La grande vendetta
di Pino Arlacchi

L'ombra arcigna della Cia, e del suo orgoglio ferito, si staglia
sullo sfondo della resa dei conti tra il western e il "sicilian" che
si consuma in questi giorni dentro l'amministrazione Bush. Pensavano,
i neocons, di poter dare l'assalto al mondo, e non sono riusciti
neppure a conquistare Washington.

I cowboy che si sono impadroniti di
un Presidente debole e poco intelligente ed hanno creduto perciò di
bypassare tutta la complessità di una democrazia, hanno commesso un
errore dopo l'altro.

In primo luogo, si sono messi al servizio degli interessi
dell'industria bellica e delle compagnie petrolifere selezionando
l'Iraq solo perchè bersaglio più facile in un mondo privo di minacce
provenienti da stati, e perdendo così ogni credibilità presso i
difensori della autentica sicurezza del paese.
In secondo luogo, hanno creato una "cabala", cioè un governo dentro
il governo, con un Consiglio per la Sicurezza Nazionale e un servizio
segreto paralleli alle agenzie esistenti. Sono così entrati in guerra
contro una coalizione di nemici nel complesso più potenti ed astuti
di loro.
Ed hanno infine tentato un colpo di sapore autoritario come quello di
spostare il centro di gravità dell'intelligence dal campo civile a
quello militare, dalla Cia al Pentagono, in modo da non rispondere al
Parlamento.

Il tutto è avvenuto con l'acquiescenza del Presidente, e compiendo
reati a raffica, che manderanno davanti alle Corti più d'uno di
questi geniali strateghi.
Si arriverà allora fino a Bush? È molto improbabile. Non si arriverà
a Bush per le stesse ragioni per le quali non si arrivò a Reagan al
termine dell'Iran-contra affair, nel 1987. E cioè per un misto di
auto-misericordia nazionale e di Alzheimer reale o simulato, basato
sul non ricordo, non c'ero, non sapevo, non capivo.

Ma la grande, vecchia Cia si sta prendendo una rivincita memorabile
su questi principi delle tenebre da weekend. E se la sta prendendo in
nome di quei valori e di quelle leggi che essa stessa ha non di rado
infranto nel passato. Pagando cara, tuttavia, quasi ogni infrazione
rilevante. Poiché le sue malefatte sono venute alla luce per via del
controllo parlamentare e dell'opinione pubblica.

Il punto centrale dello scontro non è di poco conto. Coincide con il
cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati Uniti dopo l'11
settembre. La minaccia più grave proveniva dal terrorismo
internazionale - come affermava la Cia nella sua veste di massima
agenzia della sicurezza, e in accordo con le agenzie occidentali
dell'intelligence - o dalle armi atomiche, chimiche e biologiche di
Saddam, come sostenuto dai neocons?
Le due cose non erano compatibili. L'Iraq non stava nella mappa del
terrore. Saddam era un feroce dittatore, noto per lo sterminio di
ogni genere di dissenso, estremisti e leader religiosi inclusi. Ed
era un dittatore sconfitto e disarmato dalle ispezioni ONU dopo la
prima guerra del Golfo. La Cia sapeva bene che Saddam aveva tentato
in un primo tempo di far credere di possedere armi che non aveva, e
si era poi ritirato quando gli Usa e l'Onu avevano chiesto
di "vedere" il suo bluff.

La vera minaccia era Al Qaeda. Ma una strategia contro Al Qaeda aveva
il difetto, agli occhi dei neocons e degli interessi che li
esprimevano, di non costare abbastanza. Essa non implicava alcuna
mobilitazione dell'hardware militare. Niente invasione dell'Iraq,
niente commesse all'industria bellica. Niente 200 miliardi di dollari
da buttare via in armamenti. Anzi, riduzione ulteriore del bilancio
del Pentagono in favore del rilancio dell'intelligence e
dell'alleanza internazionale contro il terrorismo annunziata da
Powell due giorni dopo l'11 settembre e durata pochi mesi prima di
essere abbandonata.

Bisognava di conseguenza mettere a posto la Cia e il Dipartimento di
Stato, costringendoli a cambiare musica, avallando disegni che agli
occhi dei diplomatici e delle spie, però, danneggiavano platealmente
gli interessi del paese. Fino al punto da far insinuare a Richard
Clarke ed a Pat Buchanan una "intelligenza" dei neocons con potenze
straniere.
Occorreva allora decapitare i vertici dell'opposizione interna. Cosa
regolarmente accaduta con le dimissioni di Tenet, di Powell, di
Clarke e di altri vertici. Era necessario inoltre mettere fuori gioco
le Nazioni Unite e gli europei, ed abbiamo visto lo scempio dei
Trattati internazionali, l'annientamento del già impaurito Kofi
Annan, l'intimidazione degli ispettori Onu e lo scontro con la
vecchia Europa.

Il gioco ha funzionato per un paio di anni. Con un pezzo di Casa
Bianca trasformato in una fabbrica di menzogne, diffamazioni e falsi.
Ed ha avuto anche qualche flash di successo. Baghdad è stata presa in
pochi giorni. L'esportazione della democrazia tramite la Halliburton
di Cheney e le compagnie di mercenari ha incontrato in un primo
momento il favore dei media e dei cittadini americani. Un movimento
di opposizione all'occupazione dell'Iraq si è sviluppato tardi. I
democratici USA si sono limitati a chiedere più soldati sul terreno
(e lo fanno pateticamente ancora oggi), e Bush è stato rieletto.

Ma i lunghi coltelli affilati in silenzio nelle centinaia di stazioni
Cia, ambasciate, circoli conservatori, giornali, e nei tanti palazzi
di Washington pericolanti sotto le scosse di Rumsfeld e soci non
aspettavano altro, per scatenarsi, che il segnale della prima battuta
di arresto. Che è arrivata con l'incriminazione di Libby in mezzo ad
un crollo verticale della popolarità di Bush.

Ogni capo missione Cia sta ora sfoderando il suo bravo dossier sulle
malefatte dei neocons, e sta attivando in questi giorni le sue «buche
delle lettere» nei grandi quotidiani, anche italiani, per consumare
la sua vendetta. Verrà alla luce una ragnatela di complicità e di
illegalità che i servizi paralleli dei necons hanno costruito per
promuovere i loro amici in Iraq (doppiogiochisti come Chalabi ed i
suoi), in Iran (gruppi terroristici finanziati sconsideratamente) ed
altrove. Oppure per screditare e punire funzionari pubblici, come
l'ambasciatore Wilson, che servivano la sicurezza del loro paese
raccontando la verità e non prestandosi alle truffe ideologiche.

Come finirà tutta la storia? Non è difficile prefigurare l'incapacità
di Bush di controllare (e di comprendere) il decorso degli eventi a
Washington ed altrove. Assisteremo alla lenta implosione della sua
amministrazione che sfocerà nel ritiro dall'Iraq. Se graduale o
totale ancora non lo sappiamo.
È già tempo di pensare al dopo-Iraq e al dopo-Bush. Dobbiamo
aspettarci negli Usa una «sindrome irachena» altrettanto profonda e
duratura di quella vietnamita. Dovremo fronteggiare un risveglio
degli stati-canaglia, e il terrorismo islamico si sentirà
imbaldanzito dall'esito inglorioso dell'occupazione dell'Iraq.

Ma l'esaurimento della paranoia neocons porterà anche con sé la fine
del corredo di unilateralismo, guerra preventiva ed eccezionalismo
americano tipico dell'era Bush. Sta a noi, in quanto vecchi europei e
cittadini del mondo, trasformare questa crisi in una opportunità di
rilancio della cooperazione internazionale.
http://www.unita.it/index.asp?

l'unità 31 ottobre 2005-11-02