Maurizio Blondet
05/11/2005

CITTA' del VATICANO - Tempo fa ebbi modo di ascoltare il cardinale Paul Poupard: lo giudicai, come molti della sua casta, un «superficiale», per usare un eufemismo.
L'impressione è confermata dall'ultima uscita del prelato, che ha voluto spezzare la sua lancia a favore del darwinismo.
L'evoluzionismo, ha assicurato, «è più che un'ipotesi».
La fede nella creazione e la teoria dell'evoluzione «convivono perfettamente».
La colpa è dei «fondamentalisti», che «prendono alla lettera il libro della Genesi» e vogliono dargli «un contenuto scientifico».
«Quando la Genesi, nel primo libro, parla della creazione del mondo», vuole dire solo «che il mondo non si è fatto da solo, che ha un creatore».



Queste frasi rivelano che il cardinale Poupard non sa di cosa parla, e che egli ha tratto tutta la sua informazione dell'attuale polemica fra «creazionismo» ed «evoluzionismo» da un'affrettata lettura di qualche giornale.
Sono infatti i giornali che mettono la polemica in questi termini: «creazionisti» ignoranti guidati dalla fede, e «evoluzionisti» scientifici e razionali.
In realtà, l'opposizione all'evoluzionismo nasce negli ambienti scientifici, da decenni insoddisfatti di una teoria che si scontra con i dati paleontologici e biochimici.
E non è «creazionismo».
Il vero nome della teoria è «intelligent design»: che non significa, come dicono i giornali, «disegno intelligente» bensì «progetto intelligente».
E questa teoria non dice, come ripetono i giornali e il cardinale Poupard, che il mondo vivente è così complesso, da richiedere di postulare un creatore di infinita intelligenza: questa è filosofia da bar Sport, non quello che dicono i sostenitori della nuova teoria.



La teoria dell'«intelligent design» è una teoria scientifica: ha il suo rigore sottile, che probabilmente supera le capacità intellettuali di Poupard.
L'«intelligent design» si fonda su un altro concetto (anch'esso non da Poupard) che si chiama «complessità irriducibile».
Di che si tratta?
L'inventore del concetto, il biochimico Michael Behe, lo spiega con l'esempio della trappola per topi.
Si tratta del manufatto più semplice che si possa immaginare: una tavoletta di legno su cui è inchiodata una piccola tagliola, con una molla al posto giusto per farla scattare; di una bacchetta metallica che tiene la molla aperta, e di un pezzo di formaggio come esca.
Quattro o cinque pezzi in tutto.
Semplicissima.
Il punto è che questa sua modesta complessità è «irriducibile».
Non può essere semplificata ulteriormente, non può essere ridotta.
Basta togliere uno qualunque dei cinque componenti - la molla, o il formaggio, o la tavoletta - e la trappola non funziona più.

Non è che funzioni meno bene, che prenda meno topi.
Non funziona per niente.
Non prende più nemmeno un topo.
Ora, applichiamo il principio a un essere vivente, al più «semplice» dei batteri, quelli ciliati, con delle «code» che permettono loro di navigare nel liquido.
Creaturine unicellulari.
E in realtà, nient'affatto semplici, anzi molto complesse (i biochimici le paragonano ad astronavi sofisticatissime in miniatura).
Ebbene, anche la loro complessità è «irriducibile».
Non possono essere semplificate.
Basta che manchi una sola proteina, un solo amminoacido delle centinaia di cui la cellula è composta, e le ciglia non funzionano più.
Non è che funzionino meno; si bloccano, si trasformano in grovigli, si paralizzano.



Ecco dunque l'idea: le cellule, come la trappola per topi, devono essere state progettate in una volta sola, in un unico processo intellettuale.
Con tutti gli elementi a posto.
Non sono il risultato di una casuale, cieca accumulazione di proteine dovuta alle mutazioni genetiche e alla selezione naturale prodottesi nei secoli dei secoli, perché un presunto antenato «più primitivo» del batterio ciliato, mancando di una sola proteina, non avrebbe potuto né nuotare né vivere.
E così, avviene per tutti gli organi e gli esseri viventi.
Il sangue e l'occhio sono altrettante complessità «irriducibili».
Se gli si sottrae un singolo elemento, una singola proteina, non abbiamo sangue «primitivo» e un occhio «imperfetto»: abbiamo sostanze morte e inerti, che non adempiono alla funzione.
Occhi ciechi.
Sangue che non porta ossigeno agli organi.
Reni che non filtrano le tossine.

Così, una normale intelligenza (eccettuati i giornalisti e i Poupard) riesce a intuire che cos'è la teoria della «progettazione intelligente».
C'è una complessità nella vita che non può essere il risultato di evoluzione, di perfezionamento casuale; le cose viventi sono perfette fin dall'inizio (perfettamente adatte alla propria nicchia ecologica), e non può essere che così.
Ci sono animali primitivi come gli squali, che vivono da milioni di anni (esistevano prima dei dinosauri) e non sono mai cambiati, come dimostrano i loro resti fossili: perfetti, nel loro genere, fino dal principio.
E così certe piante primitive, che hanno fatto ombra ai dinosauri, come le Gingko Biloba .
Primitive?
Non so.
Perfette sì.
Mai incomplete, ma complete di ogni elemento biochimico.

Il DNA è un altro esempio, e quello definitivo.
Il DNA non è una catenella proteica, è una macchina vivente: con apparati di autocorrezione, che gli consentono di mantenere il «messaggio» nelle replicazioni che si sono susseguite nei milioni di anni.
E' una scrittura che corregge le proprie bozze ed espelle i refusi.
Insomma che si protegge da quelle mutazioni casuali che, secondo gli evoluzionisti, sono alla base dell'evoluzione.
Perciò è stabile, la materia più stabile dell'universo.
Il DNA, pur replicandosi di continuo, resta sempre uguale a se stesso.
Le lapidi di bronzo si cancellano in pochi secoli, il DNA dura uguale per milioni di anni.
Certo, se lo bombardate con raggi gamma, il DNA perde alcune capacità, i «refusi» non vengono tutti corretti.
Ma allora quello che ottenete non sono esseri viventi superiori: sono mostri, sempre mostri.
Nel 100 % dei casi.
Incapaci di vivere.
L'intrusione e l'aggressione del caso nella complessità irriducibile del DNA non lo migliora: lo distrugge, lo fa impazzire e basta.

E' come dice Behe: provate a mettere in un computer un programma fatto a casaccio, e vedete se «gira».
E vedete se, nel tempo, a forza di stare nel computer, «migliora».
Il programma, il software, deve essere già perfettamente «pensato» fin dall'inizio, riga per riga.
Una sola mancante, un solo refuso (bug) e non «gira».
Il più semplice software non è risultato di un'evoluzione cieca, ma di un progetto intelligente.
E perché allora pensiamo che l'occhio, il polmone, quella meraviglia che è un'epidermide o un rene, così perfettamente funzionali e funzionanti, siano dovuti al caso?



Ho cercato di spiegare.
Ho forse fatto ricorso a citazioni dalla Genesi biblica?
Ho accennato a un Creatore?
Ho fatto appello alla fede?
Non mi pare.
Ho esposto una teoria scientifica contro un'altra, che lo è meno.
E' Poupard che confonde la creazione con l'evoluzione, quando ci assicura che sono «compatibili».
E' lui che confonde i due piani.
E s'immagina che Dio abbia alitato su una materia plasmatica qualunque, lasciando poi al caso e alla necessità il compito di migliorare il lavoro.
E' una visione da «superficiale», sempre per usare un eufemismo.
Da scienziato da bar Sport.

Poupard ha perso un altra occasione per tacere.
Con un'aggravante: che ha voluto mettere il peso della presunta autorità dogmatica a favore del darwinismo.
Da domani, tutti gli evoluzionisti grideranno: dovete credere a noi, voi credenti, anche la Chiesa ci ha approvato!
Splendidi «scienziati», che si rifugiano sotto l'ala dell'infallibilità pontificia.
E magari vorrebbero l'Inquisizione, contro i «creazionisti».

Maurizio Blondet






Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.