nei documentari e nei film… e poi nei libri, nei romanzi, nei teatri… Non c’è verità che tenga: per i vopos del nuovo Muro, le colpe di tutte le tragedie che hanno sconvolto l’Italia nei decenni passati, vanno ascritte ad un complotto che vede la mostruosa alleanza fra Cia, massoni, Vaticano e neofascisti, spargere lacrime e sangue da un capo all’altro della Penisola. Anche la squallida morte di un poeta come Pasolini, grande nell’arte e disagiato nella vita, rientra nella strategia di annientamento dell’avversario perpetrata dai neofascisti, braccio armato dei poteri occulti che volevano impedire al Partito comunista di arrivare al governo della nazione… Secondo questo film, i neofascisti progettavano l’eliminazione fisica dell’avversario, mentre i comunisti volevano il bene del mondo… Non c’è che dire: sono stati bravi. Potenti, anche grazie ai miliardi versati da Mosca nelle casse del Pci e dei giornali amici, ma bravi davvero. Sono riusciti a far combaciare perfettamente “sinistra” con “bene”: tutto ciò che di buono, auspicabile, positivo c’è al mondo è di sinistra, anche quando sta a destra (tanto per dirne una vicina, noi della destra sociale siamo l’ala sinistra di An). Quelli del Pci erano santi in terra… sempre e comunque dalla parte della classe operaia… Non dicono che l’era del conflitto sociale, anche quello armato, finì quando scesero in campo i quadri Fiat, con la famosa marcia dei quarantamila nel 1980, dicendo basta ad anni di sindacalismo demagogico che stava portando la classe operaia (ma anche le altre) alla rovina. Secondo lo stesso film, i comunisti volevano ristabilire la democrazia negata dal fascismo… Ma fingono di aver dimenticato che volevano imporre con la forza la dittatura del proletariato, portando l’Italia nel medesimo orrore in cui sprofondarono le nazioni finite sotto il tallone sovietico. Ora il muro del “patto resistenziale” comincia a scricchiolare, grazie anche ai libri di Gianpaolo Pansa. Ma la reazione degli antifascisti vecchi e nuovi è di una virulenza psichedelica: tutte le verità tornate a galla in questi anni vengono affrontate come onte da lavare col sangue (stavolta metaforico). Ecco allora un rinvigorirsi di film, fiction e trasmissioni televisive dove assistiamo a deliri che ormai pensavamo di dover guardare solo nei filmati in bianco e nero. Nemmeno una trasmissione popolare che parla di vecchi smemorati e giovani disagiati che si perdono nel nulla, come Chi l’ha visto?, si salva: ormai non c’è una puntata in cui non si parli della strage nazifascista, del partigiano eroico, dello stupratore del Circeo sparito nel nulla (che con la destra c’entra come i cavoli a merenda, ma tant’è…). E se da una parte si comincia a vedere qualche spiraglio di verità sugli anni Settanta, gli anni della contestazione e quelli di piombo (pur con penosi distinguo…), dall’altra ci dobbiamo sorbire, nella Rai del centrodestra, un Lucarelli per il quale quegli anni devono fissarsi nella memoria come quelli del neofascismo criminale e degli antifascisti vittime che si ribellano. I fascisti sono una categoria antropologica che persegue il male per il male, mentre i comunisti possono aver sbagliato, ma sono comunque mossi da un anelito di giustizia. Poi, capita anche che si possa discutere pubblicamente del fatto che durante gli anni di piombo i giornalisti erano ciechi davanti alle violenze subite dai giovani di destra, ma guai a dire che i giornalisti hanno agito in malafede. Anche quando, come per il caso del rogo di Primavalle o dell’omicidio di Sergio Ramelli, si rinfaccia ai giornalisti di non aver mai parlato dei crimini dell’antifascismo militante, da quelli della “chiave inglese al potere” a quelli degli agguati in stile mafioso, portando invece avanti la tesi del fascista picchiatore e unico a praticare la violenza, nessuno fa mea culpa… Tempo fa Antonio Padellaro, su L’Unità, ha raggiunto le vette del genio, motivando e contestualizzando questo delirio collettivo con il fenomeno freudiano della “denegazione”, dicendo che “l’inconscio sapeva, ma la cultura e la coscienza lo negavano”. Quando ne abbiamo parlato, in riunione di redazione, il direttore ha ricordato una canzone su Pinelli, quando lo stesso anarchico, interrogato in questura, risponde alle accuse dicendo “un compagno non può averlo fatto/ e l’autore di questo misfatto/ tra i fascisti dovrete cercar”. Un compagno non può averlo fatto… E allora oplà: denegazione! Quindi assoluzione senza pentimento né penitenza. Grandioso. Abbiamo scritto che sei stato tu a sgobbarti Feltrinelli? E vabbe’, che sarà mai… ti avranno pure arrestato e tenuto dentro per quattro anni prima del processo… i ragazzi entusiasti dei collettivi avranno pure sprangato per ritorsione i tuoi amici… avrai pure perso il lavoro e tua moglie… sarai pure finito sul lastrico per pagarti gli avvocati. D’accordo. Ma noi mica l’abbiamo fatto perché siamo stati dei grandissimi cornuti: è la denegazione, bellezza! E non si sono vergognati neanche un po’. Perché sull’Unità pubblicavano a puntate gli elenchi degli studenti greci “fascisti” che frequentavano le università italiane. Studenti greci come Mikis Mantakas, morto ammazzato anche lui per una “faida interna”, come dissero ai tempi… Come dicevano sempre, quando a lasciarci le penne era qualcuno di destra; o era stata una faida interna o se l’era cercata. Perché comunque era un fascista, quindi… Loro “denegavano” e noi pagavamo. Andatevi a leggere Eskimo in redazione (oggi per gli Oscar Mondadori) di Michele Brambilla, un giornalista del Corriere della Sera che non esitò a sputtanare i suoi colleghi riportando brani agghiaccianti pubblicati durante gli anni di piombo anche da giornalisti che passano ancora oggi per I Grandi Patriarchi Della Libera Informazione. Mentre noi venivamo messi alla gogna, appunto… anche quando il danno lo avevano fatto le Brigate rosse, sui giornali e in televisione raccontavano che “alla favola delle Brigate rosse non ci crede più nessuno… lo sanno tutti che di rosso non hanno nulla”: così un altro santone come Giorgio Bocca liquidava l’ovvio e ci condannava senza appello. Per fortuna quei tempi sono lontanissimi, e diciamo grazie a Dio. Perché in mezzo ai tanti Lucarelli che impazzano per il video, ci sono i Gianni Minoli e i Giuliano Ferrara che cercano una chiave obiettiva alle storie nostre, vicine e lontane. Mai avremmo pensato di poter assistere a trasmissioni televisive sui nostri camerati assassinati, o di leggere sul giornale di un sindaco che intitola una strada a uno di loro. E se da una parte, insomma, assistiamo a giudizi sulla nostra storia un tempo impensabili, come ad esempio quello recentemente espresso dal regista Carlo Lizzani in un convegno sulla memoria storica - che ha parlato di fascismo come modernizzazione del cinema, dell’arte e dell’architettura - che dimostrano come l’argine ormai rotto abbia lasciato tracimare anche un fiume di opinioni finalmente libere da condizionamenti, dall’altra vediamo tuttavia che c’è sempre chi lavora per la restaurazione del muro di contenimento. Lo stesso Lizzani, comunista da (quasi) sempre, ai tentativi di buttarla in caciara, come diciamo a Roma (altri direbbero ciurlare nel manico), con il fascismo-male assoluto, risponde: “Un’altra idea giustificazionista? No, soltanto una chiave di lettura per i tanti paradossi che ci fornisce la storia. Vogliamo parlare, per esempio, di una teoria come quella marxista, nata per sciogliere i nodi del mondo capitalistico più avanzato e che diventa Libretto rosso, Bibbia di un mondo contadino arretrato, e nutrimento per i deliri di Pol Pot e della dinastia nordcoreana?”. Lasciando per il momento da parte le allegorie su muri, argini e alluvioni di pensiero libero, cerchiamo di riassumere la situazione: la battaglia per una storia finalmente obiettiva ha fatto passi da gigante; gli antifascisti più ottusi, con rigurgiti di una violenza intellettuale d’altri tempi, stanno facendo di tutto per riportare indietro l’orologio della storia; infine, la paraculaggine e l’opportunismo di molti personaggi di sinistra hanno forgiato un tipo umano nuovo che sta prendendo sempre più piede: il Finto Imparziale. Forse questo è ancora più pericoloso dei volgari bugiardi che ancora appestano giornali e televisioni, perché quando affronta discorsi di revisione storica lo fa con espressione cordiale, seria, a volte commossa, comunque pacata, ma fa apparire la sua ricostruzione dei fatti come quella finalmente obiettiva, tipo “era ora che qualcuno si decidesse a rompere il muro d’omertà”, però quello che dice è comunque omertoso e deviante: a quel punto, chi era ben disposto ad ascoltare l’effettiva ricostruzione storica, ora sarà convinto di aver conosciuto la vera verità. E invece è stato gabbato di nuovo. Succede con i politici e succede con gli storici e succede con gli scrittori e succede con i registi. Dice: abbiamo girato film che parlavano dell’eccidio partigiano alla Malga Porzus, delle foibe e degli anni di Piombo, quindi finalmente gli italiani conoscono la verità. Perciò adesso basta con le lamentele, no? Certo, un quartino di verità è comunque un passo avanti rispetto alla sbronza di menzogne dei decenni passati. Ma non potrà mai essere sufficiente, se a cantarla e a suonarla saranno sempre le stesse persone.
Gabriele Marconi




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