Maurizio Blondet
04/11/2005
CITTA' del VATICANO - La festa doveva essere, nell'intenzione dei «fratelli maggiori», clamorosa: il quarantennale della Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare emanata il 28 ottobre 1965, che ha fatto cadere l'accusa di «deicidio» contro gli ebrei. In occasione dell'anniversario, molti di loro avrebbero voluto dal Vaticano un solenne mea culpa.
Ossia il riconoscimento che l'antigiudaismo cristiano è stato la fonte di ogni antisemitismo, compreso quello nazista.
Il riconoscimento delle responsabilità cattoliche per l'«olocausto».
Il B'nai B'rith (la massoneria riservata agli ebrei) considera la «Nostra Aetate» una sua vittoria.
Il suo delegato, lo storico francese Jules Isaac, si prodigò senza risparmio presso i vescovi del Concilio Vaticano II e il Papa Giovanni XXIII, con una vera e tenace operazione di lobby, per far passare il documento.

La pressione è continuata in questi decenni, ed ha visto altri successi: al punto che la Chiesa sta tentando di accantonare la bimillenaria dottrina della «sostituzione» attraverso una faticosa rilettura delle Scritture (purtroppo, la «sostituzione» è attestata dalle parole di Cristo) e ha emanato la nuova dottrina secondo cui il patto di Dio con gli ebrei è ancora in vigore, anche dopo la Nuova Alleanza.
E i cristiani non possono chiamarsi «il nuovo Israele».
Ma la comunità si aspettava, nel quarantennale, molto di più.
Una capitolazione definitiva, e su tutta la linea.
L'ammissione che ogni «antisemitismo» nasce dal cristianesimo.
E avevano preparato tutto perché i grandi media dessero all'evento il rilievo dovuto.
Una dozzina di grandi rabbini sono venuti a Roma da tutto il mondo, per ricevere, nei loro fantasiosi costumi, gli omaggi di Pontefice e cardinali sotto l'occhio delle telecamere.



Avevano anche delle richieste e lamentele ulteriori da presentare al Papa. La beatificazione di Papa Pio IX, «antisemita» (vedi il «caso Mortara»).
Il fatto che la beatificazione di Leon Dehon, il santo missionario fondatore dei devoniani (altro «antisemita») sia stata, dopo le proteste dei «fratelli maggiori», solo sospesa e non liquidata per sempre.
E il fatto che non sia ancora permesso ai loro emissari di frugare negli archivi vaticani della seconda guerra mondiale per raccogliere le «prove» della complicità di Pio XII nella Shoah.
Contavano nell'arrendevolezza papale per strappare anche queste concessioni.
Ma qualcosa non è andato per il verso giusto.
Così, la grande festa ha avuto luogo in tono minore, ed è stato dato l'ordine di spegnere le telecamere della CNN.

La comunità ha commissionato a Henri Tincq, il vaticanista di Le Monde e loro uomo di fiducia, un lungo articolo di lamentele e di rimproveri alla Chiesa (1) per le sue «inadempienze».
Il dispetto è stato reso evidente da un'assenza deliberata e arrogante: Riccardo Di Segni, il rabbino capo di Roma, ha snobbato la cerimonia.
E si è fatto intervistare dal Corriere della Sera del confratello Paolo Mieli per renderne noto il motivo: il Vaticano aveva scelto, per sovrintendere alla cerimonia di capitolazione, il cardinale emerito di Parigi Lustiger. Ossia un giudeo convertito.
Un tipo umano che il Talmud chiama «devastato» e di cui raccomanda la lapidazione.
«Non ho niente contro la sua personalità [di Lustiger], ma si sarebbe dovuto tener conto della specificità dell'incontro», ha detto Di Segni.
La Chiesa dovrebbe sapere che il Talmud vieta ai veri ebrei di stringere la mano, anzi ogni contatto, con i «devastati», i convertiti alla fede di Cristo.

Il rabbino capo di Roma ha insomma voluto interpretare come uno sgarbo una scelta che, nelle intenzioni vaticane, doveva essere un atto di delicatezza.
Persino il rabbino di Parigi, Moise Cohen, ha definito l'atteggiamento di Di Segni «ridicolo» (2).
«Il discorso del cardinale Lustiger è stato magnifico», ha detto (non stentiamo a crederlo).
Da parte sua, Lustiger ha attribuito il grave sgarbo di Di Segni a «rivalità interne» nella comunità ebraica e alla «suscettibilità personale» (per non dire la nota, urtante maleducazione) del rabbino romano.
Osservazione troppo delicata.
Che sottovaluta l'atteggiamento di tracotanza che domina la comunità giudaica romana, ormai guidata da truci fondamentalisti vicini al Likud e da squadracce di picchiatori.

In preparazione alla manifestazione pro–Israele, decretata da Giuliano Ferrara contro l'Iran, il capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, ha dichiarato al quotidiano israeliano Maariv: «gli ebrei italiani verificheranno attentamente chi parteciperà alla manifestazione e chi no. Non c'è dubbio che chi eviterà di partecipare sarà considerato un nemico non solo di Israele ma anche degli ebrei italiani».
Sono così sicuri di essere ormai i padroni dell'Italia, da minacciare apertamente liste di proscrizione e ritorsioni: fisiche?
Economiche?
Giudiziarie?
Staremo a vedere.

Riccardo Pacifici e il rabbino Di Segni fanno parte della stessa corrente, ormai maggioritaria, che ha deciso di rispondere con sgarbi e minacce ad ogni apertura, specialmente della Curia romana.
La loro teoria è che nulla si deve perdonare né dimenticare, per coltivare lo status di «perseguitati» agli ebrei.
E non perdono occasione per mostrare che la «pace» col Vaticano è un armistizio del tutto provvisorio («sempre minacciato», ha scritto Tinq) e pronto a trasformarsi in guerra aperta alla prima occasione.

Maurizio Blondet



Note
1) Henri Tincq, «Entre juifs et catholiques, une paix tojours menacée», Le Monde, 2 novembre 2005.
2) «Le grand rabbin de Rome boude le cardinal Lustiger» , Le Monde, 30-31 ottobre 2005.




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